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cronaca

La vita oltre l’emergenza. «Ora il futuro è speranza»

Il 31 marzo è finito lo stato di emergenza. Ecco cosa cambia nei racconti dei livornesi


06 aprile 2022


LIVORNO. Le strade deserte, le classi in dad, gli “spazzini” che sanificano le strade e i soccorritori vestiti da capo a piedi, con tute bianche e mascherine sul volto. Immagini che sono diventate ricordi. Alcune già memoria. Altre ancora presenti. Sei giorni fa l’Italia è uscita dallo stato di emergenza. E col 31 marzo si chiude una porta che si spera resti sigillata per sempre. In realtà, come dicono in molti, il passaggio normativo non ha fatto sparire dall’oggi al domani il virus, ma la speranza è che possa essere iniziata una convivenza il più possibile “pacifica”.

Il Tirreno ha raccolto le testimonianze di alcuni livornesi per ripercorrere il filo degli ultimi due anni, cercando di capire come sono stati vissuti da chi si trovava in prima linea e provando a comprendere che cosa è cambiato (se è cambiato) con la conclusione dello stato d’emergenza. «Il Covid non è svanito – concordano tutti – ma l’intensità è minore e, pur nelle accortezze che è ancora necessario tenere, c’è stata una piccola riconquista della normalità perduta». Il Tirreno ha parlato con chi lavora nell’ambito della sanità e con chi è attivo sulle ambulanze. I servizi legati al Covid rimangono: c’è il mezzo del 118 adibito al trasporto di persone positive al coronavirus, ci sono i reparti Covid e c’è la riabilitazione per chi esce dai reparti Covid. Ma l’impressione è che, da una parte, l’intensità del virus sia minore rispetto a due anni fa e che, dall’altra, i numeri siano più bassi. Non c’è nemmeno più il boom dei tamponi in farmacia, seppur la percentuale di positivi, tra chi si è sottoposto a test antigenico, continui a rimanere alta. Tra i vari cambiamenti che ha introdotto lo stop allo stato d’emergenza ci sono quelli che riguardano la scuola. Come spiega la preside del Cecioni, dal primo aprile i docenti non vaccinati possono tornare negli istituti, seppur senza poter insegnare. Devono cioè essere impiegati su altre mansioni. Cambia – spiega la preside – anche il sistema della didattica a distanza. Il tutto guardando a un futuro di speranza. E così fanno anche gl imprenditori del territorio. Due di loro raccontano come e se il loro lavoro è cambiato durante la pandemia, spiegando come sono riusciti a superare la crisi Covid e come hanno riorganizzato il loro lavoro. Il messaggio condiviso è quello della speranza. Con la bella stagione siamo abituati a vivere una bolla di normalità. «Ma questa volta ci auguriamo che il peggio si davvero passato e che la vita, d’ora in poi, rimanga fuori dallo stato d’emergenza».

La dirigente scolastica CRISTINA GRIECO

I docenti senza vaccino sono tornati a scuola ma con altre mansioni

«Con il primo aprile (cioè con la fine dello stato d’emergenza, ndr) i docenti non vaccinati sono tornati a scuola, impiegati in mansioni diverse rispetto all’insegnamento. Ma i supplenti che avevamo preso al loro posto continueranno l’attività fino al termine delle lezioni. Dunque a livello organizzativo non cambia moltissimo». A parlare è la professoressa Cristina Grieco, dirigente scolastica del liceo Cecioni, che spiega che cosa succede adesso nella scuola. Oltre al rientro dei docenti no vax, «la fine dello stato di emergenza permette una didattica sempre più in presenza. Perché ora in didattica a distanza stanno solo coloro che risultano positivi al Covid». Un presente fatto di ripartenza, un passato difficile e un futuro chiamato speranza. «Questa pandemia - dice Grieco - ha lasciato strascichi dal punto di vista delle ripercussioni della mancata socialità, soprattutto sui ragazzi. Ma ci ha anche insegnato qualcosa. È stata per esempio un acceleratore di innovazione didattica nell’utilizzo della tecnologia. Adesso un’aula senza connessione internet, lim e didattica innovativa non viene considerata più un ambiente idoneo per l’apprendimento. Abbiamo sofferto tanto, ma dobbiamo farne tesoro. E guardiamo con speranza a un futuro, ci auguriamo, fatto di una ritrovata normalità».

