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Livorno

LUNGOMARE: IL CASO 

Bar degli Artisti di Livorno, l’appello di Dario Ballantini «No alla chiusura»

Simone Fulciniti
Bar degli Artisti di Livorno,  l’appello di Dario Ballantini «No alla chiusura»

Il volto noto della tv invita i proprietari del fondo davanti alla Terrazza a ripensarci «Questo locale è un’istituzione, rivedete la vostra decisione»

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LIVORNO. «Un bar che opera da anni, molto caratteristico: ci fanno mostre, ci vanno a suonare i ragazzi, è una sorta di ritrovo semiartistico livornese. Non può morire». Dario Ballantini, popolare attore e trasformista, scende di nuovo in campo a difesa delle belle cose livornesi.

Stavolta si schiera in difesa del bar La Terrazza, conosciuto come “bar degli artisti”, sul viale Italia, prossimo al cambio di gestione. «Lo avevo già accennato a qualche rappresentante del comune, i turisti della domenica, quelli che vengono da Firenze, o da altre parti, e si fermano in Terrazza, vanno lì perché la gestrice e suo marito illustrano loro le belle cose che si trovano a Livorno. Sono una specie di ufficio turistico, durante i grandi eventi in maniera particolare. È ormai diventato un’istituzione. Adesso i proprietari del fondo vogliono cambiare, e loro si ritrovano dopo decenni a doversene andare, facendo morire una cosa che ha fatto da vettore per conoscere Livorno».

Ballantini adora quel luogo: «Non c’è nulla di illegale in quello che chiede la proprietà, sia chiaro. È solo il dispiacere per l’azione. Il coltello dalla parte del manico è loro. Il mio intervento è solo per sensibilizzare, per cercare una via, insieme alla raccolta firme già messa in atto, per indurre i proprietari a rivedere la loro decisione» Al bar l’atmosfera è un po’ cupa. All’ingresso un bancone con alcuni libroni dove i clienti hanno lasciato pensieri per confortare e alimentare coraggio, e alcuni fogli per una raccolta firme. E coloro che segnano il nome con la penna, sono davvero parecchi.

Ad oggi ci sono oltre 1300 persone che dicono no alla chiusura del locale. «Ho trovato poco dignitoso dopo ventinove anni non aver avuto la possibilità di capire se esisteva un’opportunità di incontro – spiega Giovanna Caiola, deus ex machina del locale – Ho provato a pensare a tutte le possibilità: la proprietà vuole vendere? Vuole aumentare l’affitto? Ho sentito parlare di riqualificazione e mi chiedo: perché non farla fare a me? Vedere vanificati i sacrifici di una vita è davvero un rospo duro da mandare giù. Se ci fosse uno stato di necessità avrei potuto capire. Tuttavia la legge mi dà torto, la proprietà rivuole il suo locale. Io nella mia ingenuità pensavo occorresse un motivo per tale richiesta. La cosa grave è che dopo tutto questo tempo e dopo due anni di pandemia, dove ho sempre pagato tutto, essere fatti fuori così mi sembra un insulto. Un posto che non rimarrà vuoto per tanto tempo, e chi verrà e riqualificherà tutto, si mangerà ventinove anni di sacrifici miei».

Con Giovanna c’è la figlia Lara Castiglione, anche lei molto preoccupata. «Inoltre questo è l’unico sostegno familiare - prosegue Caiola-, e con una figlia di diciotto anni ancora da mantenere agli studi, vorrei mi fosse data una nuova possibilità. Per me questo posto è tutto. Ho reso il luogo particolare, in nome dell’arte, il mio scopo è avere una clientela che ama l’arte, guardare quadri, ascoltare musica. Ci vuole coraggio per prendere questa strada. Forse preferiscono avere qui una caffetteria di quelle "chic". Ma se andiamo a vedere i consensi che abbiamo sui social, ci si commuove. Tantissima gente ci supporta, anche dall’estero ci chiedono di tenere duro. Ed è quello che faremo».

Uno stile inconfondibile. «Ricorda il vecchio Caffè Bardi. Se dovessi stilare una lista di pittori che qui sono venuti, hanno esposto, ci vorrebbero diverse pagine. Abbiamo avuto presentazioni di libri, Francesco Motta ci ha girato un video. Ci hanno cercati proprio perché particolari».

Come detto in tanti si sono mossi in difesa della gestione attuale. «Siamo ben oltre le 1.300 firme. Un’idea partita dai clienti. Senza cercare di vedere se poteva esserci un punto di incontro. Solo con una lettera, mai ritirata peraltro, dopo quasi trent’anni, non si fa».

Il momento di lasciare si avvicina inesorabile. «Il 31 luglio dovrei liberare. Moralmente ho dato tanto alla città e spero che la città, come Dario Ballantini, possa ricambiare in questo momento così difficile».

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di Redazione web