Il Tirreno

Livorno

Clausola sociale in discussione, allarme dei sindacati: «A rischio seimila lavoratori in provincia di Livorno»

Franco Marianelli
Da sinistra Franco Rossi della segreteria Uil, Massimo Marino (segretario regionale Uil trasporti), Monica Cavallini della segreteria provinciale Cgil e Flaviano Bardocci della Filcams Cgil
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Da sinistra Franco Rossi della segreteria Uil, Massimo Marino (segretario regionale Uil trasporti), Monica Cavallini della segreteria provinciale Cgil e Flaviano Bardocci della Filcams Cgil

L’allarme di Cgil, Cisl e Uil dopo la proposta di cancellarla: «A rischio seimila lavoratori in tutta la provincia di Livorno»

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LIVORNO. Discrezionalità sulla clausola sociale: dietro questa definizione vi è il rischio per circa seimila lavoratori della provincia (di cui due terzi nel capoluogo) di poter perdere il lavoro. Tutto nasce da una proposta di legge, già approvata al Senato e in agenda alla Camera, che prevede l’abrogazione della “clausola sociale”, l’obbligo per le ditte che subentrano negli appalti della pubblica amministrazione, di mantenere al lavoro i dipendenti della precedente ditta.

La discrezionalità sul mantenerla o meno sarebbe quindi appannaggio dell’amministrazione interessata. A suonare il campanello d’allarme i sindacati Cgil, Cisl e Uil (presenti Monica Cavallini della segreteria confederale Cgil, Flaviano Bardocci della Filcams, Massimo Marino (segretario regionale Uil trasporti) e Franco Rossi della segreteria Ui) che hanno indetto per dopodomani un presidio davanti alla prefettura dalle 10 alle 12 al termine del quale presenteranno al prefetto una “controproposta di legge” per abrogare la discrezionalità e tornare all’obbligo. «Interessati alla legge i cosiddetti “lavoratori invisibili”, così definiti perché spesso non hanno contatti con il pubblico ma svolgono un lavoro essenziale per la comunità – spiega Cavallini – solo negli ospedali sono alcune centinaia (addetti alle pulizie, ristorazione, vigilantes, manutenzione), poi il ministero della Difesa (pulizie e ristorazione in Accademia e alla Folgore), le scuole (mense e servizi vari)».

Bardocci evidenzia un altro punto: «È stato importante che la proposta preveda le stesse condizioni dei dipendenti delle ditte che hanno vinto l’appalto ai dipendenti in subappalto». Marino mette in risalto «il profilo sociale dei lavoratori, in realtà in gran parte lavoratrici, spesso sole e con figli da mantenere e con stipendi tenui».

Il documento dei tre sindacati è ancor più esplicito: «Cosa nasconde o rivela la scelta del governo? A voler pensare male si pensa di eliminare la tutela di mantenimento del posto per i lavoratori in appalto perché, nella mente del legislatore, tutto ciò si sposa bene con il concetto di efficienza e modernità che ha in mente il legislatore stesso: si vuol rinnovare il settore non tanto migliorando le condizioni di lavoro ma attraverso l’espulsione dei lavoratori più fragili, quelli con problemi fisici, quelli considerati poco produttivi oppure quelli che parlano male l’italiano». I sindacati hanno stilato un correttivo per la Camera: «Occorre sopprimere le parole “della facoltà ovvero”, ciò è motivato nella volontà di ripristinare quanto attualmente previsto dal Codice dei contratti pubblici. L’obbligo stabilito dall’articolo 50 del codice, secondo cui le stazioni appaltanti devono inserire nei bandi e nelle lettere di invito specifiche clausole volte a promuovere la stabilità del personale impiegato non è stato contrastato in alcuna sede. Non si può consentire che ogni cambio di appalto torni a trasformarsi in una perdita di lavoro e di reddito». Tre parole da eliminare per seimila posti di lavoro da garantire a Livorno e decine di migliaia in Italia.
 

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