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Banche, benzinai e case religiose: a Livorno il risiko delle aree fantasma

Mauro Zucchelli
Banche, benzinai e case religiose: a Livorno il risiko delle aree fantasma

Oltre alle ex industrie dismesse o agli spazi in disuso (per riorganizzare il porto) ecco tre mondi alle prese con una forte ristrutturazione della loro presenza

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LIVORNO. Tutte le volte che c’è da immaginare uno spazio per nuove attività la prima idea che salta fuori è il riuso di aree dismesse: opportunità economiche ma senza consumare suolo. Basti pensare all’idea lanciata non da una associazione ecologista bensì da Piero Neri, leader di Confindustria, riguardo a 77 ettari compresi fra l’ex stabilimento Trw-Delphi e la raffineria Eni per farne una carta da giocare di fronte all’arrivo di eventuali investitori. Ed è lì che la città conta di spostare il depuratore del Rivellino liberando là dov’era il Forte di San Pietro di Alcantara, fra gli ex Pubblici Macelli e l’attuale impianto Asa, un’area che non sarà ancora dismessa ma vale quanto un poderino in Chianti dal punto di vista delle potenzialità strategiche fra il cuore antico della città e quello altrettanto antico del porto.

Non solo: è il riuso l’ingranaggio che mette in moto la riorganizzazione delle aree del porto che, con la regia dell’Authority, deve diventare la chiave per riportare la “pace” fra gli operatori delle banchine. Ed è proprio in porto che gli operatori (Grimaldi-Sintermar) hanno utilizzato gli strumenti di mercato (l’acquisto) per arrivare a riutilizzare per i propri traffici le aree dell’ex fabbrica chimica Trinseo (in passato Dow Chemical), non senza uno scontro frontale con Palazzo Rosciano negli anni di Corsini. Ed è un gigante dismesso la centrale Enel del Marzocco, 13 ettari sulla sponda del Canale industriale ormai sotto naftalina da quasi dieci anni.

Non solo ex industrie

La lista potrebbe andare avanti chissà quanto. È evidente però lo strabismo che colpisce chiunque si metta a parlare di questo fantasma: di cosa parliamo quando parliamo di aree dismesse? Quasi soltanto di spazi abbandonati dall’industria. Talmente rattrappita che Livorno, ex città industriale, ora ha nel manifatturiero una fetta di ricchezza che sta fra il 12% e il 16% della “torta” della ricchezza complessivamente prodotta nei nostri territori.

È così, e la fotografia dell’ex Spica (poi Fiat Auto e Delphi-Trw in fondo a via Enriques) ne è la dimostrazione. Ma non è solo così: anche perché le trasformazioni dell’economia – così come dei nostri stili di vita e dei nostri modelli di consumo – mettono in campo il probabile cambio di destinazione d’uso di tante superfici e di tanti volumi presenti nella maglia urbanistica della città. È qualcosa con cui il nuovo strumento urbanistico della città dovrà fare i conti.

Tre esempi per un puzzle

Un esempio? I distributori di benzina: non finirà domattina il bisogno di rifornire di benzina cosiddetta “verde” o diesel o magari gas le nostre auto ma è chiaro che qualcosa sta rapidamente cambiando anche se il trend di crescita ha parecchi intoppi e scossoni (nel solo mese di luglio hanno “debuttato” tante auto elettriche quante in tutto il 2018 ma con un arretramento del 24% rispetto a dodici mesi prima). Si tratta di una realtà che dal punto di vista dell’uso del territorio ritaglia lunghe strisce a lato della principale “aorta” del traffico livornese, cioè gli ingressi nord, sud e est. Mai grandi appezzamenti, ma a suon di piccoli tasselli si compone un puzzle di circa 52mila metri quadri, buona parte dei quali vedranno un punto interrogativo gravare sul proprio futuro. Cosa accadrà di queste decine di fazzoletti di territorio in zone ben determinate?

Qualcosa di analogo vale anche per le banche: la ristrutturazione della rete degli sportelli ne sta modificando l’identikit. Anche perché, come segnalato dal Tirreno sulla base di un dossier del centro studi della Camera di Commercio, il numero degli sportelli bancari è in brusca diminuzione: nella nostra provincia ne potevamo censire 211 guardando indietro anche solo di dieci anni, all’inizio di quest’anno non risultavano più di 150. E nell’ultimo anno si è registrata la forbiciata maggiore: ne sono spariti 13 in un sol colpo. Attenzione, non si creda di aver già visto completare quest’ondata di chiusure, almeno a giudicare dagli standard di presenza che gli istituti di credito hanno sul territorio in questi ultimi anni: se dovessimo allinearci alla media nazionale (nel rapporto fra sportelli e abitanti), finirebbero per sparire un’altra trentina di succursali bancarie. La batosta l’hanno pagata i lavoratori del settore, calati più che altrove, ma il numero di sedi è calato sì del 23% ma nel resto del Bel Paese si arriva a un niente dal 29%.

