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I livornesi che hanno fatto la valigia: "Portiamo lo spirito labronico nel mondo"
Le esperienze, le speranze, i sogni dei livornesi (soprattutto giovani) che hanno sentito Livorno troppo stretta per la loro vita: ecco cosa dice un primo gruppo di loro
LIVORNO. Sei storie fra le tante: quelle dei 15mila livornesi che hanno fatto la valigia e hanno lasciato la città. Talvolta tagliando ogni legame, spesso mantenendo radici "amaranto". Il numero dei livornesi che se ne vanno (e dunque risultano nei registri dell'anagrafe dei residenti all'estero) supera quello di chi da fuori migra a Livorno: siamo terra di emigrazione, insomma. Cervelli in fuga ma anche camerieri, infermieri o operai in fuga. Ecco cosa raccontano queste persone.
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DIEGO ZUCCA: «La mia Livorno mi manca ma non mi sono pentito della scelta di vivere in Russia»
«Non mi sono mai definito un cervello in fuga, perché non sono né uno scienziato né un ricercatore. Mi definisco più un oratore con mille nozioni, molte delle quali inutili, nel cervello». Diego Zucca, prof d’italiano da 14 anni a Mosca, parte da qui. Lo fa dicendo che «a Livorno stavo bene, salvo che lavoravo davvero poco e per brevi periodi, nonostante avessi fatto mille domande di lavoro». Risultato: «Quando ho conosciuto la mia futura moglie, russa, pensando a dove fosse più facile iniziare, abbiamo scelto la Russia, perché lei lavorava, aveva un suo appartamento e mi aveva già trovato un lavoro come insegnante privato ancor prima che arrivassi». In questi 14 anni di vita all’ombra del Cremlino e del Bolshoi, «non ho mai avuto grossi problemi: anzi, essendo italiano vengo sempre rispettato per questo». Il rapporto con Livorno? «Sono sempre venuto un paio di volte l’anno, una decina di giorni in inverno e circa due mesi in estate. Certo, Livorno a volte manca. In particolare in questi ultimi due anni dove viaggiare è diventato un problema, manca il poter prenotare un aereo e correre ad abbracciare la mia famiglia quando voglio senza test molecolari o scali in altri paesi. Manca un tuffo in mare. Ma non posso assolutamente dire di essermi pentito, perché mi sento pienamente realizzato e apprezzato». (Claudio Marmugi)
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MARCO BENVENUTI: «Essere curioso del mondo, me l’hanno insegnato i miei genitori col camper»
«Sono stati i miei genitori a rendermi curioso del mondo: mi portavano a giro per mezza Europa con il camper che mio nonno aveva costruito nella sua officina». Marco Benvenuti la sua vita l’ha costruita dall’altra parte dell’Atlantico, a Las Vegas: il padre era il sindaco Roberto Benvenuti. Negli Usa ha dato un colpo di timone e si è laureato prima in hotel management, poi il master alla Cornell in business. Con l’idea di rispondere alla novità che già vent’anni fa emergeva negli Usa: i prezzi dinamici al variare della domanda, dell’affollamento delle camere, della vicinanza della data e di mille altre cose. Come gestirlo? La risposta è l’algoritmo che Benvenuti ha creato con la sua società Duetto, ora il bis con qualcosa di analogo ma per i ristoranti. «Io e Livorno? I contatti sono rimasti: non vengo dal 2019 ma in mezzo c’è stato il Covid e la malattia di mia madre, ma qui i miei amici sono venuti e con i social tenere i legami non è così difficile. Anzi, nel 2016 la festa dei miei 40 anni l’ho fatta all’hotel Palazzo. Quando torno in vacanza, tutto è bello e affascinante. Ma quando mi trasformo in cittadino alle prese con la quotidianità, ecco che sento tutta la differenza: la difficoltà di parcheggiare, gli intoppi della burocrazia, i negozi che non sono aperti 24 ore su 24 come qui. Con il Toscana Pride ho visto che qualcosa si sta muovendo anche nella mentalità, ma mi sembra che molte cose siano rimaste indietro di anni».
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VIRGINIA CIANGHEROTTI: «Ho iniziato presto ad andare per il mondo, sono a mio agio in un ambiente cosmopolita»
«Il percorso che mi ha portato all’estero è iniziato presto: la quarta liceo l’ho fatta negli Usa, gli Usa del Wisconsin. Un anno passato sperando di tornare a casa il più presto possibile». L’esame di maturità, Virginia Ciangherotti l’ha fatta nella "sua" Livorno. Poi però l’idea di guardare al mondo come "casa" è tornato a farsi sentire: «La mia famiglia mi ha incoraggiato a tenere gli occhi aperti sul mondo». Ecco che l’università è la Westminster a Londra: poi il lavoro in una big del tabacco, quindi il settore fintech con Bloomberg. E ora a 25 anni dice: «Fra 10 giorni mi trasferirò a Dubai». Cosa c’è dietro la valigia di Virginia? «Volevo vivere in una città più grande. Era proprio quel che mi stava stretto nell’esperienza americana: mi ero accorta di aver dato per scontate mentalità e libertà che avevo a Livorno. Ecco perché dopo un po’ ho avuto la sensazione che mi sarei sentita a mio agio in un ambiente più cosmopolita». Cosa manca a Livorno? «Un mercato del lavoro un po’ più ampio. Ho un sacco di amici che fanno l’università: mi domando se Livorno, così com’è ora, possa assorbire tutte queste professionalità laureate. Ma soprattutto mi sembra che manchi un po’ di ambizione professionale: è come se ci si accontentasse sperando che poi chissà. Forse perché la città non si sente davvero connessa: Milano sembra più vicina a Londra che a Livorno, e sia chiaro che non è una questione solamente geografica».
