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cronaca

In ricordo del Moby ma ora con la speranza di arrivare alla verità

Ha attraversato le strade del centro il corteo per chiedere verità e giustizia a nome delle 140 vittime nel rogo del 10 aprile 1991 a bordo del Moby Prince (con lo striscione “140 morti, nessun colpevole”) (Franco Silvi)

Torna la cerimonia a Palazzo Civico dopo due anni di stop a causa del Covid. Emerge la fiducia nel lavoro della commissione parlamentare d’inchiesta


11 aprile 2022 Mauro Zucchelli


LIVORNO. «Qui la politica dimostra che non è inutile: lo dice la Costituzione che, con le commissioni parlamentari d’inchiesta, può supplire nel caso la magistratura non dia risposte: e la sua verità, contrariamente a quel che è stato detto nell’ultima sentenza a Firenze, non è politica, semmai è la verità storica». Il senatore Gregorio De Falco (ex M5s, ora gruppo misto) “benedice” così il lavoro dei suoi colleghi deputati della commissione parlamentare d’inchiesta che la Camera ha messo in piedi per fare chiarezza sull’apocalisse del Moby Prince (e che vede Livorno protagonista con tre parlamentari: il presidente dem Andrea Romano, il vicepresidente leghista Manfredi Potenti e il commissario pentastellato Francesco Berti).

È proprio Romano a formulare un auspicio a nome di tutti: «Mi auguro che questa sia l’ultima commemorazione senza sapere la verità su quel che è accaduto quella notte».

A Palazzo Civico va in scena la cerimonia nel 31° anniversario della “strage” ed è già un segno: come ricorda il sindaco Luca Salvetti, per due anni l’emergenza Covid l’ha impedito. Ma è una ripartenza contrassegnata dall’assenza di Loris Rispoli, l’anima delle lotte per chiedere verità e giustizia (ora in condizioni non buone di salute): le celebrazioni sono anche un omaggio alla sua lotta lunga 31 anni senza chinare la testa, una delegazione guidata dal sindaco è andata a fargli visita sabato.

Più tardi, dal Comune il corteo si è diretto in piazza della Repubblica e poi percorrendo via Grande ha raggiunto l’Andana degli Anelli: appuntamento con la tradizionale lettura dei nomi uno per uno e le rose da gettare in mare. In precedenza, all’inizio della mattinata la deposizione di una corona di fiori al monumento in Fortezza Vecchia, opera di Federico Cavallini: un cubo di acciaio con 140 colpi che ne deformano la lamiera cercando disperatamente di uscirne...

Non c’è solo la memoria e l’amarezza: dopo aver rievocato le immagini vivide di quella notte (a cominciare dagli «occhi impauriti di Loris che abbraccia la madre»), il sindaco ricorda che è in vista la simulazione da parte di una società di superingegneri di Fincantieri sulla base dei dati che abbiamo: si spera che «entro l’estate si possa arrivare a ricostruzioni degne di tal nome», dice. «Nel frattempo noi tutti – rincara – siamo qua forti della certezza che la nebbia dei decenni che passano la faremo diradare con l’impegno, l’attenzione, il ricordo e la memoria». Anche Nicola Rosetti, al timone delle lotte dei familiari delle vittime, avverte: «Sento vicino il punto finale di questo lavoro, la commissione parlamentare non si senta sola».

È una cerimonia che arriva «dopo i 160mila morti della pandemia e i 40mila morti della guerra»: ma non è fuori luogo insistere a chiedere giustizia per i nostri 140 morti, dice Luchino Chessa, figlio del comandante del traghetto e voce del comitato familiari. Lo ripete battendo due tasti: 1) altro che sciagura, è stata «omissione di soccorso»; 2) «chiediamo alle Procure di Livorno e di Firenze di dirci cosa stanno facendo». Mettendo l’accento sugli «orrori giudiziari» che hanno accompagnato la storia del traghetto Navarma nelle aule di giustizia, il fratello Angelo, presidente onorario dell’associazione 10 Aprile, sottolinea: «Sul Moby Prince abbiamo visto il più grande depistaggio giudiziario della nostra storia repubblicana». Ma tiene a ribadire: «Se non avessimo fiducia nelle istituzioni non saremmo qui e non ci sarebbe una commissione parlamentare d’inchiesta».

Del resto – avverte il consigliere regionale Francesco Gazzetti – la Regione Toscana non si è mai voltata dall’altra parte: anzi, proprio partendo dal caso Moby ha istituito un “Armadio della memoria” per raccogliere gli atti e favorire lo sforzo di trasparenza e verità. La fiducia nelle istituzioni invece l’ha persa Giuseppe Tagliamonte che nel rogo del Moby ha perso il fratello Giovanni: da allora fa lo sciopero del voto. E ricorda che fin dal primo momento il mozzo Alessio Bertrand aveva detto di andare a salvare gli altri a bordo.

Quirico Sanna è in campo come assessore della Regione Sardegna e come parente del marconista che lancia il mayday dal traghetto: parla di “dolu mannu” per indicare in lingua sarda un dolore che non roesce ad avere mai pace: «Non è semplice vivere 31 anni con una parola nella testa: “perché”».

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