Il Tirreno

Livorno

la tragedia costata 140 morti

«Mio marito mi disse: il Moby Prince si fermerà»

Mauro Zucchelli
«Mio marito mi disse: il Moby Prince si fermerà»

La vedova di un membro dell’equipaggio parla in commissione parlamentare. L’uomo la chiamò poco prima che il traghetto venisse distrutto dal rogo 

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LIVORNO. «Mio marito mi ha chiamato per avvertirmi: bisogna spostare la data della comunione di nostra figlia, il comandante ha detto che non mi può lasciare a terra ora, comunque mi darà il permesso fra poco, quando il traghetto dovrà fermarsi perché ha bisogno di fare alcuni lavori».>Rosetta Costa parla di 31 anni fa ma si capisce che per lei è come se fosse ieri: lei è la moglie di Antonio Rodi, imbarcato a bordo del Moby Prince, forse l'ultimo a morire nella sciagura che il 10 aprile ‘91 è costata la vita a 140 marittimi e passeggeri a una spanna dalle banchine del porto di Livorno.

Salta fuori nell'audizione a Palazzo San Macuto: ad ascoltarla è la commissione parlamentare d'inchiesta guidata dal presidente Andrea Romano deputato livornese Pd. Al lavoro in tale consesso anche altri due parlamentari labronici: il M5s Francesco Berti>e, in veste di vicepresidente, il leghistaManfredi Potenti.

È un ricordo che si aggancia a un evento familiare importante, dunque non galleggia in un lontano passato. Anzi, di fronte ai commissari la vedova tiene a precisare che «la telefonata è avvenuta la sera stessa della sciagura», poco prima dell’apocalisse di fuoco che le ha portato via per sempre il marito. Racconta che era stato un contatto complicato, mica c’erano gli smartphone: il marito prima aveva chiamato casa, poi aveva immaginato che la moglie fosse andata all’abitazione della madre, ma inizialmente era fuori dall’appartamento. Insomma, alla fine il colloquio telefonico c’è: resta quest’impressione che il traghetto Navarma abbia avuto un problema ma Rosetta Costa non sa se si trattasse del motore o dell’elica, ovviamente l’importante era la notizia relativa al rinvio della comunione.

La donna non era stata «mai ascoltata» né nelle indagini dei magistrati né in quelle della Capitaneria o negli accertamenti ministeriali della Marina mercantile: ci ha pensato pochi mesi fa il procuratore capo, tirando le fila dell’ulteriore round giudiziario. Eppure stiamo parlando della vedova di uno dei 140 morti del Moby Prince ma tutt’altro che un morto qualsiasi. Fin dalle prime ore del mattino l’attenzione di soccorritori e inquirenti era stata calamitata proprio dal fatto che, a quanto è possibile ricostruire, il marito Antonio è stato probabilmente l’ultimo a morire. Lo trovano sul ponte del Moby Prince, là dove prima non c’era nessuno: possibile che vi sia arrivato magari morente, magari stordito, magari qualunque cosa ma ancora vivo? Altrimenti non si spiega perché non c’era e poi l’hanno trovato lì. Fatto sta che: 1) solo recentemente la moglie Rosetta è stata ascoltata in una indagine; 2) secondo quanto riferisce lei stessa in commissione, non sono stati compiuti particolari accertamenti tipo autopsie specifiche; ci si è limitati a chiamarla al riconoscimento, «io ho portato le lastre, mio marito aveva i denti radi sul davanti»; 3) lei resta convinta che nei soccorsi «qualcosa di più avrebbero potuto fare».
Rimane da capire se è possibile trovare riscontro a quest’idea del Moby Prince che aveva bisogno di lavori da fare: forse in altre chiamate di marittimi ai familiari a casa? Per ora non risulta che vi siano altre dichiarazioni in questo senso.
Intanto sono in corso le nuove perizie: in campo soprattutto gli esplosivisti del Racis e gli ingegneri di Cetena per simulare la collisione con l’Agip.

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di Redazione web