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Il regno dei cravattari della porta accanto: in 800 sono nei guai

Mauro Zucchelli
Il regno dei cravattari della porta accanto: in 800 sono nei guai

Livorno: il rischio nei report degli analisti. Si capisce perché relativamente a questo tipo di reato i comportamenti reali siano un iceberg, ma ancor più sommerso di quello di ghiaccio

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LIVORNO. Un ultraottentenne condannato nel marzo scorso perché non solo pretendeva interessi sui soldi dati in prestito ma, siccome gli interlocutori erano soprattutto ristoranti, voleva in aggiunta cene gratis. Nell’autunno precedente finiscono nei guai cinque persone: sequestrati sette veicoli e una barca più Rolex e Cartier in un giro vorticoso di prestiti dati a una galassia di soggetti in difficoltà. Poche settimane prima viene alla luce l’indagine su un omicidio “involontario” di vent’anni fa: l’uomo doveva beccarsi una lezione, è finita che l’hanno ammazzato. In quegli stessi giorni salta fuori la storia di una persona strangolata dagli usurai per «oltre 15 anni» che nel ping pong fra presunto “cravattaro” e effettivo compro-oro finiva per macinare.

Basterebbe solo questo tris di flash a ritroso negli archivi più recenti delle pagine del Tirreno per capire che l’usura ce l’abbiamo fra i piedi. Poco vale il fatto che le statistiche ufficiali Istat segnalino per tutta la provincia di Livorno solo tre denunce negli ultimi cinque anni disponibili (fino al 2020): un paio nel 2017 e una due anni più tardi ma zero in tre annate. Del resto, risultano 34 in un quinquennio nell’intera Toscana, figuriamoci.

Si capisce perché relativamente a questo tipo di reato i comportamenti reali siano un iceberg, ma ancor più sommerso di quello di ghiaccio. Ha provato a stimarne la dimensione una indagine di “Sos impresa”, una realtà nata dalla costola di Confesercenti: quel dossier ha indicato per la nostra provincia l’esistenza (nascosta) di ottocento disperati che non sanno più come cavarsela e, al tempo stesso, sentono su di sé la vergogna o anche la paura per ritorsioni e non vogliono rivelare la loro condizione.

In quell’inchiesta fatta dall’interno della categoria degli operatori saltava fuori che in gran parte dei casi a finire nella trappola degli usura è il titolare di una impresa commerciale, in genere attorno ai cinquant’anni e perciò poco imputabile di inesperienza o di debolezza nella capitalizzazione. È un identikit leggermente differente da quello che emerge da quanti si sono rivolti alla Fondazione prevenzione usura, che opera all’interno della nostra regione e qui da noi si appoggia alla rete delle Misericordie (e ha stretto un opatto di collaborazione con la Camera di Commercio guidata da Riccardo Breda): chi bussa a quell’uscio in più della metà dei casi (54%) ha superato i 55 anni.

Resta da capire il contraccolpo che l’emergenza Covid può aver avuto sul commercio e, in particolare, sulla tenuta dei conti delle microditte. C’è da ricordare che l’associazione Libera ha messo nero su bianco un report in cui individua l’usura come il “Bot delle mafie”: il luogo “sicuro” in cui riempiegare senza troppi patemi il flusso di quattrini in arrivo dal crimine organizzato.

Bisogna ricordare, peraltro, che a Livorno la crisi viene da lontanissimo, e con essa la fragilità dei soggetti più esposti. Guardando al commercio, per dirne una, vale la pena di tener presente che la radiografia statistica del centro studi Cciaa sull’andamento delle vendite al dettaglio mostrava un filotto di almeno 27 trimestri consecutivi con il segno “meno”, cioè una continua diminuzione della “torta” degli affari: dopo la crisi dei mutui subprime del 2008, con il grafico costantemente all’ingiù si è arrivati a veder sparire un buon 35% del volume degli acquisti nella nostra provincia.

Se ne vede traccia anche nelle valutazioni di rischio. In quegli anni eravamo senza rivali fra i territori toscani nell’indice di pericolosità. A salvarci era la minore probabilità di radicamento del rischio usura in un contesto in cui il crimine organizzato si muove con più facilità.

Anche in questo caso, però, attenzione: nel novembre scorso abbiamo citato il report dell’Agenzia per l’Amministrazione e Gestione dei Beni Confiscati e Sequestrati (Anbsc): in un round che includeva Toscana, Veneto e Friuli, solo la provincia di Venezia superava la nostra per il “pacchetto” di beni confiscati dalla giustizia alle cosche.

Dunque, meno crimine organizzato forse. Ma per il resto no: il “rischio usura” vedeva Livorno nella fascia medio-alta: con 7,28 punti eravamo al di sotto di Pistoia (8,11) ma ben al di sopra degli standard sia delle province vicine (5,29 a Pisa e 4,68 a Lucca) sia di quelli del Bel Paese nel suo complesso (5,3).

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di Redazione web