Gioco
Disagio, calo cognitivo e perdita di identità. I giovani soli in gruppo
Il punto del sociologo Massimo Ampola: il rischio è l’autolesionismo
LIVORNO. L’abuso di alcol tra i giovanissimi è una tendenza del recente passato: la curva è in costante crescita da circa vent’anni, ma è un discorso che si può applicare anche alla tossicodipendenza. Purtroppo il fenomeno è sempre più ampio e l’età media dei consumatori è sempre più bassa. Accade oggi come accadeva vent’anni fa, però non è mai stata introdotta una vera e propria politica di risoluzione o contenimento per affrontare le cose.
Inutile lamentarsi o piangersi addosso dopo l’ultimo caso del 17enne in coma etilico a Livorno. Questo abuso di alcol è un’espressione di disagio molto frequente, un disagio che spesso porta anche all’autolesionismo. Oggi, a maggior ragione, facciamo parte di una società complessa e tutti ci ritroviamo in una condizione di forte disagio. E se il soggetto non riesce a organizzarsi in questo caos, il disagio diventa disadattamento o devianza, che può essere espressa sotto mille forme.
In questa fase storica i giovani sono spesso disorientato e non hanno punti di riferimento: dal mio punto di vista c’è una continua sollecitazione nel rispondere a loro stessi, spesso con false sicurezze date dal gruppo di amici che frequentano. I giovani sono dentro una folla solitaria, camminano soli ma in gruppo, sono isolati in mezzo ai coetanei. Il singolo è sì in relazione con il resto del gruppo, vedi per esempio i comportamenti legati ai social e alla difesa, ma alla fine si ritrova a combattere da solo.
Non bisogna poi dimenticare il profondo calo cognitivo a cui stiamo assistendo. Prendete i risultati del recente concorso per magistrati: oltre il 90% dei candidati è stato bocciato, lo specchio della nostra epoca. C’è una minore comprensione delle parole, c’è un bagaglio inferiore a livello di significati. E i sentimenti vengono sostituiti dalle emozioni.
Chiaro poi che l’attenzione si sposti su indicazioni sempre più collettive e sempre meno generate dal singolo individuo. Il caso delle Sardine, il movimento politico nato qualche anno fa, è significativo di quello che stiamo vivendo: è stata una bella espressione del bisogno dei giovani - un bisogno appunto collettivo - di darsi delle risposte in una chiave più ampia, ma in conclusione non ha prodotto nulla. Zero idee, zero contenuti.
In sostanza la tendenza dei giovani è quella di condividere ciò che viene loro indicato, senza però farsi delle domande su cui riflettere. Niente nasce dal singolo. Molti credono di essere anti-razzisti, e lo sono davvero nei confronti delle persone di colore, ma in realtà sono razzisti capovolti, nel senso che si scagliano contro altri. Ed è quello che si è verificato sul tema delle pari opportunità, in molti casi passate da bella occasione a negazione e privilegio.
Tornando all’abuso di alcol tra i giovanissimi e al disagio che spesso può sfociare in devianza, naturalmente il ruolo della famiglia resta centrale e fondamentale. Il punto è che certi modelli di famiglia non esistono più. Ormai il giovane e l’adulto sono sempre faccia a faccia. Al giovane è stata sottratta la possibilità di costruirsi un’autonomia e la propria identità, ma allo stesso tempo l’adulto è stato destabilizzato nella sua identità di adulto. E la conseguenza è un rapporto di reciprocità continuamente combattuto. Durante le mie lezioni, ricordo spesso quella pubblicità in cui una bambina si rivolge al padre e gli dice di chiudere il rubinetto per non sprecare l’acqua: è questa la destabilizzazione, è questo il rischio della perdita di identità.
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