Il Tirreno

Livorno

La rivoluzione dell’energia. Così nasce la “comunità”

Pannelli fotovoltaici su alcuni fabbricati all’interno di un quartiere
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Pannelli fotovoltaici su alcuni fabbricati all’interno di un quartiere

Non più un colosso come fornitore ma un team di auto-produttori 

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COLLESALVETTI. Il Decreto Milleproroghe è come le mutande di Eta Beta, il personaggio Disney che vi nasconde di tutto un po’. Eravamo col fiato sospeso a fine febbraio 2020 per i primissimi stop per via del Covid e in pochi si sono accorti che in quell’ennesimo provvedimento-guazzabuglio firmato dal governo Conte versione giallo-rossa c’era qualcosa che vale una piccola grande rivoluzione: si aprono le porte alle “comunità di energia rinnovabile”.

Di cosa si tratta? Finora abbiamo conosciuto l’energia come qualcosa che ci viene fornito da un gigante economico: lui la produce e la distribuisce, noi la riceviamo come clienti. Tutt’al più le liberalizzazioni avevano moltiplicato i soggetti gestori, ma sempre mantenendo la stessa ottica: invece che un solo gigante ce ne sono diversi, ma il mutamento sta solo nella speranza che si facciano concorrenza anziché dar vita a accordi a scapito dei consumatori.

Qui invece parliamo di “comunità”: e in effetti l’articolo 42bis – che è la chiavetta d’accensione di questo mutamento – indica che stiamo parlando, ad esempio, di “autoconsumatori che agiscono collettivamente” (in caso di famiglie) o di “comunità energetiche” (se ci allarghiamo a «persone fisiche, piccole e medie imprese, enti territoriali o autorità locali, comprese le amministrazioni comunali») ma non può essere l’attività principale la fornitura di energia o l’adesione a questa “comunità energetica”. Anche perché in ballo non c’è il profitto economico bensì un beneficio “comunitario” in termini ambientali o anche socioeconomici: in pratica uno scambio fra pari, magari gestito per via digitale, della capacità produttiva del proprio impianto fotovoltaico o anche della propria capacità di accumulo (batteria).

L’apripista in Toscana è il Comune di Collesalvetti che nelle settimane scorse scorsi ha presentato all’interporto di Guasticce un accordo di collaborazione con il Comune di Magliano Alpi (Cuneo): è un piccolo borgo piemontese sulle colline di Mondovì, poco più di 2mila anime, che fin da subito (aprile 2020) ha fatto da battistrada di questa innovazione nel mercato dell’energia mettendo al centro, da un lato, il cittadino attivo nella doppia veste di produttore e consumatore e, dall’altro, l’aggregazione locale in grado di apportare benefici alla comunità locale. A fare da traino l’amministrazione locale che ha installato un impianto solare sul tetto del municipio e un ingegnere esperto in organizzazione economica innovativa per la transizione energetica.

Il Comune di Collesalvetti, guidato dal sindaco Pd Adelio Antolini – nel proprio territorio ha un colosso energetico come il polo petrolchimico della raffineria Eni (poco meno di 2 milioni di metri quadri di estensione, capacità di raffinazione di 84mila barili al giorno) – punta a sponsorizzare nella concretezza operativa «un modello cooperativo di gestione dell’energia, che crei valore da reinvestire sul territorio in modo più sostenibile ed etico».

Non è però solo Collesalvetti a muoversi: basti ricordare che a fine gennaio l’Università di Pisa, con il progetto “Autarchia energetica sostenibile”, ha chiamato al confronto in un webinar organizzato in tandem con la Regione Toscana, che ha schierato l’assessora all’ambiente Monia Monni.

Dal quartier generale dell’associazione dei Comuni il direttore Simone Gheri, ricordando gli esempi anche di Prato e di Manciano, ha insistito su un aspetto: «I Comuni vogliono essere al centro della rivoluzione verde del paese e fare della Toscana la regione più green d’Italia». Aggiungendo poi: «L’energia non va intesa solo come bene economico, ma come un tramite per consentire alle comunità locali di rispondere alle esigenze che vengono individuate sul territorio per promuovere lo sviluppo locale con particolare attenzione a quelle aree in cui si presentano difficoltà nella fornitura di energia elettrica e di gas».

A prestar fede al recente studio di Elemens per Legambiente, la strategia delle “comunità energetiche” può essere utile anche per contrastare la “povertà energetica”: si ipotizza una riduzione dei costi in bolletta «fino al 25% per le utenze domestiche e condominiali e fino al 20% della spesa energetica di piccole e medie imprese, scuole, distretti artigiani».

Nell’inverno scorso è nata sotto l’ala del cigno di Legambiente la “Rete delle Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali”. Con un obiettivo messo nero su bianco nell’indagine già citata: fare arrivare a 17 gigawatt la nuova potenza installabile al 2030, cioè quasi il 30% dei traguardi di decarbonizzazione del settore energetico che sono dichiarati nel “Pniec”, il piano che fissa lo sguardo su energia e clima. Secondo il fronte “verde” è in ballo la possibilità di creare poco meno di 20mila posti di lavoro nel solo settore impiantistico, con un valore aggiunto contabile pari a 2,2 miliardi di euro nella filiera delle rinnovabili (e risparmiando nel 2030 47,1 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica).

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di Redazione web