Gioco
Livorno, città del cinema: «Qui c’è la luce da film»
I grandi nomi, da Bruni a Virzì, passando da Ruffini, Dal Canto. Parlano gli esperti, Fasulo: ma sulla logistica siamo indietro. E col “Fipili horror” rinasce il festival
LIVORNO. Perché Livorno è una città del cinema? «Perché è fotogenica. Sul campo lungo è meravigliosa. Ha una luce rara e i tramonti livornesi sono bellissimi. Una scenografia che permette di fare tutto: c’è il mare e ci sono le colline, le primavere che cominciano presto e le estati che si insinuano nell’autunno. Sono tutti aspetti che una produzione prende in considerazione, anche perché potendo girare in un luogo dove c’è un buon clima, si risparmiamo gli stop per il maltempo, e in più avendo molteplici location si abbattono i costi. Oltre alla luce ci sono infatti palazzi e ville che offrono ottimi spunti. Ma c’è anche il rovescio della medaglia – spiega Serafino Fasulo, impegnato sul fronte culturale e artistico tra cinema, fotografia, letteratura e teatro (nonché per un periodo assessore alla cultura con la giunta M5S del sindaco Nogarin) – Livorno ha poche strutture alberghiere e quando arriva una troupe cinematografica c’è bisogno di stanze, parcheggi per i camion con l’attrezzatura, un sistema efficiente di catering, la capacità di garantire quello di cui la produzione ha bisogno perché arriva e chiede, ad esempio l’uomo più alto di tutta la città oppure una determinata auto d’epoca… Di fatto occorrerebbe anche una Film Commission locale in grado di garantire location, celerità per permessi e pratiche burocratiche».
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Dai tempi di “Ben-Hur” girato nel 1924 e degli studi di Pisorno (anni ’30 a Tirrenia), di acqua sotto i ponti ne è passata molta. Ma è proprio da allora che Livorno si è guadagnata l’appellativo di “città del cinema”, anche se, sottolinea Fasulo, «Pisorno dava noia a Cinecittà costruita solo qualche anno dopo. Per cui il cinema italiano con il tempo è diventato romanocentrico, anche se i professionisti che lavoravano a Tirrenia andavano ad insegnare a quelli di Cinecittà, e Livorno è bene o male rimasta una location desiderata e spesso scelta».
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Sicuramente Pisorno e poi lo stuolo di attrici, attori e doppiatori che esplosero a Cinecittà fra gli anni ’30 e i ’50, rappresentano una pagina importante impressa nella storia cittadina dello spettacolo. «È rimasta sul territorio una certa sensibilità rispetto ai temi legati al cinema. Livorno è luce e prospettive, un set naturale – sottolinea anche Marco Bruciati, laurea a Pisa (triennale e magistrale) in cinema, musica e teatro, docente nelle scuole sempre su temi legati al settore, membro del Circolo del Cinema Kinoglaz nato nel 1996, ex consigliere comunale. «Culturalmente sono temi radicati da coltivare e trasmettere alle nuove generazioni. Qui da noi il cinema entra spesso nelle scuole, grazie alla disponibilità dei docenti che promuovono progetti specifici, anche se non si capisce come mai il ministero non inserisca il cinema nei programmi e non solo come materia extracurricolare. Incentivare il cinema – sottolinea Bruciati – significa dare ai ragazzi strumenti in più per capire la realtà in cui crescono. L’immagine, come sappiamo, ha sempre un forte impatto sulla mente umana».
