Gioco
Alluvione a Livorno: «Io, nonno motoso, in quel fango ho imparato un nuovo altruismo»
Il racconto di quei giorni («terribili ma straordinari») insieme a «ragazzi magnifici». All’improvviso, fuori da ogni gerarchia e ruolo, «abbiamo vissuto come tutti fratelli»
Livorno «Gliel’ho già detto, non c’è proprio nulla da raccontare. Del resto, lei cosa avrebbe fatto se avesse visto la casa di sua figlia invasa da un oceano di mota? I mobili se li è mangiati tutti, i ricordi no: c’è voluta la pazienza di Giobbe ma l’album delle foto del matrimonio è inzaccherato ma c’è, la culla del mi’ nipotino anche, e abbiamo salvato perfino il vaso che abbiamo comprato a Venezia nella prima vacanza dopo l’operazione della mi’ povera moglie».
Mettiamoci le virgolette chiuse per prendere fiato: A Nedo Bacci – il nome bisogna tirarglielo fuori con le pinze («odio quelli che fanno i fenomeni, io qui io là») – sa benissimo che aveva torto e schermirsi dietro quella mancanza di cose da raccontare era solo una bugia, la voglia di difendere i ricordi. O di difendersene.
I “bimbi motosi” hanno avuto una straordinaria epopea che li ha fatti sentire grandi e affratellati. E gli adulti? Anzi, i vecchietti?
I conti con l’età anziana
Basta tirare fuori questa parola per sentire che cambia voce e umore: con l’età sta imparando con fatica a fare i conti ma gli acciacchi gravi finora sono rimasti alla larga e lui vecchio non si sente proprio per niente. «Ora vado per i 76 anni, al tempo dell’alluvione avevo incignato i 70. Pensionato sì ma mica rincoglionito: sono sempre stato uno sportivo». Anche dopo che parecchi anni fa, lasciato il lavoro per una delle tante crisi aziendali, se n’è andato a vivere in un paesino «a nemmeno mezz’ora di macchina da qui».
Eccolo, uno dei “nonni motosi”: ci sono stati eccome. Ma si confondevano con il paesaggio perché ci sono sempre stati: a prendere i nipoti all’asilo o a portarli a nuoto, a fare la fila al Caaf per l’Isee dei figli o a pagare per loro la bolletta dell’Asa. Ci sono sempre stati, figuriamoci se nel Giorno dell’Apocalisse restavano sul divano a guardare “La vita in diretta”.
Aiutavo mia figlia, poi...
«Ovvio che ho dato una mano prima nella casa di mia figlia a Salviano, poi ho fatto quel che facevano tutti: non c’era più il mio o il tuo, io che mi salvo buttando la mota dalla tua parte e viceversa. Ho aiutato quella del primo piano che gli è morto il marito l’anno scorso. Io non sono uno di quelli che dice: arrangiati».
Da giovane era pioniere, poi «sono stato nell’Assistenza e andavo a portare l’Unità nelle case». Era cinquant’anni fa, «tutto finito con la fine di Berlinguer prima ancora di tutto quel tira-e-molla sul nome». Ma ci sono «cose che ti sei tatuato sulle ossa, non sulla pelle», e qui curiosamente lui si picchietta sul ginocchio malandato.
Anche sul lavoro – e ne ha fatti parecchi ma soprattutto di tipo organizzativo-impiegatizio, talento pratico ma carriera così così – «se uno rimaneva indietro non mi giravo dall’altra parte: sono fatto così, mi fa vivere in pace con me stesso».
Lui non lo dice ma la mano non l’ha data solo a quella del primo piano, ma anche agli sposini vicino a casa sua a Collinaia, «e poi anche al prete – aggiunge un amico più giovane che di nome fa Dino e di cognome Galli – lui che è ateo e prima pure comunista, ma quel parroco lì gli pareva una brava persona».
Il figlio Carlo punzecchia: «Avreste dovuto vederlo: fai qui, sposta questo, questo mobile mettiamolo lì fuori. Era tornato lui, com’è sempre stato: l’organizzazione ce l’ha nel cervello, in ditta i sindacalisti lo chiamavano il “colonnello rosso”».
Aiutare non fa notizia
Nedo scaccia con una mano queste parole: come se sentisse fastidio. «Ma poi cosa avrei mai fatto – dice lui – da farmi finire sul Tirreno? Dovrebbe essere davvero una notizia che qualcuno ti dà una mano? Per come la vedo io dovrebbe essere la regola. Senza tanti fronzoli e pennacchi».
E pensare che all’inizio volevano farli stare a casa: adesso che il mulino degli amarcord ha preso a girare, se lo ricorda anche lui che le istituzioni cercavano la mobilitazione del volontariato già organizzato, inquadrato in realtà strutturate.
«Li capisco, – sottolinea Bacci – avevano paura di ritrovarsi con una armata Brancaleone che non sapeva nemmeno legarsi le stringhe o tenere una pala in mano. Solo generosità ma il grande cuore da solo non basta».
Al fianco dei “bimbi”
Poi è esplosa «questa favola bella” dei “bimbi motosi», come la chiama: invidioso della loro giovinezza, del mondo che hanno davanti? «Chiariamoci, parlo di favola perché sembra una di quelle storie di buoni sentimenti che nella vita non incontri mai. Loro invece c’erano davvero e con qualcuno ci siamo incrociati in mezzo al fango: una “favola reale”, se suona meglio».
I “bimbi motosi” – questo il filo rosso del suo argomentare – hanno trovato nell’emergenza qualcosa che rompeva le gerarchie e le regole («vengo anch’io e nessuno era in grado di dirti: no, tu no») . Soprattutto «quell’ovatta paternalistica che tiene i ragazzi e le ragazze al riparo di tutti gli schizzi, di tutti gli inciampi»: pensa a divertirti, gioca coi Puffi che alle cose serie della vita ci pensiamo noi...
Nedo ci mette un po’ per tirarla fuori, le parole non gli vengono a galla perché dovrebbe dire a un cronista mai visto prima qualcosa che sta nel profondo di sé. Poi decide che sì: «Da quando sono in pensione faccio tante cose ma mi sembra sempre di essere un tappabuchi, un “rimpiazzista” affidabile ma niente di più: tanto il tempo ce l’ho. Ma io so fare tante cose. Soprattutto so organizzare: avreste dovuto vedete che squadra avevamo fatto per tirar via il fango ma cercando di non sciupare le cose care di quella gente. Le trattavano come fossero cose loro».
Nuova fraternità, ma ...
Chi l’ha detto che da adulti non si cementano più quelle amicizie forti. A lui è capitato con il gruppo – un po’ di “bimbi motosi” e un po’ di “nonni motosi” – rimasto in contatto con le famiglie che avevano aiutato. «Una braciata tutti insieme alla terra che uno di loro ha in campagna, un caffè sul lungomare. Poi quello si è laureato e ora lavora in Germania, quell’altro si è sposato e ha un B&B al Sud con la famiglia della moglie, il covid che ci ha rinchiuso. Tutto sembra archiviato, anzi sparito. Ma i ricordi fanno anche compagnia e quei giorni di disperazione per me sono stati anche quelli della speranza: il bisogno di fraternità non è cancellato per sempre. C’è da tirarlo fuori dalla mota».l
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