Il Tirreno

Livorno

donne

Con le "velocipediste" di cent'anni fa l'emancipazione correva su due ruote

Mauro Zucchelli
Un gruppo di "velocipediste" (dalla ricerca dell'Us Vicarellese)
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Un gruppo di "velocipediste" (dalla ricerca dell'Us Vicarellese)

Una ricerca dell'Us Vicarellese sulle pioniere della bicicletta: fra loro Ivona Del Bravo, che sfidava i coetanei maschi sul velodromo del paese. Ma è una sorta che inizia nel 1884...

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LIVORNO. C’era una volta Alfonsa Rosa Maria Strada simbolo dell’emancipazione delle donne grazie al gesto controcorrente di diventare lei, agli inizi del Novecento, figlia di contadini emiliani analfabeti, l’icona del femminismo semplicemente perché, dotata di un talento sportivo straordinario, lottava quasi ad armi pari al Giro d’Italia con i corridori maschi, già pionieri anche loro.

Nel giorno dell’Otto Marzo, l’Us Vicarellese – così come sta facendo di anno in anno – pubblica in occasione della “festa della donna” una storia legata alle lotte delle donne viste sotto un profilo particolare che ha a che fare con la loro passione per le due ruote: storie di donne che hanno fatto della bici uno strumento per affermare la propria personalità, emancipazione, indipendenza. Lo fa nel segno di una citazione illustre: quella d’una poesia di Giorgio Caproni che parla della madre Anna Picchi in sella a una bici mentre nei primi anni del secolo scorso mette a rumore mezza Livorno («Per una bicicletta azzurra, / Livorno come sussurra! / Come s'unisce al brusìo / dei raggi, il mormorìo! / Annina sbucata all'angolo / ha alimentato lo scandalo. / Ma quando mai s'era vista, / in giro, una ciclista?».

In realtà, le “velocipediste” – così le chiamano all’epoca – a Livorno e dintorni sono mosche bianche ma neanche poi troppo, come spiega questo tuffo nella memoria ciclistica del territorio Maurizio Zicanu sul sito web del gruppo (www.usv1919.it) da lui curato. Anzi, si può dire che sia questa una delle culle di una novità sportiva che non è soltanto sportiva. Basti pensare alla straordinaria storia dell’atleta vicarellese Ivona Del Bravo, meno nota di Alfonsina Strada ma altrettanto in grado di battersi con i coetanei maschi che, negli anni dubito dopo la prima guerra mondiale, cioè più di un secolo fa, «gareggiavano sulla pista, interamente in legno, che allora esisteva a Vicarello, proprio dove adesso c´è lo svincolo per la Fi-Pi-Li», come ricorda Enrico Simonelli, “memoria storica” dell’antico sodalizio dalle origini ultrasecolari (al quale è stato dedicato un libro a cura di Alessandro Marchi in tandem con Marco Iacopini e Stefano Dal Canto) e come segnalava anche Mario Orsini attraverso le parole di Umberto Del Signore sull’Almanacco dello Sport).

Del resto, nel 1884 la “Sebastiano Fenzi” («sezione ciclistica dell’omonima società di ginnastica») è uno dei due sodalizi “velocipedistici” esistenti a Livorno e insieme ad altre 16 società di tutta Italia fa nascere l’ “Unione Velocipedistica Italiana” (Uvi), che è «la prima organizzazione fra le società ciclistiche» del nostro Paese. il nome di “Unione Velocipedistica Italiana” (U.V.I.). Mentre la prima gara di cui si abbia notizia relativamente a questa nuova disciplina la organizza l’altra società livornese, il “Veloce Club” e si tiene «alla Rotonda di Ardenza il dieci agosto 1885». Pochi anni più tardi, questo club entra nell’associazione nazionale con «buoni risultati» alle competizioni nazionali e intanto nasce una terza realtà associativa, la “Società dei velocipedisti Livornesi”.

Ma non avevamo deciso di parlare di velocipediste? Eccole arrivare sulla scena, pochi anni dopo l’emergere dei primi pionieri del ciclismo: il 14 luglio 1890 “La Gazzetta Livornese” pubblica la notizia della prima ciclista che aderisce al “Veloce Club”. Anzi, oltre a essersi iscritta ha annunciato che donerà alla società la «bandiera trapunta e lavorata di sua mano». Pioniera sì, ma in fondo se c’è da cucire qualcosa finisce per farlo una donna (il cui nome, comunque, non viene fatto: o per “proteggerla” in nome della privacy o perché comunque è una “invisibile” circondata dallo stigma sociale del potenziale discredito).

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Viene citata la prefazione di un libro di Mairhof e Schröder edito una ventina d’anni fa: «La virago scostumata non si peritava di dimostrare indipendenza e coraggio mettendosi a cavalcioni di una bicicletta per uomo e, orrore!, mostrando le caviglie». Le donne che per prime osarono pedalare «non si giocarono solo la reputazione, ma anche la salute, prese di mira com'erano da colpi di bastone e sassate: si esponevano al pubblico ludibrio compromettendo, a detta di alcuni medici, perfino la loro capacità di procreare».

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La ricerca pubblicata dall’Usv ricorda che alle maleparole dei “benpensanti” si associavano quelle di ecclesiastici (le gerarchie «rimasero contrarie alla bicicletta per le donne ma anche per i preti almeno fino al secondo dopoguerra!»). Non era così all’interno dell’ambiente dei “velocipedisti”: erano sì guidate «sempre e soltanto da maschi, membri dell’alta società cittadina» ma mostrarono «una certa apertura nei confronti dell’attività ciclistica delle donne».

Occhi puntati sulle gare organizzate dalla “Sebastiano Fenzi” nell’agosto 1900, come riportato dal giornali locali: c’è la «corsa per signore e signorine», metri 500 e «tempo massimo di 1 minuto», suddivisa in due batterie. Appuntamento nel velodromo in legno che la società sportiva aveva realizzato sulla Spianata dei Cavalleggeri (dove sarà realizzata la Terrazza Mascagni), in quegli stessi anni «a Livorno esisteva anche un altro velodromo, sempre in legno, realizzato in Piazza Mazzini dal “Veloce Club”».

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Il dossier riporta anche la notizia del «Raduno ciclo-automobilistico svoltosi a Lucca il 13 settembre 1903»: piove eppure sono al via «circa 500 persone fra cui alcuni automobilisti». Ai nastri di partenza anche il “Club Ciclistico Livornese”, «con la fanfara sociale, rigidamente in bicicletta, naturalmente». Da segnalare che “La Stampa Sportiva” pubblica l’arrivo dei ciclisti livornesi – e fra loro una donna – che trionfa e vince la gara.

Poi una lunga fase in cui prevale l’oscurantismo contro lo sport ciclistico femminile: e non solo su scala locale ma in tutta Italia, se è vero che i vertici dell’Uvi sbarra il passo all’attività femminile. Ci sarà una nuova fiammata con Alfonsina Strada (e, nell’ambito livornese, con Ivona Del Bravo di cui abbiamo parlato ricordando che nella “sua” Vicarello «sfidava i maschi sul velodromo realizzato alla periferia del paese»), con il fascismo il nuovo stop e fino agli anni ’50 non vi sarà ripresa.

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di Redazione web