Gioco
«Gli alleati bombardarono Livorno per far credere che volessero sbarcare»
Il 19 luglio 1944 l’entrata di angloamericani e partigiani in una città che non esisteva più
LIVORNO. Per la maggior parte dei giovani (e non solo) la Red Bull oggi è il brand di una notissima bevanda energetica o lo sponsor di una scuderia di Formula Uno. E Clark sono le comode polacchine da passeggio. Ma quando ricorre il 19 luglio, giorno della Liberazione di Livorno dai nazifascisti, fortunatamente c’è chi risveglia la memoria rievocando i fatti di quel giorno d’estate di 78 anni fa. E Red Bull e Clark diventano qualcosa di diverso.
«In realtà avanguardie partigiane e angloamericane erano già entrate in città da un paio di giorni al fine verificare la situazione precisa in merito alla permanenza delle truppe nemiche – racconta Alessandro Volpi, docente universitario di Storia Contemporanea alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa –, prendendo atto di come la città di fatto non esistesse più, distrutta com’era dai bombardamenti alleati. I tedeschi e i fascisti avevano comunque già lasciato Livorno da alcuni giorni. Il 19 fu la data dell’ingresso ufficiale dei partigiani del Terzo Distaccamento e della 34esima divisione angloamericana Red Bull comandata dal generale Mark Wayne Clark».
Nell’archivio Luce è presente, ottimamente conservata, la sfilata dei partigiani nell’attuale via Gramsci. Ma non si pensi che l’ingresso a Livorno fosse stato indolore: «La città era disseminata di mine – ricordava Mauro Zucchelli in una ricostruzione di quel giorno pubblicata un anno fa su questo giornale –, in viale Carducci un blindato della Wermacht, rimasto a coprire la ritirata, si mise a sparare all’impazzata e un cecchino dai tetti di San Marco seminò il terrore».
Dicevamo dei bombardamenti: «L’ultimo – racconta il professor Volpi – ci fu il 7 giugno, un mese e mezzo prima della liberazione ufficiale. Va sottolineato come la città fosse stata devastata dagli attacchi aerei sin dal 1940 anche se il grosso di essi vi fu nel 1944». Perchè questo accanimento? «Ovviamente in primo luogo per danneggiare il porto che era utilizzato dai tedeschi per le loro operazioni militari – risponde lo storico –. Ma c’è un’altra spiegazione…». Quale? «Pur mancando da sempre l’ufficialità di quanto sto per dire alcuni storici hanno nutrito il sospetto che gli alleati volessero far apparire Livorno come la località scelta per lo sbarco (invece di Anzio). Il bombardamento sarebbe stato teso a voler far credere ai nazisti della intenzione di “bonificare” lo scalo da ostacoli».
Ma con la liberazione i problemi per i livornesi certo non finirono. «No, iniziò il lungo periodo della ricostruzione con tutte le vicende che conosciamo – continua Volpi –: il mercato nero, Tombolo, le “segnorine”... Tutto questo per una popolazione che aveva subito, nel generale contesto della dittatura, pure l’evacuazione dalla zona nera ovvero lo sfollamento forzato da alcune zone della città finalizzato ad una migliore difesa tedesca dagli attacchi alleati». Poi che succede? «Nel frattempo ai Casini di Ardenza si era installato il comando americano e a Villa Trossi Uberti un ufficio del lavoro – prosegue Volpi -. In città arrivarono le am-lire (un dollaro uguale cento am-lire). E la città potè ricominciare lentamente a sorridere. Celebre fu il concerto di Frank Sinatra in Piazza Magenta il 7 luglio del 1945. Ma a Livorno cantarono pure Ella Fitgerald e Marlene Dietrich, l’attrice tedesca poi naturalizzata americana».
Tornando al 19 luglio è bene ricordare come fosse stata ben più cruenta la risalita alleata verso Livorno. Solo il 17 luglio ebbe luogo la liberazione di Rosignano. Bruno Bernini, partigiano e poi parlamentare Pci nella pubblicazione “Il decimo distaccamento partigiano e la liberazione della città” racconta, tra gli altri episodi noti, l’arresto di due soldati tedeschi a Quercianella da parte dei suoi partigiani. «Per Bob il portuale erano nemici oppressori e andavano fucilati – scrive – ma io gli dissi che non era con il giustizialismo che si costruisce la nuova Italia. E li consegnammo agli americani».
E poi i momenti in cui «da Antignano, da Ardenza, da Collinaia, da via di Popogna entrammo in città salutati dai livornesi in festa».
La memoria storica dei partigiani è ora affidata all’Anpi di Gino Niccolai nelle spoglie stanzette di via Terreni: «E se qualcuno volesse venire a darci una mano per tenere vivi quei valori – dice - ne saremmo felici».
La liberazione di Livorno fu pure occasione di far conoscere popoli diversi ai livornesi come i neri americani e gli altri coloniali a seguito delle truppe britanniche. «Qui transitarono pure le truppe brasiliane cui va il merito di aver liberato molte zone del centro Italia - ricorda ancora Volpi – e furono soprannominate le truppe del serpente che fuma». Perchè? «Il presidente di quel paese, Getulio Vargas, inizialmente non ne voleva sapere di partecipare al conflitto e disse “è più facile che un serpente fumi che il Brasile entri in guerra. Poi gli americani seppero convincerlo. E il serpente fumò».
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