Gioco
In trecento a tavola insieme rianimano la piazza più difficile di Livorno
A Garibaldi il pranzo di comunità straniere e comitato Pontino San Marco. «Anche noi vogliamo un quartiere più sicuro, i nostri figli giocano qui»
LIVORNO. Si chiama Thieboudienne, per chi non lo conoscesse è il piatto tipico del Senegal, quasi un’icona nazionale: ci sono pesce, riso, verdure. Il Sarma, invece, è una foglia di vite ripiena di riso, sale, olio di oliva, e fa parte dei sapori della cucina curda. Per un giorno si accompagnano al baccalà alla livornese e alla ribattezzata pasta sudicia, tutta toscana, fatta con bietola, spinaci, pummarola, uova sode, ricotta salata. Non siamo al ristorante, non siamo neppure sotto qualche capannone dell’Expo. Siamo in piazza Garibaldi, la piazza che spesso fa parlare di sé per lo spaccio, la violenza, la delinquenza, la difficile – difficilissima – convivenza tra il cuore fragile del centro e i tanti mondi stranieri che ci vivono o l’attraversano.
Ieri a mezzogiorno in quasi 300 si sono seduti alla tavolata allestita intorno alla statua di Garibaldi per assaggiare i piatti tipici di una quindicina di comunità straniere: Senegal, Gambia, Kurdistan, Bangladesh, Romania, Albania, Nigeria, Ucraina, Repubblica Domenicana, Iraq, Marocco, Egitto, Georgia, Palestina Tunisia. Un pranzo condivo, una specie di porta-party. Ogni gruppo ha preparato i propri piatti, via via si sono visti arrivare i rappresentanti delle diverse comunità con gli abiti della festa e i pacchi di involtini, riso, cuscus, dolci fritti. Bambini, donne con vestiti coloratissimi o con il velo, passando dal sudamerica e dal Bangladesh, per arrivare al Medio Oriente. Chi ha voluto ha potuto fermarsi, assaggiare, ballare.
Una festa aperta che le comunità straniere hanno organizzato insieme al comitato Pontino San Marco, lo stesso che da tempo tiene aperta la Baracchina 20, che è un tentativo di fare luce e offrire servizi in uno spazio che quotidianamente – chiedetelo pure ai residenti – fa i conti con grandi difficoltà. «Questo è un quartiere multietnico, l’iniziativa nasce dalla volontà di provare a conoscersi, valorizzare le diversità», premette dal comitato Alessandra Carlesi. Accanto a lei c’è Roberto Costagliola, il dottore in pensione che nella baracchina verde offre ogni settimana consulenze mediche gratuite: «Se abbiamo organizzato l’iniziativa qui e non alla Rotonda di Ardenza un motivo c’è... gli eventi socio culturali possono essere l’antidoto, la medicina alla delinquenza, alla povertà».
Mentre parla arriva a stringergli la mano Nircia Shanlatte, domenicana, nel 2003 è stata la prima rappresentante degli stranieri a entrare nelle istituzioni. «Quest’anno – racconta – come associazione Dominicana-Helmanas Mirabal, facciamo 25 anni, ci sarete vero?».
Diciamoci la verità: nella piazza si vedono molti più stranieri che italiani. Bello e partecipato lo scambio tra le varie comunità, molto più difficile far partecipare il resto del quartiere e della città. «Da parte degli abitanti c’è rabbia, diffidenza, è da capire, hanno subito per tanti anni i problemi della zona, ma c’è anche chi si è avvicinato, ci sono la voglia e il bisogno di iniziative come questa», controbatte Carlesi.
Silvia Giuliani, per esempio, si è fermata a mangiare in piazza Garibaldi «perché credo nell’inclusione». È di Volterra, lavora a Livorno in un ente pubblico: si aggira tra i banchi delle comunità insieme alla figlia Gea, 12 anni, «volevo che respirasse questo spirito, iniziative così andrebbero organizzate una volta al mese».