Il piccolo imprenditore DANIELE BINI

Sono stati anni difficili, la ditta è sopravvissuta per la qualità dei servizi

È stato un periodo duro, dal punto di vista sanitario ed economico, ma Daniele Bini, titolare del negozio affiliato a Confesercenti Elettrobini di via Verdi, è riuscito a traghettare la sua attività attraverso la pandemia. «Ho puntato molto sul rapporto con il cliente, sulla qualità del prodotto e del servizio. E credo che questa sia stata la scelta vincente, ciò che mi ha permesso di restare in piedi». Sia attraverso le chiusure della pandemia sia reggendo il confronto con la grande distribuzione. «Io vendo elettrodomestici e curo tutto il percorso: dalla commercializzazione all’installazione, passando per la consegna». Anche nel pieno della pandemia. «Andando nelle case delle persone il rischio del contagio c’era, ma dovevo far sentire loro che c’ero. È stato difficoltoso anche perché le aziende avevano aumentato i tempi di approvvigionamento della merce, ma alla fine ce l’ho fatta. E ne sono felice». E il lavoro, com’è andato e come sta procedendo? «All’inizio l’impatto della pandemia si è fatto sentire e c’è stato un periodo difficilissimo. Dopo l’attività ha ingranato perché c’è stata tanta domanda di elettrodomestici. Adesso sono tornato a un livello standard e forse la guerra sta influendo sul costo della merce. Per quanto riguarda il Covid, invece, non è ancora finito ma penso che il peggio sia passato. O almeno, è quello che mi auguro».

La coppia di artigiani MICHELA MICHELETTI E MARCO TERZI

Superate le difficoltà continuiamo a lavorare ingranando la quinta

Una coppia di artigiani, una grande passione e un’impresa che ha attraversato la pandemia a testa alta. Senza grosse perdite e portando avanti il proprio lavoro dentro e fuori la città di Livorno. Loro sono Michela Micheletti e Marco Terzi, titolari della vetreria Terzi di via Azzati, impresa associata a Confcommercio. «Posso dire che noi probabilmente siamo andati in controtendenza rispetto a tenti colleghi che, purtroppo, hanno avuto molte difficoltà durante la pandemia». La signora Michela è felice e orgogliosa della sua impresa. «Certo, ci sono state delle difficoltà. Per un periodo siamo stati chiusi e c’erano diverse cose da pagare, spesso con modalità burocratiche poco chiare. Ma ce l’abbiamo fatta bene e devo dire che sono molto contenta». La vetreria Terzi si occupa di realizzare, tra le altre cose, piscine, vetri, balaustre e restauri. «Facciamo vetro artistico e strutturale. E, tra nuovi lavori e cantieri già avviati, la nostra attività è andata avanti anche durante il periodo più acuto della pandemia». E prosegue anche adesso. «Andiamo avanti con motivazione e voglia di fare. Il nostro è un lavoro artigianale, ma abbiamo cercato di differenziarci dagli altri. Pur rimanendo nell’ambito dell’attività su misura». Ma durante il lockdown hanno realizzato anche vetri divisori funzionali al mantenimento delle distanze? «Molto pochi, era più richiesto il plexiglass, che costa decisamente meno».

