Gioco
Livorno rende omaggio a Bizzarrini, il Giotto delle supercar
Ecco il genio dell’auto Fra Alfa, Ferrari, Lamborghini e la sua officina labronica
LIVORNO. Nel mondo delle supercar lo considerano poco meno di una divinità atzeca che per caso ha messo radici sulla collina di Quercianella: nella sua officina in zona Salviano sono state prodotte auto che gli ultraricchi ai quattro angoli del mappamondo si contendono a suon di milioni di euro: figurarsi che c’è perfino un fiorente mercato di falsi, magari creato ricostruendo tutto il resto sulla base di qualche pezzo autentico arraffato nel sottobosco del collezionismo. E se di tanto in tanto Livorno ne ha celebrato la gloria, siamo ben lontani da quel che sarebbe legittimo attendersi: in fatto di auto è il nostro Modigliani…
In effetti, uno così non poteva che chiamarsi Giotto, come il pittore simbolo della perfezione dell’arte. Giotto come il nonno che, tanto per avere l’idea di chi stiamo parlando, era stato prof di Guglielmo Marconi negli anni in cui, ragazzino a Livorno, faceva i propri esperimenti.
Giotto di cognome fa Bizzarrini – alle spalle una straordinaria vita quasi centenaria: 96 le candeline sulla torta di compleanno – gli esperimenti era andato a farli, poco più che ragazzo con la laurea in ingegneria in tasca, sotto il naso dei grandi dell’automobilismo: il debutto l’aveva fatto al reparto sperimentazione dell’Alfa Romeo, nel ’57 era già a Maranello, quartier generale del Cavallino Rampante. Raccontano che a Enzo Ferrari si sia presentato con la “Macchinetta”, ex Fiat Topolino rifatta daccapo sulla base degli studi per la sua tesi e tramutata in auto sportiva in grado di andare a 150 all’ora. Come? Immaginando una aerodinamica – questo il filo rosso del ragionamento – che andava in senso opposto ai dogmi del tempo. Ci era arrivato con l’estro da ingegnere ma in virtù non di quel che gli riferivano i guidatori bensì di quel che aveva sentito lui in presa diretta sollecitando il prototipo.
La firma di Giotto
Portano la sua firma o comunque hanno la sua impronta alcune fra le Ferrari che ritroviamo negli album della storia dell’auto: come le 250, inclusa la Gto, e come la Testarossa del debutto. Prima progettista per Alfa, Ferrari e Lamborghini, poi solo i primi passi con i tentativi imprenditoriali in tandem con il figlio dell’ex magnate-conte Giovanni Volpi di Misurata e con Renzo Rivolta (che produce frigo e motorini ma sogna le auto da corsa).
È il ’64 quando si mette in proprio e torna a Livorno con la Prototipi Bizzarrini: dietro di sé ha lasciato la rottura con Enzo Ferrari che poi cercherà d recuperare in ogni modo. È lui uno dei protagonisti dello “sciopero” dei dirigenti, un unicum a Maranello ma anche nel resto dell’industria: la ribellione dei principali collaboratori del Drake nasce per via delle invasioni di campo da parte della moglie di Enzo Ferrari, il destino di quella storia è scritto fin dall’inizio e porta a una dolorosissima diaspora nel “cervello” ingegneristico del Cavallino.
“Imprinting” livornese
Livornese Bizzarrini, livornese l’altro ingegnere Aurelio Lampredi (che poi se ne andrà alla Fiat e lascerà una tale orma che il “bialbero Lampredi” rimarrà sulla scena per un terzo di secolo): l’emblema di una tradizione motoristica labronica che aveva radici lontane nella fabbrica dei Barison in zona Cantiere e ritroveremo poi in Fulvio Scaglione (Alfa 33 Stradale) e di recente in Mario Favilla, per una vita al Centro stile Alfa Romeo fino a diventarne il responsabile dell'advanced design, cioè dell’evoluzione futuribile.
Il marchio di Bizzarrini è una corona dentata che incornicia un’aquila stilizzata: è passato ben più di mezzo secolo e il fascino di quelle vetture sta avendo una seconda giovinezza, visto che Hagerty, azienda-community statunitense del Michigan per chi fa dell’auto una passionissima, mette in fila a 750-790mila dollari una serie di magnifiche auto sportive fra le meno di 200 uscite dall’officina livornese di Bizzarrini.
Bloomberg, a metà fra affari e lifestyle, l’ha incoronato come la vera icona “vintage” della favolosa galassia dell’auto made in Italy: addirittura più di Ferrari.
Più di Ferrari
L’ha pubblicato mettendo la foto di Johnny Halliday che rimira una Bizzarrini Gt 5300 per le strade di Parigi, e la star è l’auto mica il rocker francese che come popolarità potrebbe valere Ed Sheeran o Alicia Keys di oggi. Eppure lui – l’aveva confidato al Tirreno in una intervista di tanti anni fa, l’ha ripetuto di recente a Quattroruote – di sé dice di essere niente più di «un bravo collaudatore». Con il sogno di diventare pilota? La sua risposta riportava sempre a quel giorno in cui se l’era vista con Fangio: aveva capito che un asso del volante corre veloce per la sua strada («anche se non è più la stessa strada / anche se non è più la stessa cosa», cit. Lucio Dalla) non pensando come un comune mortale. Questione di tecnica e di coraggio ma la staccata arriva sempre un attimo dopo quel che le leggi della fisica pretenderebbero e, al contrario, l’uscita dalla curva eccola sempre un attimo prima.
Dopo mezzo secolo
Il culto per le Bizzarrini è rimasto inox: è una sorta finita prima che iniziassero gli anni ’70 eppure nel Grande Catalogo degli Interessi degli Umani – cioè Google – si contano 4 milioni di pagine. Per avere un raffronto: auto simili di oggi come le Pagani ne hanno venti volte meno, idem la Iso Rivolta alla quale pure Bizzarrini partecipò e non parliamo dell’Ats.
Semmai c’è da dire – e anche lo stesso Bizzarrini l’ha ammesso più volte – che da Giotto di Bondone aveva preso il genio artistico, ma rivisto in chiave da ingegnere (gli escamotage per migliorare la potenza del motore, l’aerodinamica, l’equilibrio dei pesi, la capacità di tenere in linea gli assetti). Il talento imprenditoriale proprio no.
Beninteso, non si creda che Bizzarrini abbia campato sugli allori di allora: al contrario, ha riprovato tenendo a battesimo la società Picchio – quartier generale a Ancarano, in Abruzzo – disegnandone nel 1989 il primo prototipo. Non basta: Kjara risale alla fine degli anni ’90 come concept car in tandem con il Politecnico di Roma (Leone Martellucci), già a quel tempo Bizzarrini è talmente avanti da immaginare l’ibrido diesel-elettrico con motore diesel insieme a un poker di motori elettrici: arriverà sul palcoscenico del Salone di Torino.
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