Gioco
Così Livorno riconquista la libertà. È a pezzi eppure ce la farà a rinascere
Altro che fiori e sorrisi, la città liberata è un cumulo di macerie e una bolgia sociale
Magari ci saranno state anche le ragazze sorridenti che gettavano fiori agli yankee sulle jeep e sergentacci dell'Oklahoma che baciavano le squinzie del Pontino, si chiamassero Neda, Parisina o Corinna. Però quando ora ci guardiamo indietro e pensiamo che solo noi qui ora svoltiamo la giornata in un tempo sbandato e stranito, ecco forse bisognerebbe tornare davvero indietro anche a quel giorno straordinario che è stata la liberazione di Livorno dalla morsa dei nazisti (e dei repubblichini che stavano lì a reggergli la coda): oggi ma di 78 anni fa.
«Sì, c'era la guerra e c'era la paura dei bombardamenti, ho visto ragazzi come me saltare in aria per una mina o persone ammazzate buttate su un carretto che grondava sangue. Eppure nei rifugi anti-aerei c'erano anche risate e allegria, forse per la nostra incoscienza di ragazzi: a 15 anni la vita è comunque una promessa». Parole di Tina Ciolini, che quel giorno di tanti anni fa l'ha vissuto.
Eclissi e luna nuova
Ma come ha raccontato al Tirreno Corrado De Maio, l’ultimo sopravvissuto di quei partigiani entrati a Livorno quel mercoledì di metà luglio che curiosamente era al tempo stesso luna nuova, eclissi di sole e passaggio di segno zodiacale. Al cronista spiegava che non c’è stato tripudio: «Della festa raccontata nelle foto scattate in tante città del nord qui non ci fu traccia»: anche perché quasi tutti i livornesi erano stati costretti a sfollare. Un rientro col groppo in gola e una festa a metà: «Quando arrivarono gli americani, tiravano caramelle e pezzi di pane e si divertivano, sapeste quanto si divertivano a vedere la gente affamata sgomitare».
La data canonica è il 19 ma già il lunedì precedente una pattuglia di soldati Usa agli ordini del tenente Ray Smith incrocia Umberto Martinelli e Silvio Paoletti dalle parti di Barriera Roma.
Dopo una fase impegnata nella costruzione dei miti fondativi di una identità collettiva della nuova Italia repubblicana (non era così scontato), anche la storiografia meno incline a lasciarsi sedurre dalla nostalgia revisionista – diciamo da un “monumento” come Claudio Pavone in poi – ha guardato dentro le contraddizioni. Anzi, spesso ha infilato la lente d'ingrandimento proprio là dove gli elementi di continuità saltavano fuori anche in presenza di un cambiamento tanto radicale.
In casa nostra è soprattutto una studiosa come Chiara Fantozzi ad aver posato lo sguardo sulla “lunga liberazione”: il passato che non passa. Ma affrontato nella quotidianità del vissuto dei cittadini anziché sul ring della geopolitica o nelle grandi questioni tipo le epurazioni. Chissà se ha il volto di Alberto Sordi – lo smarrito sottotenente Alberto Innocenzi nel film “Tutti a casa” – quel brigadiere livornese che si lamenta con il Cln perché la sua casa in “zona nera” è stata prima presa dai nazisti (che lo avevano anche sequestrato) e poi depredata da «quattro camion con militari negri (sic) comandati da un ufficiale americano». Era un'area enorme della città vietata a chiunque: grande quanto quasi metà città, in pochi giorni erano stati obbligate a sfollare migliaia e migliaia di famiglie. Era diventato la cuccagna per qualunque ladro, e la storia non era finita con la cacciata dei tedeschi.
L’effetto boomerang
Non era un episodio isolato. Basta guardare a cosa più spesso finisce nel mirino del tribunale d'occupazione: saccheggi nell'ex zona nera, per i soldati alleati; ingressi nell'area vietata, per i civili livornesi. È Harold Macmillan, una singolare figura di leader conservatore “progressista”, al timone della Commissione Alleata, a richiamare l'effetto boomerang delle vessazioni sui civili locali da parte di militari alleati: guai se non bruscamente costretti a rimettersi in riga e i loro comandanti invece abbozzano.
Conviene ascoltare le parole del generale Arturo Scattini in una relazione riservata scritta quattro giorni dopo la liberazione: eccetto Roma, Livorno è la prima città oltre i centomila abitanti dell’avanzata alleata ed è «quello che per questa particolare situazione che si somma alle distruzioni dei bombardamenti si presenta nelle condizioni peggiori di ogni altra città fino a oggi visitata».
