Gioco
Effetto Michele Serra, lo scrittore e l’Amaca in piazza: «Livorno città affascinante, quasi extra-italiana. E ci vorrebbe più Vernacoliere»
Lo scrittore e umorista in piazza del Luogo Pio racconta e si racconta: “Come progetto per il futuro, tornerò a scrivere teatro per Albanese”
LIVORNO. Michele Serra, giornalista, scrittore, umorista e autore televisivo di classe sopraffina, sarà questa sera, 4 agosto, di scena sul palco di piazza del Luogo Pio (ore 22). Col suo spettacolo “L’amaca di domani”, per la regia di Andrea Renzi. Il Tirreno lo ha intervistato alla vigilia dell’atteso evento.
“L’amaca di domani”, che tipo di monologo dobbiamo aspettarci?
«È un breve discorso sulle parole. Per dire quanto sono pericolose e quanto sono meravigliose. Accanto a me c’è una mucca, che incarna la maestà del silenzio».
Qual è il segreto per portare avanti una rubrica (L’amaca) di successo come la sua per così tanto tempo? «Non considerarsi troppo importante, altrimenti, dovendo scrivere tutti i santi giorni, ti paralizzi. Al tempo stesso, cercare di usare con rispetto le parole, allo stesso modo del falegname che rispetta il legno».
Quando nasce il suo amore per la scrittura e come si sviluppa?
«Nasce da bambino. Ho avuto un nonno filologo, mi affascinava vederlo in mezzo a cataste di libri. Mi piaceva molto anche la cancelleria. Ancora oggi le cartolerie sono tra i miei negozi preferiti».
Una lunga carriera costellata da continui successi, qual è stata la cosa più bella che ha fatto?
«Quelle brutte per fortuna le dimentico. Tra quelle belle, sicuramente Cuore, la scrittura teatrale per Antonio Albanese, la televisione con Morandi e Celentano, un paio di romanzi. Quello che preferisco è “Le cose che bruciano”, ma ha venduto un decimo delle copie degli “Sdraiati”».
Qualche rimpianto?
«No. Ho avuto fortuna anche negli errori e nelle omissioni. Forse l’unica cosa che posso rimproverarmi è avere fatto troppe cose».
C’è stato un incontro che le ha cambiato la vita in qualche modo?
«Tanti. Tante persone in tanti modi diversi. Certo quando Sergio Staino mi ha chiesto di collaborare con Tango, mi ha cambiato la vita. E poi sono grato al Club Tenco di Sanremo, agli incontri fatti, a poco più di vent’anni, in quell’ambiente magico, coinvolgente. Pazienza, Guccini, Benigni, Paolo Conte, Vecchioni.
Le parole sono davvero migliori di lei?
«Beh, se usate bene aiutano a fare bella figura. Danno sostegno, vestono i sentimenti e le idee. Quando riesci a dire una cosa bene, hai migliorato quella cosa e hai migliorato te stesso».
Un libro che tutti dovrebbero leggere e perché?
«In questo periodo, come si usa dire, molto distopico, ho appena rlletto “Comica finale” di Kurt Vonnegut. Anticipatore di molte cose, per esempio della dissoluzione sociale in America, e molto prima di Breston Ellis. La nostra società è destinata al collasso, sarebbe magnifico riuscire a collassare in allegria».
Se la sente di dare un consiglio ai giovani che intendono approcciare al mondo del giornalismo?
«Farsi pagare, oppure cambiare lavoro. Il giornalismo è diventato un luogo di lavoro indecente. Non so se sono più tirchi gli editori o i lettori, che non vogliono spendere un centesimo per informarsi. Gratis, tutto è di pessima qualità».
Come ha vissuto la fase pandemica? L’abbiamo superata?
«L’ho vissuta da privilegiato perché vivo in Appennino, in mezzo ai boschi. L’abbiamo superata, credo di sì, un po’ perché la malattia è diventata più paciosa e conformista, un po’ perché abbiamo capito che la malattia è parte della vita. E’ la normalità».
La sua Inter? Cosa si aspetta dalla stagione a venire? «Scudetto, Champions e Coppa Italia. L’estate è la stagione nella quale il tifoso può delirare in pace»
Un luogo nel mondo da visitare assolutamente?
«La piazza di Isfahan, in Persia, oggi si chiama Iran. E certi monti delle Alpi Marittime. Ognuno ha un luogo suo. Tornarci è come rinascere».
Qual è il suo pensiero su manifestazioni come “Effetto Venezia”, che hanno il potere di accentrare per cinque giorni l’attenzione di un’intera città, ma non solo?
«Non ho un’opinione precisa. In genere preferisco le situazioni meno clamorose e più appartate. Recentemente ha scritto che per commentare la situazione politica attuale ci servirà il Vernacoliere».
Dunque conosce Livorno. Ci è mai passato?
«Tante volte. È una città affascinante, mi viene da dire extraitaliana. Poi c’è il mare. Ricordo, duecento anni fa, un meraviglioso bagno a Quercianella, poco distante dalla curva fatale del Sorpasso».
Ci svela qualche progetto che realizzerà nel prossimo futuro?
«Tornare a scrivere teatro per Albanese. Scrivere un nuovo libro. Tornare a fare i miei brevi monologhi da Fazio. Se il caso e la salute mi assistono».l
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