Il Tirreno

Livorno

la storia

Da Livorno fino in Ucraina per salvare l’amica d’infanzia e i figli

Simone Fulciniti
L'abbraccio tra Isabella e Marina
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L'abbraccio tra Isabella e Marina

Il racconto di Isabella: «Marina veniva a casa mia ai tempi di Chernobyl suo marito mi ha scritto: “Ti affido la mia famiglia”»

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LIVORNO. Una storia di sofferenza e di amicizia. Che ha portato una madre e due bambini dall’Ucraina a Livorno. Un viaggio della speranza, un abbraccio doloroso, la volontà ferrea di portare al sicuro persone in estrema disgrazia.È una storia che affonda le sue radici nei lontani anni Ottanta, precisamente nel 1986 quando l’incidente al reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, getta il mondo nella preoccupazione per la fuoriuscita di materiale radioattivo. Tanta gente dovette abbandonare la propria casa a causa di questa calamità. E tra questi Marina, una bambina che viveva nei pressi della struttura e che venne mandata in affido presso un nucleo familiare livornese. Come tanti altri suoi coetanei che vivevano nei pressi Chernobyl Marina passò in città alcuni periodi durante l’estate, tre anni consecutivi, ospite della famiglia di Isabella, di qualche anno più grande. A Livorno c’è il mare, si respira iodio. L’amicizia sbocciata in quegli anni è rimasta nel tempo, col contatto a distanza. Tanto che dieci anni fa quando Marina si sposò fece un salto a Livorno per far conoscere il marito Igor all’amica. Nessuno avrebbe potuto prevedere che a trentasei anni di distanza dalla prima fuga, per Marina quell’incubo sarebbe tornato realtà, stavolta a causa della guerra.

Marina e Isabella si scrivono, sempre con maggiore frequenza, attraverso i social network. Marina non è intenzionata a lasciare la sua abitazione nei pressi di Kiev. Ma alla fine, data l’escalation dei bombardamenti, non ha scelta e assieme al marito e i bambini, dopo aver preso lo stretto necessario, parte in macchina alla volta della frontiera rumena, dove trova alcuni parenti. È un viaggio complesso: rimasti senza benzina Marina e la sua famiglia attendono che i distributori ormai esauriti vengano riforniti. Quattro notti trascorse in macchina, dormendo in mezzo ai boschi, bloccati a causa del coprifuoco.

Nel frattempo a Livorno Isabella prepara il viaggio per andare a prenderli: inizialmente pensa di partire col compagno Alessandro Franchi, poi propone la cosa alla misericordia di Montenero (dove lavora) e la governatrice, Elena Del Corso, si dimostra subito disponibile. Parte dunque un mezzo con Angelo e Sandro due volontari, Isabella, e tanti generi di conforto. Due giorni per raggiungere il punto stabilito, Sighietu Marmatiei. Marina saluta il marito, che non può attraversare il confine. Un istante molto intenso, nulla è certo, neppure la possibilità di potersi rivedere. Un volontario rumeno dà una mano alla donna ad attraversare il ponte con i bagagli. Scene che sembrano appartenere a un passato che non credevamo potesse ripetersi.

Il viaggio di ritorno è più difficile, tante le deviazioni, le strade sono intasate. Ma alla fine il mezzo raggiunge Livorno. Adesso Marina e i suoi figli sono ospitati al Bed and Breakfast di Isabella a Montenero. Nella speranza che la situazione cambi il prima possibile. Sono cominciate le procedure con la questura, con i tamponi, e i tentativi di inserire il bambino di 10 anni a scuola, per non fargli perdere l’anno. Ma la burocrazia non agevola i vari passaggi. «A noi - spiega Franchi - interessa mettere in risalto l’operato della Misericordia di Montenero. Eccezionali, disponibili, efficienti, capaci, pronti a fare altri viaggi. Senza chiedere nemmeno un euro».

«Ci hanno sostenuto e continuano a sostenerci - aggiunge Isabella Foresi - con generi alimentari, vestiti. Montenero è ancora molto paese, e tutti si sentono coinvolti da questa vicenda». Foresi rammenta la circostanza dell’incontro: «Sul Ponte dell’amicizia, c’era un via vai a piedi di madri e bimbi. Quando Marina ha intrapreso il primo pezzo di ponte, il marito mi ha mandato una foto di loro quattro insieme, con su scritto “Ti affido la mia famiglia”. Quello per me è stato il frangente più difficile, ho capito la responsabilità. E che non si tratta semplicemente di ospitalità. Lei ha salutato il marito senza sapere se lo rivedrà mai. Negli anni ’80 era un affido. Oggi mi prendo carico di sostenere una famiglia in uno stato emotivo complesso. Loro, come tanti di quelli che ho visto arrivare, non avevano problemi economici un patria. Vengono in condizioni decorose. Sono molto pudici. Il momento dell’abbraccio è stata una pugnalata. Tristezza, dolore e vergogna come essere umano».

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di Redazione web