Il Tirreno

Livorno

Mezzo secolo di noi Betta ha detto stop

Giorgio Billeri
Mezzo secolo di noi Betta ha detto stop

«I ristoranti, la città che cambia, i personaggi. E quella Marsigliese che voglio brevettare»

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LIVORNO. Di che colore è la nostalgia? E come fai a tratteggiarla, a disegnarla, a raccontarla? A volte basta poco, una parola, un’espressione. Quella di un ragazzo che si affaccia nel sole di giugno alla porta della gloriosa Osteria La Lampara, tra via Roma e via Caduti del Lavoro. «Ciao Betta, mi fai una Marsigliese per mezzogiorno e mezzo? ». «Io te la faccio, ma è l’ultima che mangi». L’ultima, già. Il ragazzo, che qui viene spesso e che in Betta – al secolo Elisabetta Lenzi – ha trovato non solo il pasto, ma anche il conforto di due chiacchiere, di una battuta, di un sorriso, quasi non ci crede. «Quanto mi dispiace, ma spero che sia quello che vuoi».

L’ultima Marsigliese potrebbe essere il titolo di un romanzo, o di un film di cui vedi i titoli di coda dietro alle ciglia appannate dall’emozione. Quel piatto (insieme a tanti altri) che per 51 anni è atterrato, fumante e suadente, sul tavolo di generazioni di livornesi da domani perde la sua regina: Betta ha deciso che è tempo di chiudere il capitolo più lungo, felice, doloroso, controverso, palpitante della sua vita. Il notaio sancirà la vendita della sua attività, ma è come se certificasse anche il valore di tutta un’esistenza. E con quella serranda (che prima o poi si rialzerà, certo, ma con diverse persone e soprattutto con un diverso spirito) si stacca anche un altro tassello del puzzle della nostra storia, della nostra Livorno. E nessuno pensi che sia un tassello di poco conto: spesso la storia si scrive con le cose semplici.

La sabbia cade implacabile nella clessidra, è passato in un lampo mezzo secolo di personaggi, importanti e comuni, politica e sport, musica e imprenditoria, belli e meno belli, simpatici e antipatici che si sono seduti aspettando le delizie di Betta, e ancora prima di sua madre e di suo padre. Di comande, di arrabbiature nel fumo della cucina, di gente che si complimenta e magari ritorna, di “scusa sono piena, non ho posto” e di serate in cui attendi qualcuno che non verrà.

In 51 anni vedi il mondo cambiare ed Elisabetta Lenzi lo ha fatto: dagli anni sontuosi del boom economico quando mangiare voleva dire godere, star bene, scegliere il meglio costasse quanto costasse fino alla crisi della città, al menù che fatalmente deve contrarre la propria magnificenza per adeguarsi a un mondo meno prodigo, giocoforza più sparagnino: meno soldi in tasca, certo, ma anche meno voglia di assaporare le gioie della vita. Poi la straziante malinconia del Covid, della chiusura, dei tavoli distanti due metri. Meglio abbassarla, quella serranda, adesso. È tempo.

Elisabetta Lenzi è stata tutto questo, una sorta di testimone privilegiata delle piccole e grandi rivoluzioni sociali ed economiche di Livorno, la metamorfosi vista dietro ai fornelli. Donna energica, strabordante, senza compromessi, simpatia tagliente ed arguta, un Bignami dell’essere livornese. Una che non le ha mai mandate a dire, e può essere un bene come un limite. Ed a poche ore dal ritiro ha voglia di raccontarla tutta, questa parabola professionale e di vita.

ANNI SETTANTA
«A scuola non andavo bene. Un giorno i professori dissero ai miei: meglio se la ragazza la scuola la vede col binocolo. Nuotavo, facevo gli 800 metri, ero brava. Babbo e mamma avevano il ristorante Il Duomo, sotto i portici di via Pieroni. Avevo 15 anni, e mi dissero: basta con la scuola, ok, ma tu arriverai al ristorante prima dei dipendenti e te ne andrai dopo. Stavo dalle 8, 15 del mattino fino a notte, andavo con mio babbo a comprare il pesce al mercato. Quante cose ho imparato, c’erano i camerieri veri, quelli che sapevano sporzionare un pesce davanti al cliente, che sapevano come allestire la tavola. Grandi tempi: i clienti spendevano tanto, ma erano soddisfatti: Livorno negli anni Settanta era una città, secondo me, felice».
La vita, poi, sa sterzare d’improvviso e prendere strade diverse, che magari possono anche farti paura. «Nel 1975 i miei ebbero un brutto incidente stradale e io rimasi sola a gestire il ristorante, avevo soltanto 19 anni. Tre anni dopo ci convincemmo che era meglio trovare una situazione più piccola, meno impegnativa. E così comprammo I Sette Tavoli, all’angolo tra via Montebello e via San Jacopo in Acquaviva. Era il 1978».

LA CASA DEL BASKET

Erano proprio sette i tavoli: ambiente piccolo, cucina sontuosa, con gli spaghetti alla Marsigliese come stella polare: ben presto trovare un posto era come un 13 alla schedina. «Merito soprattutto della pallacanestro – sorride Betta – il ristorante divenne il covo della Pallacanestro Livorno che era arrivata in serie A. Una sera vennero a cena Dedo Neri e Bruno Ghezzani, che di quella società erano dirigenti. Si trovarono bene e sparsero la voce, quindi arrivarono anche i fratelli Niccolai e poi tutta la squadra: ricordo Vandoni, Piero Costa, Cedro Hordges, Massimo Minto, Matteo Lanza, Letterio Visigalli, Mauro Di Vincenzo che mi chiamava anche per le cene a casa sua. A fine partita da me mangiavano anche gli arbitri, spesso i tifosi si accalcavano fuori per contestarli e arrivavano i carabinieri o la polizia». Quando Mauro Di Vincenzo e Matteo Lanza parlano di Livorno ricordano ancora il basket, l’Accademia Navale e la Marsigliese di Betta.