I vuoti nella “nostra” City

L’emblema è il destino dei due palazzi di via Cairoli sulla due cantonate affacciate su piazza Cavour: lato terra, l’ex Banca di Roma non esiste più come marchio (finito via Capitalia dentro Unicredit già una quindicina di anni fa) ed è diventato un negozio di oggettistica come Tiger; lato mare, l’ex quartier generale labronico della Banca Commerciale è chiuso. Il destino dell’intero isolato è congelato da più di dieci anni, e per essere il cuore della City finanziaria cittadina non c’è male. Sull’angolo dirimpettaio, lato via Ricasoli, non c’è più il vecchio marchio della Banca Toscana e nemmeno quello della controllante Monte Paschi: nella mappa degli immobili che il Mps vuol vendere c’è anche questo. Del resto, tornando all’inizio di via Cairoli bastano meno di cento passi per arrivare in via dei Fulgidi dove Ubi Banca ha chiuso una sede rilevante e lì accanto l’ex Banca d’America e d’Italia ha visto trasformare il fabbricato in un palazzo di abitazioni.

La ritirata dai quartieri

Queste sono proprietà di taglia ragguardevole, c’è poi il dietrofront rispetto agli anni ’90 con l’utilizzo del personale per andare ad aprire nei quartieri periferici una sfilza di sportelli “leggeri”. Adesso un po’ ovunque c’è la ritirata: si pensi alla sede Unicredit in via Redi o a quella dell’ex Banca Commerciale in Coteto, agli sportelli della Banca di Roma fra Barriera Roma e la Rosa o a quelli del Monte Paschi a un passo da piazza Venti Settembre…

C’è un terzo elemento del mosaico: riguarda il radicamento territoriale di tutta una serie di realtà religiose che fanno capo a congregazioni di suore e di frati, dunque con una certa qual autonomia rispetto al vescovo diocesano.

I beni ecclesiastici

La Chiesa cattolica – detto per inciso, l'unica realtà sociale che ha mantenuto un presidio territoriale quartiere per quartiere con le parrocchie – ha visto negli ultimi trent'anni rimanere grossomodo stabile il numero dei preti diocesani (anzi, con un leggero incremento: da 66 a 70) ma ha dovuto vedersela con il dimezzamento della presenza dei religiosi. Come segnala l'annuario pontificio, si è avuto un dimezzamento netto: nella diocesi di Livorno nel '90 si contavano 61 sacerdoti di congregazioni religiose e l'ultimo dato parla di 29, i religiosi maschi erano 64 e ora arrivano a malapena a 30, le suore erano 530 e ora risultano essere 279.

Il dimezzamento significa che parecchie fra le articolazioni locali delle congregazioni religiose hanno numeri ridotti al lumicino e contano su una presenza spesso anziana per via della crisi delle vocazioni religiose: anzi, in vari casi il ripiegamento si è concretizzato nel ripiegamento in altri conventi o monasteri con i fabbricati ceduti non di rado proprio a imprese specializzate che le hanno trasformate in residenze per anziani. È accaduto già a Montenero: con alcuni edifici lungo via della Lecceta o in via del Governatore, ma anche a Colline in una parte dell’istituto salesiano oppure là dov’erano le suore calasanziane in via del Bosco o a Shangai dove le “suorine” di San Giuseppe dell’Apparizione sono state per decenni l’anima dei servizi sociali del rione (mai scelta è stata più sbagliata che quella di spedirle altrove…). Senza dimenticare però che la sede delle domenicane di via del Pastore così come quella delle mantellate a Quercianella sono diventate grandi fabbricati riconvertiti in appartamenti.

È vero che Livorno non è una diocesi ricca come quelle a forte tradizione ecclesiale non c’è un grande patrimonio di proprietà immobiliari in mano a enti religiosi. Poco in rapporto ad altre città, ma comunque decine e decine di complessi immobiliari con migliaia di metri quadri di superficie lorda di pavimento. Cosa accadrà? Bisogna distinguere quel che è in mano al vescovo e quel che è nel pugno del padre generale di ciascuna congregazione. Resta il fatto che da quando i conti della diocesi sono stati risanati c’è anche più margine di manovra per le iniziative del vescovo, che può entrare in gioco: si pensi alle ex Venerini in via Lopez trasformato in centro per la comunità ucraina o all’acquisizione dell’aula mariana da parte della diocesi per arrivare a riaprirla.

Resta il fatto che, per quanto “santo” e benedetto, il mattone rimane mattone: con tutte le sue leggi e le sue dinamiche: e già questi tree tasselli da soli possono valere una superficie che vale fra otto e dieci volte l’area dello stadio. Non sarà il West, ma...

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