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Mamadou è disperato e senza un lavoro: «Il daspo? Razzismo contro di me»
Livorno, parla l’ambulante senegalese allontanato da viale Italia: «Ai Lido mi vogliono assumere, ma non possono»
LIVORNO. «Al ristorante dei Bagni Lido mi vorrebbero assumere, ma non possono farlo a causa del daspo urbano firmato dal questore. Contro di me avverto cattiveria e razzismo: se fossi stato bianco di carnagione sicuramente non mi avrebbero punito in questo modo. Non mi merito un provvedimento del genere, che solitamente è riservato ai delinquenti, ad esempio a chi ruba e agli spacciatori. Io non ho mai fatto niente di tutto ciò, sono una persona perbene. Livorno evidentemente è razzista, in Senegal siamo poveri, senza un soldo, ma gli italiani (e ce ne sono un sacco) li accogliamo a braccia aperte, sempre con il sorriso. Noi africani siamo buoni».
Mor Thioub, il sessantenne ambulante senegalese conosciuto da tutti come Mamadou, parla quasi un mese dopo il daspo urbano che per ancora cinque mesi (sei in tutto) lo terrà lontano dall’esterno dei Bagni Lido, lo stabilimento di viale Italia dove da 20 anni, fino allo scorso agosto, ha venduto i suoi vestiti da donna agli affezionatissimi clienti dell’imprenditore Riccardo Ganni, che per lui ha pure avviato una colletta per sostenerlo economicamente.
Professionista regolare – ha la Partita Iva ed è iscritto nel registro degli “itineranti” – il venditore africano era tuttavia abusivo sul lungomare, dato che lì in base al regolamento comunale sul commercio nessun ambulante può vendere la propria merce (così come in altre zone della città quali ad esempio piazza Cavour, via Buontalenti e di fronte alla stazione ferroviaria). Per questo, a metà del luglio scorso, la polizia municipale gli aveva contestato due verbali da 1.200 euro totali per la vendita di abbigliamento in luogo proibito, con un doppio daspo amministrativo che Mamadou non ha rispettato. Conseguenza finale il daspo urbano – che se infranto comporta un reato, quindi un illecito penale – disposto dalla questura.
Mamadou, da quel momento, vicino alla Rotonda di Ardenza non si è più visto. «Non posso più andarci – confida – e sono rimasto senza lavoro, non so più come mantenere me e la mia famiglia in Senegal. Ho una moglie, tre figli, un fratello e una sorella. Non so più come fare».
Per questo sta cercando lavoro. Ogni tipo di impiego. «Qualche giorno fa – spiega – attraverso Riccardo Ganni, il mio “fratello bianco”, un cliente dei Lido mi ha offerto di fare il giardiniere per una grossa cooperativa livornese. Sono stato convocato per il colloquio, ho parlato con il presidente e lui mi aveva assicurato l’assunzione. Ci sono state interviste televisive, lo hanno detto a tutti. Poi però non mi hanno preso. Mi chiedo: perché sbandierare ai quattro venti una promessa che poi non è stata mantenuta? Non è da uomini, non è da persone perbene. Mi hanno illuso di darmi un lavoro e poi, questo lavoro, io non l’ho visto neanche per sbaglio».
Un’illusione, secondo Mamadou, che racconta la sua versione dei fatti. «Io sono umano, non un animale – prosegue – e ho bisogno di lavorare. Il daspo urbano mi ha fatto malissimo, mi sta impedendo di lavorare e di sfamare la mia famiglia. È un grosso problema. In passato, per 16 anni, fra Milano, Bergamo e Brescia ho lavorato come muratore, carpentiere, saldatore e verniciatore. So fare ogni tipo di lavoro e lo imparo in una settimana. Ho tanta voglia di lavorare, datemelo un lavoro, visto che il daspo urbano purtroppo mi sta impedendo di fare ciò che ho fatto a Livorno per 20 anni».
Thioub ha chiesto aiuto anche al sindaco Luca Salvetti. Per lui, fra l’altro, si sono attivate anche le associazioni di categoria Confcommercio e Confesercenti, dicendosi disponibili in una nota stampa congiunta delle scorse settimane a incontrarlo per «trovare insieme una soluzione». Recentemente anche il consolato onorario senegalese a Livorno, col console Andrea Ermini, ha preso a cuore la sua causa proponendosi in una mediazione. Mentre i clienti dei Lido, che da 20 anni gli vogliono bene, sono sempre al suo fianco.
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