C'era il problema della casa. Per il Genio Civile dal 10 al 15% delle abitazioni era stato del tutto distrutto e un buon 60% risultava inabitabile. Nei mesi precedenti erano sfollati quasi 9 livornesi su dieci. Al loro rientro in città dovevano sperare non solo che la loro casa fosse ancora in piedi ma anche che non se ne fosse impossessato nessuno arbitrariamente: né i militari angloamericani per le loro esigenze (si presero i fabbricati già requisiti dai tedeschi e anche parecchi altri) né qualche sfollato con la casa crollata (e con la forza della disperazione di dare un tetto ai figli). Non è finita qui, spiega Fantozzi: «La mancanza di acqua impedì per lungo tempo il ripristino delle minime condizioni igieniche» e bisognava fare i conti con il fatto che «permanevano estese zone minate, delle quali alcune non identificate». Senza contare che «le esigenze militari del traffico portuale misero in subordine i bisogni della popolazione civile».
La protesta del cibo
C'era il problema del lavoro. Se il Cantiere era passato da più di 3mila a neanche 600 buste paga, se gran parte del sistema portuale e industriale era stato azzerato, è comprensibile quale importanza avesse la committenza alleata con i lavori per far ripartire la città: ma già nel settembre '44 le forze di sicurezza segnalano a Palazzo Chigi che a Livorno tira aria di tempesta con i lavoratori che rifiutano il cibo per protesta. Il motivo: salari troppo bassi.
Le preoccupazioni delle famiglie prendono corpo nelle proteste sindacali e in dure note del Cln ma perfino nei report che dalle stazioni e dai comandi locali dei Reali Carabinieri vengono fatte ai superiori.
È un fragile equilibrio: è già un miracolo che le autorità angloamericano abbiano digerito l'idea di lasciare la città in mano a un sindaco comunista (Furio Diaz, dopo che Giorgio Stoppa aveva rifiutato per timore di ritorsioni su familiari rimasti in zone controllate dai tedeschi), l'hanno fatto perché hanno bisogno della collaborazione delle forze locali in quanto Livorno diventerà il porto-chiave della logistica degli alleati. Ma pensare che sua tutto rose e fiori, no: le sberle non mancano. Come quando due alti dirigenti del Pci vengono fermati durante una irruzione nella sede della federazione. I militari alleati non perdono occasione – viene fatto rilevare – per far capire chi è che comanda: come quando c'è da castigare stupri, ruberie e borsa nera di parecchi militari Usa.
C’era soprattutto il problema dell’ordine pubblico. A dar fuoco alle polveri di una situazione complicatissima è un moulinex di elementi: 1) le industrie fanno fatica a ripartire, c’è una forte disoccupazione e dunque si sbarca il lunario arrangiandosi; 2) a pochi chilometri dalla città (e dalla sua miseria) ci sono i magazzini delle truppe alleate che sono pieni di ogni ben di dio: con una buona percentuale di militari Usa che trafugano cose, chi per portarli alle ragazze e chi per fare borsa nera; 3) sulla città grava la presenza di alcune decine di migliaia di militari praticamente a contatto di gomito con i livornesi; 4) tutta questo sarebbe una bolgia già di per sé, figuriamoci quando su Livorno e dintorni si scarica un “esercito” di “segnorine”, papponi, ubriaconi, ladri e perdigiorno.
Risultato: il rispetto della legge diventa un optional, forse un lusso per chi è abituato o costretto a strappar la vita con i denti. Le risse, le sparatorie, gli agguati sono quotidiani: solo nell’ottobre ’44 – segnala il lavoro su “Amministrazione, società civile e truppe alleate nella lunga liberazione” – si erano contati, come riportava il capitano Stanley Beatty (Public safety dell’Amg), trenta “incidenti di violenza” contro i civili: con un bilancio di quattro morti, sette feriti a pistolettate e due a coltellate, tre persone aggredite e quattro rapinate. Talvolta con effetti a catena: il carabiniere disarma il militare Usa che aggredisce una ragazza, vanno a dargli man forte i suoi commilitoni, la rissa degenera, l’indomani nuovo round con i giovani livornesi che vanno a cercare i militari yankee, meglio se neri…
«La peggio schiuma»
Come racconta Urano Sarti, l’operaio-scrittore, in un suo romanzo in vernacolo: «Ladri, ruffiani, fardacce, sciuscià, fotografi ambulanti, borzari neri, bancarellisti, farzari, imbroglioni: tutta la peggio schiuma della delinquenza nostrana e straniera s’era data ‘onvegno in questa città d’onesti lavoratori, infamandola sotto l’occhi ineffi’aci della pulizia, che tanto faceva e nulla ‘ombinava».
Eppure hanno fatto finire l’incubo della guerra e hanno cacciato i nazisti che avevano potere di vita o di morte in ogni istante, eppure hanno conquistato la democrazia che non avevano mai avuto davvero. Eppure quella Livorno lì in frantumi l’hanno rimessa in piedi. Ce l’hanno fatta con un sindaco (Furio Diaz) che aveva appena compiuto 28 anni, in giunta c’era perfino l’assessore anarchico (Silvano Ceccherini) e il suo collega cattolico Renato Orlandini non era nemmeno maggiorenne. Loro ce l’hanno fatta.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
