Il Tirreno

Livorno

Luciano Galoppini e il Masi dei piccoli campioni. «Grazie mister, per noi eri come un padre»

Federico Lazzotti
Una foto del Masi Calcio 1981
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Una foto del Masi Calcio 1981

I ragazzi ricordano l’allenatore scomparso tra aneddoti e tanti ricordi: «Passava a prendere tutti con la sua Renault Clio scura per portarci agli allenamenti»

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LIVORNO. Nessuno di loro è finito sull’album delle figurine Panini. Ma c’è stato un tempo a Livorno, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, in cui una squadra di piccoli campioni che correva con le magliette di lana che bucavano ovunque, vinceva tutto quello che c’era da vincere: tornei e titoli regionali, fino allo scudetto. Tanto da essere temuta da una generazione di coetanei, di passare di bocca in bocca tra gli addetti ai lavori. E i nomi di molti di quei giocatori-bambini venivano snocciolati a memoria come se si trattasse della nazionale di Bearzot: Morucci, Nieri, Dini, Marradi, Chichizzola, Perrotti.

Di quel Masi della classe calcistica 1981, Luciano Galoppini, scomparso l’altro ieri a 77 anni dopo una lunga malattia, era il padre-allenatore, una specie di mentore, sicuramente una guida. Capace di plasmare, motivare e far crescere quel gruppo di bambini che ieri, diventati adulti, lo hanno ricordato nella chat creata tempo fa e chiamata, non per caso: “Masi campione del mondo”.

Dentro ai messaggi sono affiorati i ricordi, gli aneddoti e i modi di dire di quell’allenatore che trent’anni fa aveva più o meno l’età che oggi hanno i componenti di quella squadra. Allora Luciano era una sintesi tra Marcello Lippi e Paul Newman, ma doppiato dal “Nido del Cuculo”.

Sì, perché il suo linguaggio in campo, durante partite e gli allenamenti, era molto più che colorito, quasi teatrale. Diciamo che era un altro tempo, un altro approccio educativo. Per lui – a ragione o meno – eravamo sì bambini, ma soprattutto giocatori. «Non sei mica una valigia», urlava se vedeva qualcuno fermo in mezzo al campo di Salviano. «Dannene», sbraitava alzandosi dalla panchina e mostrando il pugno chiuso al terzino che ritardava il passaggio all’ala. E poi c’era quell’urlo di battaglia, prima dell’inizio di ogni partita che oggi farebbe venire i capelli ritti ai perbenisti dell’educazione sportiva: «Chi si estrae dalla lotta», cominciava lui. «È un gran figlio di m....», gridava all’unisono tutta la squadra di Pulcini.

Perché Luciano, almeno a quei tempi, non era quello che si definisce un cultore del pensiero di Pierre de Coubertin. A lui piaceva vincere – correttamente, ma vincere – e quella filosofia l’ha trasmessa, inculcata e fatta diventare una religione per tutto il gruppo. Non a caso, quando lui se ne andò, la magia finì e il ciclo si chiuse. Per diventare qualcosa di diverso: un pallonetto indimenticabile nella vita di tutti noi.

Ma se per quel gruppo Luciano è stato come un padre, per lui quei bambini erano figli. «Ricordo – racconta Giovanni – quando passava a prendere tutti con la sua Renault Clio scura per portarci agli allenamenti». Con la macchina, alla quale aveva attaccato allo specchietto un portachiavi della Ferrari, si faceva mezza città: da San Jacopo alla stazione fino a trasformare l’auto in una specie di pulmino dove borse, tacchetti e sette teste si confondevano.

«La cosa che ci fa piacere – dicono quegli ex giocatori – è che lo abbiamo invitato a cena poco tempo fa. È stato come dirgli grazie per l’ultima volta». Oggi in molti saranno alle 9.30 alla chiesa dei Lupi. Per scendere in campo ancora una volta insieme a lui.

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