L’operatore Aamps FULVIO PUCCINELLI

Ricordo ancora le notti trascorse sulle strade a disinfettare l’asfalto

Adesso il lavoro è cambiato. Non è più quello svolto nel pieno della pandemia. «Mi ricordo il 16 marzo del 2020 come fosse ieri. Iniziammo a disinfettare, di notte, le strade di Livorno. Adesso non svolgiamo più questo tipo di attività, ma continuiamo a lavorare mantenendo alta l’attenzione e disinfettando due volte al giorno i locali aziendali». Fulvio Puccinelli è un operatore Aamps ed è il responsabile del servizio disinfezione, disinfestazione e derattizzazione. E quando è iniziato il Covid era in strada a garantire la pulizia. «Abbiamo cambiato il modo di vestire e indossato occhiali, tuta e maschera. E abbiamo organizzato turni anche massacranti, grazie anche alla grande disponibilità di tutti gli operatori. Nel primo periodo della pandemia non avevamo personale aggiuntivo e svolgiamo un lavoro che richiede specializzazione dunque bisogna essere formati per svolgerlo». Puccinelli ricorda un dettaglio: «Sono rimasto un po’ stupito dal rapporto che abbiamo avuto coi cittadini. Ci salutavano dalle finestre e ci facevano le foto quando eravamo fuori a sanificare le strade. Posso dire che dal punto di vista morale abbiamo avuto un bel riscontro, anche se fisicamente eravamo molto stanchi». Adesso il lavoro si è adeguato alla nuova normalità, pur nel mantenimento di accortezze ancora necessarie anche se «la morsa dal punto di vista organizzativo si è allentata. Vorrei ringraziare tutti i miei colleghi, l’ufficio ambiente del Comune e Aamps».

La direttrice della riabilitazione CRISTINA LADDAGA

I pazienti ci sono ancora ma di gravità minore rispetto ai mesi passati

I pazienti curati mostrano forme meno gravi di polmonite, ma «persone che arrivano qui con problemi di saturazione e affaticamento ci sono ancora. Seppur siano situazioni che si risolvono con maggiore facilità rispetto a quelle che ci si presentavano una volta». La dottoressa Cristina Laddaga è responsabile dell’area sud del dipartimento di riabilitazione, direttrice dell’ambito territoriale di Livorno e guida l’organizzazione del centro riabilitativo di Campiglia Marittima dove «abbiamo gestito complessivamente circa 300 persone». La fine dello stato d’emergenza non ha cancellato d’un colpo i pazienti Covid, né le conseguenti necessità riabilitative, che continuano a esistere. «All’inizio ci siamo chiesti come potevamo dare un contributo alle persone che uscivano dalla malattia e che non riuscivano a rientrare nel loro contesto di vita. Così ci siamo messi a disposizione, con grossi sacrifici. Attualmente abbiamo ridotto un po’ il lavoro perché gli operatori sono molto stanchi, ma a Campiglia abbiamo ancora 12 pazienti». Il lavoro, dunque, prosegue. «Quello che spero - conclude la dottoressa Laddaga - è che pian piano il virus risulti meno aggressivo e che noi diventiamo capaci di gestirlo come se fosse una malattia infettiva simile alle altre. Non sparirà, ma riusciremo a tenerlo a bada: questa è la speranza».
 

L'infermiera ospedaliera e territoriale ANTONELLA PERINI

Virus a minor impatto ma da parte nostra l’attenzione resta alta

Adesso, a differenza di quando la pandemia era agli albori, «abbiamo pazienti che si ricoverano per motivi non legati al Covid e che, attraverso un tampone di screening, risultano positivi seppur asintomatici. E queste sono persone che devono essere trattate in area Covid. Il virus non ha più l’impatto dell’inizio, ma per quanto ci riguarda l’attenzione resta massima». Antonella Perini è un’infermiera ed è la dirigente del dipartimento di professioni infermieristiche e ostetriche della zona territoriale di Livorno. Di persone, in questi due anni di pandemia, ne ha viste. E di storie ne ha ascoltate. «Con l’inizio della pandemia i colleghi infermieri hanno iniziato a entrati in servizio con i dispositivi di protezione individuale e hanno dovuto scrivere i nomi sulle spalle. Perché i pazienti che assistevano avevano la necessità di identificarli e, in qualche caso, di tenere loro la mano». Ora la situazione, in ospedale e sul territorio è migliorata. «La fine dello stato d’emergenza significa che stiamo uscendo dalla pandemia dal punto di vista normativo, ma noi abbiamo ancora la degenza Covid e l’impegno di assistere questi pazienti. Speravamo, d’altra parte, in un maggiore abbassamento dei ricoveri e la nostra attenzione rimane alta. Il Covid esiste ancora e sono i comportamenti virtuosi a fare la differenza».

