Gioco
La storia di Ismael, scappato dalle bombe di Putin rischia di essere profugo solo a metà
Per motivi burocratici è in bilico il riconoscimento dello status. Adesso è a Livorno dallo zio dopo una fuga di 2.600 chilometri
Livorno. «Le bombe di Putin hanno devastato Kharkiv ma anche la mia speranza di conquistarmi una vita in Ucraina: la mia possibilità di costruirmi un avvenire era in quella stanzetta al nono piano del campus universitario. Studiare per poi lavorare da farmacista, magari avere poi una piccola farmacia mia, dare una mano alla gente con le medicine». Tutto in pezzi: Ismael Bouzzine l’ha capito appena ha sentito le prime esplosioni. C’era da salvare la pelle, il suo sogno l’ha rincantucciato nello zainetto ed è scappato. Prima ancora di colpire i palazzi e ammazzare tanti innocenti il rombo dei bombardieri del Cremlino ha buttato giù i progetti di vita di un ragazzo di 21 anni.
Era partito da Khenifra, una città appena più piccola di Livorno che sta sulle montagne nell’entroterra del Marocco, si era fatto 5. 200 km (e una intera Europa) per abbracciare una nuova patria (l’Ucraina) e dal 2019 studiare all’Università nazionale di farmacologia.
Alle cinque del mattino d’un mercoledì di fine febbraio, ha scoperto che la sua nuova patria è troppo vicina al confine russo: è la prima metropoli ucraina che si incontra a poco più d’una ventina di chilometri a nord della frontiera con la Russia. All’improvviso il mondo gli crolla addosso quando un amico dalla stanza accanto gli grida qualcosa.
Inizia l’odissea che lo porterà a Livorno dopo una rocambolesca fuga durata nove giorni. Ora è un profugo, ma forse non “abbastanza”: come migliaia di altri già alle prime luci dell’alba prende lo zainetto e ci mette tutto quel che ha. A cominciare da quel permesso che gli valeva il pass per aver diritto di esistere come cittadino in Europa, lui che il destino aveva fatto nascere al di là della muraglia di questa fortezza in cui il nostro continente si è rinchiuso.
Profugo ma non “abbastanza”: Ismael ha la pelle appena un po’ più olivastra di quella dei tanti Yurji, Sasha, Boris o Igor dai capelli biondi, dagli occhi chiari e l’incarnato ancor più chiaro. È fuggito da Kharkiv al pari di tanti ucraini: ma loro sono stati – ed è sacrosantissimo – accolti in quanto profughi e rifugiati. Lui ha vissuto lo stesso calvario ma rischia di non essere riconosciuto come “abbastanza profugo” per aver diritto alla tutela.
Adesso è qui a Livorno che ha cercato riparo: qui dove vive la famiglia dello zio Isham Bouzzine, origini marocchine anche lui ma ormai da anni cittadino orgogliosamente italiano ma senza rinnegare le radici. Lo conoscono un po’ tutti: lui, musulmano doc, è stato l’assistente che ha seguito letteralmente passo per passo l’ex vescovo cattolico Alberto Ablondi negli ultimi anni, quando la malattia si è progressivamente aggravata prima della morte nell’estate 2011.
Ismael rischia di precipitare in un paradosso che stanno sperimentando i “profughi di serie C”. Sono quelli che fuggono dalla guerra in Ucraina ma cittadini ucraini non sono e scoprono che la solidarietà è a singhiozzo: le autorità francesi li castigano, quelle spagnole li accolgono e quelle tedesche idem. E quelle italiane? Come al solito: boh, chissà. I primi contatti mostrano che, al di là del prodigarsi dei funzionari, non c’è un indirizzo definito.
Resta dunque il pericolo che venga respinta la sua richiesta di essere riconosciuto come rifugiato seguendo il percorso seguito per gli altri profughi in arrivo dall’Ucraina. Magari con la beffa di un procedimento di respingimento che lo rimanderebbe indietro in Ucraina? Difficile da capire. L’Unione europea dice di aver offerto il proprio “ombrello” umanitario ai profughi fuggiti dal territorio ucraino la protezione temporanea, ma a patto che abbiano il passaporto “giusto”.
«Devo dire che ho incontrato grande umanità nel prefetto Paolo D’Attilio, anche l’assessore Andrea Raspanti si è mosso e il consigliere regionale Francesco Gazzetti ci ha contattato per dare una mano». A parlare è lo zio Isham, che racconta di una mobilitazione che ha visto in campo il sindacato di base Usb con Gianfranco Barba e Giovanni Ceraolo, oltre all’avvocata Maria Teresa Veltri. Accanto a loro anche l’associazione Aps con Fabrizio Torsi. Tradotto: dentro e fuori dalle istituzioni, c’è tutta una Livorno che si è mossa perché Ismael non resti stritolato dalla burocrazia.
Qui è arrivato – questo il filo del raccontare – perché in Marocco non ci sono prospettive: la strada del rientro è sbarrata perché l’università non li riprende e oltretutto c’è la possibilità che la famiglia sia costretta a rientrare immediatamente dal debito di quasi 40mila euro fatto per dare un futuro al figlio.
«Appena abbiamo sentito le bombe – spiega Ismael – tutti quanti noi ragazzi abbiamo cercato riparo nei locali sotterranei dell’università. Solo che dopo due giorni cibo e acqua hanno cominciato a scarseggiare. Non restava che fuggire via: 16 chilometri da dov’ero alloggiato fino alla stazione mentre sentivamo le bombe. Alla fine sono riuscito a montare anch’io, nel mio vagone c’era spazio per una quarantina di persone ed eravamo più di cento. Obiettivo: raggiungere Leopoli. Mi sono sentito chiedere mille euro da un taxi per portarci in Slovacchia: impossibile, non ce l’avevo nemmeno per mangiare». È un gran peregrinare a caccia dell’occasione buona per passare in Slovacchia: sulla frontiera ucraina rimbalza prima a Cop, poi a Uzhorod. «Ottanta chilometri a piedi e la paura della guerra moltiplicata dal fatto di non avere nessuno: un ragazzo da solo in una nuova patria che non ha ancora imparato a conoscere bene, sballottato nel caos perché tutti cercano di mettersi in salvo
Dall’oblast di Karkhiv ci separano 2.651 chilometri: forse per Ismael sono diventati anche tremila o perfino di più perché muoversi dentro l’Ucraina aggredita dalle truppe russe è uno zigzag. Finché è svenuto dalle parti di Vienna perché «stanco, impaurito, sfinito, affamato»: la solidarietà di sconosciuti lo porta in ospedale.
La distanza fra noi e le bombe Ismael l’ha coperta in nove giorni, sempre con la paura che qualcuno ti riporti alla casella di partenza come nel gioco dell’oca: a Firenze lo va a prendere lo zio e lo porta qui. Con un obiettivo: ricominciare alla facoltà di farmacia dell’università di Pisa gli studi interrotti, arrivare a laurearsi o andare avanti per un po’ prima di tornare a Kharkiv.
Non parla italiano? Se è per quello non parlava nemmeno ucraino o russo quando è uscito dal liceo marocchino. Ma questo non spaventa Ismael: figuriamoci se è un problema studiare le proprietà dei betabloccanti o gli effetti indesiderati a livello atrioventricolare. Dopo essersela cavata da solo sotto le bombe di Putin.
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