Gioco
L’ex scuola Venerini di via Lopez trasformata in centro di accoglienza per i profughi ucraini
Il vescovo Giusti: «Due aule sono diventate camere per 8 persone e siamo pronti per allestirne altre. Ma daremo anche calore umano con la vicina parrocchia di don Yurij, i suoi gruppi e le lezioni di italiano»
LIVORNO. L’istituto Beata Rosa Venerini, ex scuola d’infanzia ed elementare, chiusa da oltre due anni, è stata prontamente ristrutturata al piano terreno e trasformata in un centro di accoglienza per profughi ucraini, grazie all’impegno della Fondazione Caritas Livorno. Adesso è pronta ad ospitare otto persone in difficoltà. A disposizione ci sono già due camere, un salone mensa, stanze per stare insieme e apprendere; oltre a un bel giardino grande. Il percorso per accedere alla struttura passa attraverso lo sportello unico della questura – a pochi passi da qui –, approntato nei giorni scorsi e necessario per ottenere lo status di profugo.
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«Per ora è stata allestita una parte del piano terra – dice il vescovo, monsignor Simone Giusti –. Due aule, per la precisione con otto posti letto. Se sono poche ce ne saranno altre tre da poter allestire. E nel caso ce lo dirà il prefetto, secondo i flussi che arriveranno sul nostro territorio. Ci sono i piani di sopra. Tanti spazi. C’è bisogno di cibo? È stata allestita una cucina affinché possano essere preparate anche le zuppe. Io sono stato in Ucraina, so cosa piace». E scatta l’aneddoto, un classico di monsignore, capace di alleggerire l’atmosfera: «Ho notato, visitando quelle zone al nord da Leopoli andando oltre, che quando ci si mette a tavola, anche con i vescovi ucraini, la prima cosa che ti servono è un bel bicchiere di cognac, improponibile dalle nostre parti».
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C’è anche, adiacente alla scuola, tra via Lopez e via Guerrazzi, la chiesa Ucraina «dove don Yurij, celebra ogni domenica la messa», ricorda il vescovo. «Ci aiuteranno con i problemi della lingua. Poi c’è un giardino, un palco per fare teatro. Ci sono gruppi parrocchiani che verranno a giocare coi ragazzi. Affinché non ci sia solo un cibo e un letto, ma calore umano che permetta di sentire un po’ meno il dolore per la distanza. L’edificio è grande: spero non ci sia bisogno di occuparlo tutto, significherebbe che si è trovata una soluzione di pace, la fine di questa immensa tragedia».
Giusti illustra la semplicità con la quale le persone provenienti dai territori di guerra, possono trovare aiuto: «C’è uno sportello unico, voluto dal questore, dove è possibile trovare tutto senza fare troppi giri. Non sembra neppure di essere in Italia per un tale abbattimento di burocrazia». A spiegare la fase di recupero del vecchio istituto scolastico ci pensa don Luciano Cantini, presidente della fondazione Caritas. «La situazione in cui versava la struttura, non in uso per lungo tempo, creava complicazioni. L’abbiamo rimessa in sesto, e mi auguro che diventi un centro polifunzionale: che dia un letto, un pasto come minimo. E che sia luogo di aggregazione e serenità, dove i bimbi possano giocare, gli adulti conversare e riallacciare il senso di vita che hanno dovuto abbandonare, in attesa di poter rientrare in patria».
«Ci sarà anche la possibilità di imparare un po’ di italiano – aggiunge Guido De Nicolais, direttore della fondazione Caritas- grazie all’aiuto di don Yurij e alle insegnanti della sua parrocchia madrelingua ucraine». Tra gli intervenuti a questa giornata inaugurale ci sono anche il questore Roberto Massucci e il prefetto Paolo D’Attilio. «Mi viene in mente una parola: armonia – dice Massucci -. Livorno si è stretta in un abbraccio armonico nei confronti di queste persone: profughi in fuga aventi diritto a un’assistenza sanitaria e la possibilità di essere ospitati con la dignità che ogni individuo merita».
«La struttura era in condizioni pietose – evidenzia D’Attlio -, oggi è un luogo completamente diverso. 1400 cittadini ucraini sono arrivati a Livorno, nella maggior parte dei casi vivono da parenti e amici, tranne un centinaio sistemato presso un nostro centro a Piombino. Oggi sono sereno, ma se fra un po’ l’accoglienza venisse meno, allora potrebbe sorgere qualche problema. Partiamo con questo piccolo centro. E stiamo già lavorando per aprirne altri. L’impegno non consiste solo nel fornire da mangiare e da bere, ma occorre lavorare su tutto quello che c’è intorno». La soddisfazione si respira anche nelle parole della vicesindaca Libera Camici. «Ringraziamenti doverosi per la capacità di dare una risposta ai profughi in fuga. Specie in fatto di servizi da mettere a disposizione per garantire una migliore integrazione possibile all’interno della nostra comunità. Chiaramente l’auspicio è che questa guerra finisca il prima possibile e che si possa arrivare ad una soluzione diplomatica». Nel corso dell’inaugurazione numerose le famiglie ucraine che si sono presentate in cerca di informazioni.
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