Gioco
Dall'Ucraina al porto di Livorno: il viaggio dei bimbi orfani scampati alle bombe
Artiom, il calciatore che sogna la serie A e quei piccoli che disegnano bus o carri armati. I 57 minori diretti in Sardegna sono arrivati con la carovana della solidarietà. «Sono vivi per miracolo»
LIVORNO. Guardarli da lontano mentre giocano a pallone e accennano un sorriso, finalmente lontani dalle bombe, fa sentire quella sensazione della gola che si stringe. E insieme fa tirare un sospiro di sollievo, perché non sono più dall’altra parte del confine. Uno di loro segna tra le panchine del capannone portuale trasformate in porte da calcio e per esultare alza le braccia mostrando i muscoli, come fosse un super eroe. Avrà sì e no 12 anni. E un super eroe, in qualche modo, non per colpa sua, è dovuto diventarlo davvero.
È uno dei 57 minori che ieri pomeriggio sono arrivati nel porto di Livorno con la carovana della solidarietà messa in piedi dal console d’Ucraina in Sardegna, Anthony Grande, e dal deputato di Forza Italia Ugo Cappellacci, presidente dell’Unione interparlamentare per l’amicizia tra Italia e Ucraina.
I più hanno tra i 4 e i 17 anni, ma c’è anche un piccolo di appena un anno e ci sono due bambini disabili. In 9 viaggiano con i familiari, soprattutto mamme. Gli altri 48 sono orfani, vivevano già in case famiglia quando i russi hanno iniziato a bombardare. Sono saliti prima sul treno e poi sui pullman italiani accompagnati da una decina di adulti che li hanno in affidamento.
Così in tutto ieri sono arrivati al terminal Sdt della Darsena Toscana due mezzi con un’ottantina di persone – ucraini, volontari sardi, interpreti – che hanno viaggiato per più di venti ore dal confine tra la Polonia e l’Ucraina verso Livorno prima di potersi imbarcare sulla nave Grimaldi diretta nella notte a Olbia, e da lì raggiungere Cagliari.
Per i bambini è stato un viaggio lunghissimo verso l’isola, lontano dal gelo dei kalashnikov. Sono partiti in due gruppi diversi, da Odessa e da Donetsk, nel Donbass che brucia. Prima di raggiungere la carovana italiana al confine con la Polonia, nella regione di Leopoli, si sono spostati per due, anche tre giorni, sperando di arrivare vivi e in tempo nel luogo dell’appuntamento. Perché di questo stiamo parlando: ci si sposta sperando di arrivare vivi da qualche parte. «Quando sono partiti si sono fermati alla stazione di Charkiv proprio mentre i russi stavano bombardando, sono salvi per miracolo», raccontano Grande e Cappellacci.
A fatica trattiene le lacrime Danilo Pes, che ha curato la logistica di questa operazione umanitaria. Racconta della bambina che strada facendo ha disegnato su un foglio bianco tutti i suoi amici finalmente riuniti sul bus con una luce gialla davanti. Ma anche del bambino che invece con le stesse matite ha disegnato un carro armato e tanti muri. «È giusto che tutti sappiano quello che sta accadendo, quello che stanno passando tante persone...».
Alcuni passaggi sono difficili da raccontare, anche solo da immaginare. Il consolato con questa operazione mirata ha dato disponibilità ad accogliere 100 bambini fragili, poi altri 200: «Quando siamo arrivati nella regione di Leopoli avevamo 96 bimbi da portare via, ma purtroppo siamo riusciti a prenderne solo 57», raccontano i volontari. Gli altri non si sono presentati all’appuntamento, «non sappiamo dove sono in questo momento, neanche il ministero ucraino lo sa». Perché in un paese in guerra, con i corridoi umanitari che saltano, le linee che non prendono, i fucili che sparano, può diventare difficilissimo mantenere le comunicazioni.
Ci si è messo anche il covid: ieri due persone della carovana sono risultate positive ai controlli fatti dalla Asl con l’aiuto delle associazioni di volontariato direttamente nella tensostruttura che si affaccia sulla banchina tra Livorno e il Calambrone. Così una decina di persone dovrà proseguire il viaggio in isolamento. Ma il gruppo ora è comunque al sicuro.
Il terrore dagli occhi dei più piccoli non se ne andrà dall’oggi al domani. Però questo pezzo di storia vogliamo raccontarlo anche con lo sguardo di Artiom, 14 anni, quattro fratellini, il 45 di piede e un metro e ottanta di altezza. Prima di fare la valigia per scappare giocava per la squadra di calcio di Odessa. Sa tutto delle squadre italiane ed europee. Lungo il viaggio ha fatto vedere i video delle sue giocate ai volontari. «Ha la stazza di Ibrahimovic, gli abbiamo promesso che appena tocchiamo terra lo facciamo giocare a pallone». Poi è successo qualcosa di più: «Ha talento – racconta Cappellacci – allora ho chiamato il presidente del Cagliari per chiedergli se potessi farglielo vedere per valutarlo e lui mi ha risposto che non c'è bisogno di fare valutazioni: lo inserirà nel settore giovanile e gli offrirà un’opportunità di farsi notare e iniziare una nuova vita».
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