Il farmacista RICCARDO MORELLI

Molti meno tamponi ma gli antigenici positivi restano il 40 per cento

Dopo la corsa al test antigenico rapido dei mesi scorsi adesso il ritmo delle farmacie è meno sostenuto. «Ma il numero dei tamponi che risultano positivi è sempre molto alto: siamo intorno al 40 per cento». Il dottor Riccardo Morelli è titolare della farmacia Galeno di via Grande, consigliere di Federfarma e dell’ordine dei farmacisti. E, come gli altri suoi colleghi, con l’evolversi della pandemia ha trasformato la sua farmacia in un centro servizi per informazioni, tamponi, vaccini, stampa di referti e Green pass. Lo stato d’emergenza è terminato, ma le farmacie sono rimaste le stesse. Anche se la domanda di servizi è un po’ cambiata rispetto a qualche mese fa. «Il numero dei tamponi che effettuiamo ogni giorno è diminuito anche se cominciamo a vedere alcuni over 50 in più». E sono in numero inferiore anche i Green pass stampati. «Le persone hanno imparato a fare per conto proprio, anche se qualche anziano continua a rivolgersi a noi». Poi c’è tutta la partita dei vaccini. «A gennaio e febbraio facevamo molte più somministrazioni di adesso. Ed è capitato anche che alcuni di coloro che si erano prenotati per la terza dose poi abbiano contratto il Covid e quindi hanno dovuto disdire la prenotazione». La percentuale di positivi sui tamponi effettuati, invece, rimane alta. «È anche vero che va calcolata su un numero minore di test e chi lo chiede è perché ha avuto un contatto con positivo o ha sintomi».

Il soccorritore volontario GIUSEPPE D'ADDIO

Continuiamo i trasporti con tuta protettiva e mascherine sul volto


Sono passati oltre due anni dall’arrivo del Covid, ma la modalità di lavoro è sempre la stessa: ricevuta la chiamata dalla centrale operativa, il soccorritore indossa tutti i dispositivi di protezione (tuta, mascherina eccetera) e sale sull’ambulanza per svolgere il suo servizio Covid. «Adesso le telefonate che riguardano pazienti Covid sono molte meno rispetto a una volta. E per fortuna spesso non più così gravi. Ma esistono sempre». Giuseppe D’addio è un volontario della Misericordia di Antignano e ha prestato servizio sulla Charlie Victor, così si chiama l’ambulanza Covid, fin dall’inizio. Ha dunque toccato con mano l’evolversi della situazione. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. «Allo stato attuale per noi non è cambiato nulla perché, quando arrivano le chiamate, le precauzioni sono le stesse. Probabilmente le persone, a livello psicologico, ci accettano in maniera differente. Perché prima c’era il terrore di vederci arrivare in casa vestiti con tuta e mascherina». D’addio dice che non scorderà mai ciò che ha vissuto in periodo di pandemia. «In questi due anni sulla Charlie Victor - dice il soccorritore della Misericordia- ho trovato donne anziane che mi hanno preso la mano perché in questo modo si sentivano più al sicuro. E spesso avevano bisogno di una parola di sostegno. Noi abbiamo dato tanto alla comunità. Ma anche le persone che abbiamo trasportato o con cui abbiamo avuto a che fare hanno dato a noi».



 





 











 

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