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SCIALOM ZARRUGH: Ha sempre voluto andare a vivere in Israele ma Livorno la sente come casa
Il nome di Scialom Zarrugh è finito sotto i riflettori della cronaca internazionale poche settimane fa: nel suo ristorante nel bel mezzo della vita della Tel Aviv by night, appena ha sentito i colpi di arma da fuoco sparati lì vicino da un attentatore, ha riparato i passanti in fuga, andando a riparare con un tavolo alla bell’e meglio una donna caduta per strada. Anche lui, che alla fine di autunno compirà 39 anni, è un livornese che ha fatto la valigia: la sua famiglia la conoscono tutti in città (il padre Yosef ha un negozio di pelletterie e lo zio Shmuel si occupa di profumi), lui il diploma l’ha preso al Cecioni («sono rimasto in contatto col professor Victor Marinari ma ho un bel ricordo un po’ di tutti»). Racconta che, con queste radici familiari fra il Mercato e via Grande, Livorno per lui ha «odore di casa»: il suo ristorante "Pankina" è sulle guide più rinomate come un locale per gourmet che «guarda allo stile di vita italiano», come tiene a sottolineare lui. Ma la sua è una famiglia con la valigia in mano: anche il fratello Gabriele vive lontano, in Canada. In famiglia però hanno sempre saputo due cose: 1) Scialom ha sempre detto che «lui voleva vivere in Israele»; 2) Scialom ha sempre preferito guardare la mamma che cucinava piuttosto che andare a giocare, e in effetti ora il suo locale è uno di quelli che anche Tripadvisor mette fra i primi 75 dei quasi 1.400 di Tel Aviv.
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CECILIA LASCHI: A Singapore nell’università hi-tech per perfezionare il polpo-robot "amaranto"
A dar retta all’anagrafe proprio livornese non è, ma un "cervello" eccome: Cecilia Laschi è nata a Piombino e cresciuta a Follonica ma il suo nome è legato a Livorno per l’esperienza al centro di biorobotica che la Scuola superiore Sant’Anna ha messo in piedi allo Scoglio della Regina (e lei molto ha fatto, insieme all’ingegner Paolo Dario, per lanciare la nostra città nella "geografia" della robotica soft a livello internazionale chiamando esperti di mezzo mondo). Adesso l’ha chiamata in cattedra la National University of Singapore, che nella classifica mondiale degli atenei figura fra i primi 21 del pianeta. E se qualche anno fa era stata inserita da una rivista cult del settore fra le 25 scienziate viventi più importanti (insieme alla castiglioncellese Barbara Mazzolai), ora tocca a Forbes, bibbia economica internazionale, richiamarne il talento. Con una sottolineatura tutta labronica: il nome di Cecilia Laschi viene associato a quello del polpo robot Octopus che si ispira al polpo vero per l’iper-destrezza dei movimenti. Nelle interviste più recenti parte proprio dal robot livornese, che come dice lei ha «rivoluzionato la locomozione marina»: saranno sviluppati nuovi aspetti del polpo-robot. Il motivo che l’ha portata in Asia? La voglia di uscire dalla comfort-zone e rimettersi in gioco.
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ALBERTO PAOLETTI: «Ho preso a scoprire l’Europa con l’Erasmus, poi un tirocinio e ora lavoro a Bruxelles»
«La prima volta che ho lasciato Livorno è stato per motivi di studio: per partecipare al programma europeo Erasmus. Vivere da soli in un paese straniero è una grande sfida. Mi ha reso indipendente: lo consiglierei a tutti gli studenti sia per l’offerta formativa che per l’esperienza di vita unica». Il racconto di Alberto Paoletti, ora al lavoro a Bruxelles nelle istituzioni europee, inizia così: dalla "generazione Erasmus" («una nuova lingua una nuova vita»). La seconda volta ancora l’Europa entra nella sua vita «con il tirocinio Robert Schumann al Parlamento europeo: altra esperienza unica che avrebbe cambiato la mia vita, visto che ci lavoro tutt’ora». Livorno le stava stretta? «Stretta non direi, ma vedendo i capolavori realizzati in contesti decisamente meno privilegiati è inevitabile tracciare un parallelo». Gli capita sì di tornare a Livorno, «e se non capitasse lo farei capitare: un livornese non può vivere senza. Fortuna che ora ci sono i collegamenti con le compagnie a basso costo: ce ne siamo resi conto insieme a colleghi e amici sparsi per l’Europa e per il mondo durante la crisi pandemica». E vista da fuori Livorno com’è? «È ancora più bella e quando si arriva in volo è possibile apprezzarla sotto un’altra prospettiva. Quando tra concittadini ci si incontra all’estero è sempre una sensazione speciale che unisce, aiuta a cementare lunghe amicizie, affrontare momenti difficili o anche solo a scoprire dove trovare la farina di ceci».
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