Gioco
Alluvione a Livorno, il bimbo motoso: "Dentro avevamo il fuoco di doverci rendere utili"
Parla uno dei tanti giovani che si sono rimboccati le maniche
Livorno Ricordo quei giorni. In modo nitido, perfettamente. Ma perché c’è un modo per dimenticarli? No, assolutamente no. Per ogni livornese l’inizio di settembre ha un solo riferimento, un solo tuffo all’indietro nel passato. E se ogni anno basta arrivare al 10 del mese per tornare con la mente al 2017, quest’anno con la macchina del tempo il viaggio è stato più veloce, più diretto, anche più brusco. Questo a causa di quel temporale che ha caratterizzato la notte di Livorno due giorni addietro, tanto forte quanto simile a quello di cinque anni fa.
Basta un attimo: il rimbombo dei tuoni, lo scroscio della pioggia e, come una lampadina che si accende, si torna a quella notte.
Abitando nei quartieri nord della città non mi accorsi durante le ore notturne della portata e dell’impatto devastante che quel temporale avrebbe avuto su Livorno.
Al mattino però la consapevolezza fu immediata. Un paio di post su Facebook e le immagini che si moltiplicavano ogni secondo sui social. Le chat che impazzivano di messaggi per sincerarsi delle condizioni degli amici, dei parenti e di chiunque ci trovassimo sulla rubrica. E poi, automatico, come istinto naturale, sentirsi crescere dentro il fuoco di rendersi utili, di porgere una mano a chi in quella notte aveva perso tutto. Fu un sentimento comune. Non c’era bisogno di dirlo, l’unico messaggio utile era comunicare dove saresti andato a portare il tuo aiuto, in che zona della città. Farlo era scontato, necessario: moralmente obbligatorio.
Un paio di scarpe brutte, una tuta “vissuta”, di quelle che solitamente usi con un’altra attitudine per le scampagnate e le gite fuori porta, qualche utensile, il “fai a modino” dei genitori e via sul motorino.
Uno degli aspetti che ricorderò maggiormente di quei giorni erano le “linee di confine”, o almeno così le chiamo. Linee di demarcazione, tratti dove la città finiva e iniziava l’inferno. La zona dei cimiteri della Misericordia era uno di questi: a nord la stessa città che avevi fotografato con la mente la sera prima. A sud sembrava di entrare in un altro mondo. “Non è Livorno, non può esserlo”, pensavi nella tua mente. Aziende devastate, case rase al suolo e mota ovunque, a fiumi. Bastava uno sguardo per decidere che quel giorno saresti stato “bimbo motoso”.
Uno sguardo al panorama che era un pugno nello stomaco e uno sguardo che incrociava gli occhi di aveva perso tutto.
Erano lucidi, stanchi dopo una notte terribile. Non mi hanno mai fatto pena o compassione, perché non l’ho letta in quegli occhi, chiedevano empatia, amore, rispetto. C’era rabbia, disperazione, sì, ma anche tanta voglia di tenersi stretta la vita e ripartire. E di farlo con l’aiuto di una città intera.
Un altro aspetto incredibile di quei giorni era la varietà di persone che vedevi fianco a fianco ad aiutare. Giovani, adulti, anziani, donne, uomini, bambini, gente che fino al giorno prima non si era mai sporcata un dito e che invece trovavi immersa nella mota.
Perché era impossibile non accogliere quella richiesta di aiuto. Un braccio allungato alla ricerca di una mano amica. Esatto, come si fa con gli amici e con una città, di cui siamo amanti innamorati, e che quei giorni ha avuto bisogno di noi. Fin dal mattino. Il tempo di mangiar due cose trovate nel piatto di casa. E poi via, fino a sera. E così fino a quando c’è stato bisogno.
Ecco. Ne fui consapevole subito in quei giorni, ma oggi questo sentimento è ulteriormente amplificato. Non sono mai stato tanto orgoglioso dei miei coetanei, della mia generazione, dei miei amici. Vederli tutti lì mi disse che avevo scelto bene le persone che avevo a fianco.
Ma non c’erano solo loro. C’era una citta intera. Allora sì: non sono mai stato tanto orgoglioso di essere livornese. Perché, come l’acciaio resiste la città. l
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