Anche Mila Tognetti è in trasferta, lei da un’altra zona della città. «Ci ha invitati un’amica Ucraina, è un pranzo bellissimo». Se la cava subito con un elegante «di politica non si parla a tavola», quando proviamo a stuzzicarla un po’.
Perché a Roma Giorgia Meloni ha appena giurato da presidente del consiglio dei ministri, la prima presidente donna nella storia del Paese. E guiderà un governo di destra-destra. Proprio da piazza Garibaldi fu letteralmente cacciata nel febbraio del 2018, prima che anche in città Fratelli d’Italia diventasse il secondo partito. Come vivono nelle comunità straniere questo nuovo corso? Nel giorno di festa sembra esserci poca voglia di parlare di politica nazionale, per qualcuno suona quasi come qualcosa di lontano. Semmai ci si pone il problema della quotidianità. Saimir Dashi, albanese che a Livorno è conosciuto anche per le sue battaglie ambientali (vedi la pulizia dei fondali del moletto di San Jacopo, la striscia), risponde così: «Lo spirito è di vivere in pace, stranieri, italiani. Siamo qui da più di vent’anni, non abbiamo paura di un governo di destra, forse è la destra che ha paura di noi perché ormai sappiamo far sentire la nostra voce, siamo tanti, facciamo parte del Paese, lavoriamo, paghiamo le tasse».
Pochi metri più avanti i colori dei copricapo delle donne e i profumi dei piatti dicono che siamo in Senegal. Yoro Diaw racconta che oggi a Livorno i senegalesi registrati sono 1.748. E dà una notizia: «Stiamo per aprire una sede in piazza della Repubblica, non vogliamo lasciare i nostri ragazzi così, in giro, a fare casini. Ci sarà un’officina, il doposcuola». Perché «vorrei vedere un giorno ingegneri e avvocati senegalesi».
Chi invece una sede l’ha già aperta, proprio in piazza Garibaldi, è l’associazione Bangladesh. Il segretario è Masum Md Bhuiyan, da dodici anni a Livorno. È a tavola con tutta la famiglia, il fratello, la moglie, i figli. Ha un’attività commerciale in piazza della Repubblica, uno dei minimarket che tanto in passato hanno fatto discutere. «Noi abbiamo aperto una sede qui proprio per fare attività culturale, sociale, per risolvere i problemi della zona. La maggior parte di noi bengalesi (circa 400 in città, ndr) abita qui, abbiamo comprato case o siamo in affitto, i nostri bambini vengono a giocare in questa piazza, anche per la nostra comunità è importante che il quartiere sia sicuro».
Si sta organizzando la comunità ucraina. Mentre distribuisce i piatti con cavolo, riso e carne macinata, la rappresentante Iryna Polishchuk anticipa che «stiamo per fondare la nostra associazione culturale». Sarà la presidente. «Festeggiamo con tutti i nostri colori ma anche con il cuore spezzato per i missili che cadono in Ucraina», le fa eco Elena Lepykh, che ha due figli a Leopoli. Ha dipinto un quadro, lo ha portato con sé, vuole consegnarlo all’ufficio immigrazione della questura, «per ringraziarli di questi mesi». In rappresentanza del questore arriva il vicario, Alfredo Matteucci, che applaude all’iniziativa: «Questi luoghi devono essere ridati alle comunità, c’è ancora tanto da lavorare ma sto trovando voglia di farlo».
Il Comune ha compartecipato e ha aiutato a organizzare. Si siede a tavola la vicesindaca Libera Camici, che subito rivendica la scelta di dare il voto anche agli extracomunitari (ma residenti da più di cinque) nei futuri consigli di zona: «Di piazza Garibaldi si parla solo quando ci sono persone che delinquono, ma ci sono anche tanti che hanno voglia di essere parte della vita della città. E da qui dobbiamo ripartire».
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