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Angeletti: «Governare il pronto soccorso su 221 accessi ben 104 non sono urgenti»
Massimo Angeletti, coordinatore dei medici di famiglia, risponde alla lettera di una paziente
LIVORNO. «Ho letto la lettera al Tirreno della signora Benini che cita più volte mie considerazioni riguardo ai problemi di sovraffollamento del pronto soccorso e le rispondo anche perché alcune questioni così come da lei poste, mi fanno supporre di non essermi spiegato con chiarezza. Lungi da me pensare o affermare che la problematica, che ricordo investe drammaticamente i pronto soccorso e le medicine d’urgenza di tutta Italia (e di molti Paesi europei) e solleva negli ultimi anni dibattiti complessissimi in ambito di politica sanitaria, abbia una causa unica e soluzioni semplici. Non mi interessano applausi o facili consensi o approvazioni di categoria e le mie considerazioni erano una testimonianza da parte di chi quotidianamente sul territorio ci vive e ci lavora e conseguentemente provare a ipotizzare per l’immediato, contromisure semplici eque e rapide».
È la lettera di Massimo Angeletti, coordinatore dei medici di famiglia livornesi. «Va da se che la questione sia amplissima e multifattoriale ma ho sottolineato uno degli aspetti che è quello dello strangolamento di quel servizio così importante da parte di una richiesta spesso ridondante. Esiste certo una carenza di medici, frutto di una miope politica passata di “numero chiuso” alla facoltà di medicina, non programmato assurdamente per gli anni a venire (i nostri attuali) che ha condotto e condurrà per qualche anno ad un affanno di risposte del sistema sanitario alle esigenze della popolazione, nonostante gli sforzi e l’abnegazione degli attori in campo. Stando così le cose e lasciando da parte soluzioni fantasiose populiste e oggettivamente non percorribili una delle soluzioni passa necessariamente per l’ottimizzazione e la modulazione dei servizi in funzione graduale della tipologia e della severità dei problemi. Certo che sarebbe auspicabile un maggior numero di operatori al pronto soccorso ma le risorse in campo (come ho detto prima) son queste e queste possiamo solo utilizzare nel migliore dei modi. Nell’interesse unicamente del cittadino che ha realmente rapida necessità di assistenza e che assurdamente si trova a dover attendere (nonostante l’istituzione di codici di priorità) persone che potrebbero rivolgersi altrove. Mi pare, mi perdoni, ma fosse già chiaro nell’intervista. Vengo alle sue domande. Le mie affermazioni si basano sui dati provenienti dal fatto che oltre il seguire circa 1.500 persone da 30 anni, coordino una “Aft” di 34 altri medici di medicina generale che assistono (al momento) circa 39.400 assistiti e all’interno della quale c’è un quotidiano fittissimo scambio di informazioni sanitarie. Mi interfaccio anche con altri coordinatori su Livorno e coi colleghi del dipartimento, i nostri rapporti con l’Asl e i suoi dati sono quotidiani. La nostra attività è anche monitorata strettamente da anni e pubblicata dalla Ars regionale, spesso in collaborazione con il Sant’Anna e dall’Avtno attraverso invio di report statistici mensili non solo farmaceutici, ma anche di comportamenti sanitari. A cui spesso seguono confronti. Può bastare? I comportamenti professionali sono definiti a livello nazionale, con declinazioni regionali e locali. Prevedono tra i mille aspetti stringenti un rapporto di ore di ambulatorio e numero di assistiti (che mai rispettiamo, quasi sempre dilatandolo moltissimo) e un orario obbligatorio di reperibilità telefonica dalle 8 alle 10 del mattino e durante tutto l’orario degli ambulatori. Chi non segue queste direttive è fuori legge e l’assistito che non trovasse riscontro a questi obblighi può percorrere legittimamente le strade che vuole, una delle quali (la più semplice) è quella di sfiduciare quel sanitario con scelta di altri. È sotto gli occhi di tutti (con dati incontrovertibili forniti proprio qui) un sovraffollamento delle strutture emergenziali con una quota parte importante di accessi impropri o differibili che, ripeto perché è un punto nodale, creano attese a chi quelle attese non dovrebbe subirle. Un servizio di pronto soccorso in cui quasi la metà degli interventi risultano non urgenti deve necessariamente prevedere un governo diverso dell’offerta. Un esempio: in un giorno qualsiasi che ho monitorato su un totale di 221 accessi 104 erano differibili e inappropriati (25 delle quali codici bianchi e 79 azzurri). Nessuna criminalizzazione o colpevolizzazione di richieste, che a volte hanno anche ragion d’essere. Ma c’è da auspicare, come cittadini, una governance seria e ponderata della domanda anche con scelte a primo impatto impopolari. Di questi tempi non si può fare altrimenti. Personalmente, tra chi urla di più o alza furbescamente più alta la mano e chi ha maggiore sofferenza o urgenza di intervento, privilegio e privilegerò sempre i secondi. E mi auguro che su questo anche lei concordi. Mi farà piacere, se lo desidera, ascoltare le sue osservazioni e scambiarci punti di vista, in privato come rappresentante dell’associazione che rappresenta. Il mio numero, attivo 12 ore al giorno, è facilmente reperibile. Dovrà solo eventualmente pazientare laddove trovasse occupato dalle decine di telefonate che ricevo e gestisco come la maggior parte dei miei colleghi. Ma sono certo che comprenderà».
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