Gioco
Così Pasolini raccontava la costa toscana
Il Cinquale, la Versilia, Tirrenia, Livorno, il Romito e la Maremma. Nel '59 l'autore di "Scritti corsari" realizza per la rivista "Successo" un reportage lungo le cose di tutta la penisola. L'editore Contrasto l'ha riproposto quasi mezzo secolo più tardi con le foto di Philippe Seclier
È un ritratto molto affettuoso della Toscana costiera quello che Pasolini mette nero su bianco nel ’59 in un tour che lo porta a girare i litorali di tutta la penisola al volante di una Fiat 1100 per la rivista "Successo". Lo riproporrà in forma di libro – dal titolo “La lunga strada di sabbia” – la casa editrice Contrasto mettendo insieme le copie anastatiche dei dattiloscritti di Pasolini e le fotografie di Philippe Seclier.
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E se «Livorno è la città d’Italia dove, dopo Roma e Ferrara, mi piacerebbe più vivere» – scrive Pasolini – l’approccio alla spiaggia del Cinquale è nel segno di poeti, letterati e artisti che l’hanno frequentata mentre sente il fascino di Marina di Pisa («con dei villini di legno dolcissimi, sulle rive d’un verde delicato»). Invece la «bella spiaggia popolare» dopo Cecina è un posto dove «se io usassi villeggiare, villeggerei». Il culmine è l’Argentario: «Pure pennellate, macchie luminose, che hanno forma di terra e mare, e una pace di sonno vivo». Eccone alcuni passaggi.
CINQUALE. Tutto nasce dal fatto che è il luogo di villeggiatura del «mio amico poeta Bertolucci». Ed ecco una sarabanda di letterati: «Qui ci fu D’Annunzio. Qui tra il ’20 e il ’30 Aldous Huxley scrisse “Foglie secche”, e Thomas Mann – che faceva fare il bagno nudi ai figlioletti scandalizzando gli italiani – scrisse, indignato, “Mario e il Mago”. E poi Rilke, Malaparte, Pea, Carrà e via elencando. E al presente, cosa vede? «Una banda di giovinastri emiliani distesi a pancia in giù a guardare una tedesca, tutti un po’ grassi e spennacchiati, con uno che fa l’epilettico per buffoneria». E poi: «Una compagnia di tedeschi poveri, due giovanotti e due ragazze, biondi come pannocchie». E ancora: «Una famiglia proletaria che ha appena finito da mangiare accanto a una tenda da beduini, ridotta a spazzacucina».
VERSILIA. Il poeta in viaggio si chiede se i monti della Versilia siano «ridenti o foschi?». In realtà, «non si può mai capire»: semmai «un poco folli, di forma, e inchiostrati sempre con tinte da fone del mondo, con quei rosa, quelle vampate secche del marmo che trapelano come per caso». Eppure «così dolci, mitici».
FORTE DEI MARMI. La spiaggia «è liscia, sembra il pavimento di una sala da ballo», nei capanni c’è una «eleganza quasi giapponese», i panchetti sono «in delizioso disordine» e hanno «colori degni di Matisse». Ma è anche il regno degli Agnelli di casa Fiat: il fotografo si accosta a Gianni chiedendogli se gli dispiace se scatta qualche fotografia. E lui risponde «con cortesia celestiale»: “Moltissimo”. Al bar della Capannina spunta la contessa Volpi di Misurata «tenera come una pesca», poi ecco il playboy: un «corteggiatore che sembra De Sica» e che «avendo 45 anni invece di 65 si comporta come se ne avesse 25».
VIAREGGIO. «Il grande lungomare tra le pagode è ancora poco affollato»: l’indizio che l’ “industria delle vacanze” quell’anno non è ancora a pieni giri è il fatto che negli alberghi si trova la camera «alla prima richiesta» e che i dancing «sono ancora frequentati dalla gioventù locale, studenti e bagnini, con eleganti calzoni bianchi». Ma qualcosa sta mettendosi in moto…
TIRRENIA. A parte l’incantesimo di Marina di Pisa, segnala il fatto di aver raccolto a bordo tre studenti pisani che facevano l’autostop: «Si lamentano di non poter andare a San Rossore perché è del presidente della Repubblica» (il parco non era ancora stato messo a disposizione della popolazione) e, non volendo andare a Marina di Pisa perché la giudicano «vecchia», preferiscono Tirrenia «perché è tutta moderna, americana».
LIVORNO. «Lascio ogni volta - scrive il poeta - il cuore sul suo enorme lungomare, pieno di ragazzi e marinai, liberi e felici. Si ha poco l’impressione di essere in Italia. Intorno, nelle fabbriche dei quartieri verso il nord, ferve un lavoro che non ha un’aria familiare, e per questo è tanto più amica, rassicurante». Il brano è datato giugno e il poeta descrive Livorno come «città di gente dura, poco sentimentale: di acutezza ebraica, di buone maniere toscane, di spensieratezza americanizzante». Aggiungendo poi: «Il problema del sesso non c’è, ma solo una gran voglia di fare l’amore. Le facce, intorno, sono modeste e allegre, birbanti e oneste. Pei grandi lungomari disordinati, grandiosi, c’è sempre un’aria di festa, come nel meridione: ma è una festa piena di rispetto per la festa degli altri».
ROMITO. Quello con Livorno è il legame di un innamorato, tant’è che quando dedica una sottolineatura all’«acqua più bella d’Italia», ecco che la indica «sotto gli scogli tra Calafuria e la Quercianella»: qui è «tutto perfetto come nelle isole di Verne». Tutto proprio tutto, no: da lontano domina il fantasma del mausoleo di Ciano che non c’è mai stato: è - sottolinea - «in cima a una montagna secca di sole, ora ridotta a una specie di bunker, probabilmente pieno di feci».
MAREMMA. Dopo Cecina, «comincia una serie di coste pure». Siamo a fine anni ’50, la trasformazione turistica è per molte zone ancora lontana. La Maremma è ancora la Maremma d’un tempo e «la storia stinge, si attenua, ha un vuoto». Il capolinea toscano è Porto Santo Stefano: «non ha più riferimenti con il tempo e con lo spazio».
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