Il Tirreno

Livorno

il lutto

Addio a Mario Gerbi il “signore dei segni” fra giornali e design

L’architetto Mario Gerbi, attivo fra grafica e design
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L’architetto Mario Gerbi, attivo fra grafica e design

Architetto e comunicatore visivo, aveva lavorato per anni come grafico del Tirreno, poi era andato a vivere nelle Marche 

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LIVORNO. Per noi al Tirreno era “il signore dei segni”: lo chiamavamo così in redazione, e così lo ricorda anche l’amico Sergio Tani. Dietro quella definizione c’era l’idea di quel che doveva essere il mestiere del grafico dentro un quotidiano: non solo un disegnatore di menabò (lo schema della pagina) ma l’inventore di quella “segnaletica” che ogni giorno permette ai lettori di muoversi all’interno delle pagine del loro giornale decifrandone il contesto e i rimandi. Mario Gerbi, per lunghi anni al lavoro per disegnare l’identikit con cui Il Tirreno si presentava al proprio pubblico, si è spento poche settimane prima di compiere 73 anni.

La moglie Marina, i figli Nico, Francomaria, Agnese e Chiara, insieme a parenti e amici, gli hanno dato l’ultimo abbraccio nella chiesa di San Giovanni Battista a Scapezzano, un piccolo borgo murato di neanche 400 anime che è un gioiello con tanto di castello e, come diceva lui, è «sulle colline di Senigallia, a un soffio di vento dal mare».

Nelle Marche era andato a vivere, dopo l’esperienza da grafico al Tirreno e dopo che era stato chiamato a seguire il nuovo impianto grafico delle testate che il gruppo Espresso man mano acquisiva (la Nuova Sardegna, Il Mattino di Padova, la Tribuna di Treviso, la Nuova Venezia, la Provincia Pavese e il Centro in Abruzzo).

Carlo Caracciolo e Mario Lenzi gli avevano affidato anche uno studio sulla percezione da parte dei lettori dell’introduzione del colore nella stampa quotidiana: è per questo che va in giro per il mondo a seguire esempi come Usa Today e soprattutto quanto stava sfornando il centro studi di un gigante giapponese.

Come dicevamo, dopo un passaggio alla redazione romana di Repubblica, eccolo al Corriere Adriatico, quotidiano matrchigiano: un restyling talmente a 360 gradi che, come Gerbi stesso raccontava, non doveva interessare solo e soltanto la veste grafica ma anche l’architettura della redazione e l’ergonomia dei posti di lavoro.

Ma non si può racchiudere il percorso professionale di Gerbi nel solo lavoro nel cuore della stampa quotidiana. Non foss’altro perché la laurea in architettura l’aveva portato a muovere i primi passi lontano da titoli, fili intercolonna e tagli bassi. Stiamo parlando di una fase contrassegnata da stage e collaborazioni con una istituzione scientifico-ambientale (il Parco di Migliarino San Rossore) e con due studi di primissimo piano (come quello dell’architetto Adolfo Natalini e quello dell’architetto Spadolini). Quegli anni lo vedono impegnato in progetti relativi al carcere delle Murate, alla trasformazione di un ex cinema in teatro, alla realizzazione di una imbarcazione da diporto, alla difesa di dune e arenili. Progetti architettonici e ambientali ma anche design.

A parte altre esperienze nella grafica editoriale (all’Avanti ma anche in varie testate aziendali o di settore) , l’arrivo nelle Marche lo porta a battere il sentiero della comunicazione: ad esempio, dando una mano alle équipe che lavorano al Festival internazionale di Polverigi o facendo da art director al Teatro Pergolesi di Jesi o curando l’immagine dell’Orchestra filarmonica marchigiana.

La fase successiva riguarda un ulteriore capitolo della comunicazione con il suo studio Architettando: l’aspetto della cultura visiva è stato al centro sia del lavoro come docente al Centro sperimentale di design e nei progetti per le aziende in fatto di confezionamento dei prodotti.

L’ultima sottolineatura riguarda un filo rosso di impegno solidale a sostegno di chi sente la fatica di vivere. Se in passato si era occupato a Pisa, oltre che dell’editore Del Cerro, anche di collaborare con l’Istituto di neuropsichiatria infantile, a Senigallia Gerbi ha prestato aiuto alla Fondazione Arca Autismo per renderne efficace la comunicazione.

L’esperienza più indimenticabile? La raccontava lui stesso, ricordando quando a portare un gruppo di piloti disabili a essere protagonisti di un raid off-road unico al mondo nel deserto tunisino. Del resto, lui ex nazionale di rugby aveva una gran passione per l’avventura e per il fuoristrada (quasi lo specchio della curiosità di esplorare strade inconsuete nella professione). E, a parte il sogno di vedersi in futuro come allevatore di cani particolari come i pastori siberiani, il suo libro preferito era la sfida impossibile di Todd Ball alla testa di una spedizione di National Geographic nella gola tibetana come quella della Yarlung Tsangpo, in un tratto quasi inaccessibile del fiume Brahmaputra in Tibet.


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