CAPRAIA MON AMOUR
L’isola del cuore, un legame che ha attraversato tutta una vita. Nel 1988 Elisabetta decide che è tempo di cambiare aria. «In Capraia avevo dei parenti e ho passato molte estati. Così, quando seppi che lo “Scorfano” vendeva la licenza ho deciso di buttarmi. Lavoravo solo d’estate, ma era una sorta di paradiso, una magìa: chiunque sbarcava sull’isola veniva da me. Ho servito Lucio Dalla, Gino Paoli che comprò braccialetti da mio figlio per non so quante migliaia di lire, poi Renato Pozzetto altri attori e personaggi. Altero Matteoli, quando attraccava, mi chiedeva il crudo di mare. Pescavamo e cucinavamo, anni indimenticabili». Poi un altro colpo al volante della vita, un’altra strada.

VIA VENETO

1997. «Torno a Livorno, un amico mi dice che è in vendita la Caravella di via Vittorio Veneto, un bel locale a ridosso della Questura. Vado, vedo, mi convinco: l’architetto Caturegli fece un grande lavoro di ristrutturazione, e così nacque il Paradosso, uno degli altri momenti felici della mia vita. Eravamo sempre pieni: pranzi veloci per i dipendenti della Questura e delle agenzie assicurative, la sera a cena pizza e il pesce che mi arrivava da Capraia. È durata fino al 2000, lo rimpiango ancora oggi».

LO YACHT CLUB

La vita chiude un’altra porta e spalanca un portone. I primi anni del nuovo Millennio Elisabetta li trascorre in una location magica, unica, suggestiva: lo Yacht Club. Vedendo da vicino la Livorno che contava, quella delle grandi barche e dell’associazionismo di elite.
«Fu un noto commerciante del centro, amico mio, a dirmi che stavano cercando qualcuno che gestisse il ristorante. Mandai il curriculum, mi presero subito. Per me sono stati gli anni più belli, da me mangiava la città di alto livello, io sono molto cresciuta, ho capito davvero come gestire un ristorante e come rapportarmi con la gente». Altra sterzata: nel 2007 cambia il direttivo e Betta deve trovarsi un’altra strada. Torna in Capraia, dove apre l’antenata della Lampara livornese. «Ma i tempi erano cambiati, l’affitto era troppo alto, insomma non era come prima».

IO E LUCIANO

Ma è qui che arriva una persona che nella vita di Elisabetta Lenzi ha contato moltissimo: Luciano Zazzeri, stellatissimo chef della Pineta di Bibbona. «Lo avevo conosciuto qualche anno prima, a una festa privata. Mi dissero che aveva bisogno di una mano in cucina, e io andai. “Pulisci le acciughe“, mi disse, e percepii lo sguardo preoccupato degli altri, se sbagliavi qualcosa Luciano ti fulminava. Cacciò una lavorante dalla cucina perché aveva osato incidere una latta di olio con il coltello. Poi mi invitò a ballare, era davvero pieno di fascino. Una volta mi chiama, stava venendo in Capraia con il suo staff e voleva mangiare da me. Capirete, io ero terrorizzata. Mia mamma preparò pasta fresca con scampi, cozze, vongole e tartufo, poi il brodetto di pesce e un dentice di cinque chili. Alla fine venne in cucina a complimentarsi».

IN VIA ROMA

Luciano Zazzeri c’era, quella sera di novembre 2011 quando si inaugurò l’attuale Lampara. «La rilevai da Vincenzo, titolare della dieci più uno. Ci sono stata per quasi undici anni. Con tanto entusiasmo, sempre, ma ho visto cambiare, peggiorare le cose. Il livornese si accontenta, adesso, perché ha meno soldi, ho dovuto adeguare il menù, mantenendo però la Marsigliese, il mio cavallo di battaglia. È tutto sempre più difficile: lavorare, ma soprattutto trovare personale di sala, oggi è impossibile che un ragazzo sappia sporzionare il pesce senza massacrarlo».
Il tempo che ingiallisce tutto, ma non lo cancella. Betta chiude regalandoci una chicca. «La Marsigliese (spaghetti con panna, pomodoro fresco, gamberi e chissà cos’altro) non è una ricetta difficile. Ma se sbagli i tempi rovini tutto, il segreto è trovare la perfetta alchimia. Presto andrò dal notaio perché io questa ricetta, che i miei scoprirono per la prima volta proprio a Marsiglia, voglio brevettarla. Perché questo piatto è stato il manifesto della mia vita».
Una vita non sempre facile, ma che è valsa la pena di essere vissuta. Il tassello del puzzle sta per staccarsi, quando passeremo davanti a quel locale penseremo con malinconia che là dentro la ruota continua a girare ma senza la verve, il sorriso, la battuta di Betta. Le luci di mezzo secolo si spengono così, insieme ai fornelli. Ma sarebbe bello pensare che un giorno, da qualche parte, un’altra porzione di Marsigliese ci toccherà ancora.

 

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di Redazione web