Paolo Virzì e Francesco Bruni. Registi e sceneggiatori, ma ci sono anche attori e personaggi poliedrici come Paolo Ruffini, che ‘funziona’ sia al cinema che in tv e a teatro, toccando anche temi come l’handicap e la malattia di Alzheimer. “Livornesi che lavorano nel cinema ce ne sono molti – prosegue Bruciati – per questo è interessante il tema di come la città potrebbe rigenerare luoghi di produzione e spazi ad hoc. Questi professionisti, alcuni dei quali diplomati al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma o in altre prestigiose accademie, portano contributi importanti. Pensiamo a Paolo Virzì: il suo è il caso più evidente, non ha mai rotto il cordone ombelicale con la sua città. E questo è positivo». I nomi formano un discreto elenco. Solo qualche cenno: il regista Luca Dal Canto; Simone Manetti, prima montatore di Virzì e oggi regista; Guglielmo Favilla, attore quarantenne; I Licaoni (ovvero Alessandro Izzo e Francesca Detti) che stanno portando avanti un lavoro molto importante tra web serie, regie, sceneggiature, video; Edoardo Gabbriellini attore in “Ovosodo” di Virzì è ora anche sceneggiatore e regista; la truccatrice Dalia Colli nominata all’Oscar per il film “Pinocchio” di Matteo Garrone. E spostandoci a Rosignano Solvay, troveremo Gabriella Pescucci, costumista, Premio Oscar per “L’età dell’innocenza” mentre arriva da Piombino Federico Tovoli, uno dei grandi direttori internazionali della fotografia.
LA RASSEGNA
A Livorno c’è poi una realtà sui generis, ovvero il FiPiLi Horror Festival, che è l’unico festival cinematografico cittadino, ma con respiro ormai internazionale, capace di andare oltre il grande schermo. Ideatori, fondatori e anche organizzatori sono Alessio Porquier e Ciro Di Dato. «L’idea nasce nell’autunno del 2011 e si concretizza a gennaio del 2012 con una prima uscita molto sui generis, nel senso che tutto si condensò in una lunga serata al Kino Dessé», racconta Porquier che in precedenza aveva avuto l’esperienza del Joe D’Amato Festival. Il FiPiLi Horror Festival (FiPiLi proprio come la strada di grande comunicazione) nasce“pensando ad un horror moderno e ai giovani registi italiani”.
«La prima vera edizione – prosegue Porquier – fu poi spalmata su tre giorni al Teatro delle Commedie, con una giuria composta dai Manetti Bros, che sono ancora presenti, da Federico Frusciante e da altri addetti ai lavori. Il festival, che a ottobre 2022 festeggerà l’undicesima edizione, è molto cresciuto e conosciuto. Ci sono horror, incontri sulla paura, fantascienza… ma soprattutto ha una propria identità, è popolare e punta su chi fa cinema da poco. C’è molta Italia ma anche tantissima ricerca in tutto il mondo per trovare titoli nuovi».
Federico Frusciante, che come abbiamo visto fa parte della giuria del FiPiLi («è senza dubbio uno fra i migliori festival d’Europa – dice –- e necessiterebbe di un sostegno maggiore per poter fare il salto di qualità»), è livornese e grande appassionato di cinema: fa incontri nelle scuole, è titolare di una videoteca (una delle poche ormai rimaste in giro a livello nazionale), e su YouTube ha un canale sul cinema tra i più frequentati di tutta Italia. Nella sua videoteca, tappezzata di magnifiche locandine, racconta di quando bambino andava sui set di Bud Spencer a Livorno e Marina di Pisa. «Livorno ha un passato cinematografico notevole, grazie a tante sue particolarità come quella di avere quartieri e luoghi che possono essere spacciati anche per altre città – dice – poi non so perché è crollato tutto”. In una città che contava tantissimi appassionati, oggi in tal senso c’è poco ricambio. «A livello giovanile l’interesse per il cinema è molto basso, ad eccezione degli eroi Marvel. E non ci sono più i cinema, in questo senso il centro cittadino è diventato un vuoto assoluto». C’è stata anche la pandemia, è vero. Ma il fenomeno parte da molto prima. Nasce spontanea una domanda se si pensa ai grandi numeri di anni fa: dove sono finiti tutti coloro che amano il cinema visto sul grande schermo e non sulla tv di casa?
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