Il Tirreno

Livorno

Il trasloco del depuratore via dalla Venezia apre uno spazio in cui ci giocheremo il futuro. Ecco come

Mauro Zucchelli
Il depuratore del Rivellino nell’attuale collocazione fra Bottini dell’Olio e via della Cinta Esterna in una veduta dall’alto (dalla videopresentazione di Asa)
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Il depuratore del Rivellino nell’attuale collocazione fra Bottini dell’Olio e via della Cinta Esterna in una veduta dall’alto (dalla videopresentazione di Asa)

Quello spicchio di Livorno è proprio nel “cuore del cuore” della città eppure neanche noi livornesi lo conosciamo

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Quello spicchio di Livorno è proprio nel “cuore del cuore” della città eppure neanche noi livornesi lo conosciamo: al di là del muraglione di via della Cinta Esterna (con quell’ex scritta dei “Pubblici Macelli” rimasta solo per metà e ora sono solo i “B-li Mace-i”), al di là dei Bagnetti (dove agli inizi dell’Ottocento andavano al mare i nostri tris-trisnonni), al di là del cancellone di via del Forte San Pietro (che nasconde quel po’ che resta della quarta fortezza di Livorno, quella intitolata a San Pietro d’Alcantara). Non lo vediamo, semmai lo sentiamo: è diminuita perché ormai l’Asa ha coperto quasi tutto, eppure la puzza salta fuori ancora dalle vasche del depuratore. Un salto su Google Earth può aiutarvi a ficcare il naso (e gli occhi) in questa meraviglia. Per ora solo potenziale: adesso è cemento e vasche, vasche e cemento…

Smettiamola di domandarci chi è quel cretino che ha deciso di mettere qui il centro nevralgico di tutti i liquami che la nostra città produce: parliamo di una montagna di “cacca” di almeno 50 tonnellate ogni giorno, senza né ferie né pause. E se pensate che il mare pulito davanti alla costa di una città da 156mila abitanti ce l’abbia regalato qualcuno, ecco siete proprio fuori strada.

IL PUNTO PIU' BASSO

Tutto dipende dal fatto che questo è il punto più basso dove far confluire le fogne di tutta la città: alla metà degli anni ’30, prima della guerra, era l’unica scelta possibile. Anzi d’avanguardia: così come lo era stato, dopo l’epidemia di colera di inizio Novecento, dotarsi di un acquedotto pubblico che portasse l’acqua potabile in tutte le case (1917). Lo sarà anche negli anni ’70: il depuratore del Rivellino evita che i liquami finiscano come altrove nei fossi trasformati in cloache. Non giudicate con il metro di oggi: era in quegli anni che grazie a un livornese, Gianfranco Merli, il Bel Paese ha avuto una legge anti-inquinamento per ripulire le proprie acque, e l’idea di confermare l’impianto lì era arrivata prima perfino che arrivasse tale legge.


L'EREDITA' INGOMBRANTE

Peccato che poi Livorno abbia dovuto fare i conti con l’ingombrante eredità di quella scelta: un depuratore nel cuore del centro storico. Il paradosso è che ora, con il progetto di spostamento del Rivellino che pian piano si tramuta in realtà, la città si ritrova con uno spazio così importante da riprogettare daccapo: più di sei ettari fra la Dogana d’Acqua e piazza del Luogo Pio (Museo della Città), a due passi dalla nuova stazione marittima che per ora è solo un sogno nelle mappe della privatizzazione della Porto 2000.

Adesso tutto questo potrebbe essere un po’ più vicino: ieri mattina è stata presentata a Palazzo Civico la firma del passaggio di proprietà dall’Eni all’Asa di alcune aree grossomodo fra l’ex Trw-Delphi e la raffineria. L’area dove poter finalmente spostare il depuratore del Rivellino e sgombrare l’attuale localizzazione a ridosso della Venezia.

A Palazzo Civico sembrano averla capita. A furia di studi si rischia di ridurre tutto a un “progettificio”, ma «entro marzo sarà affidata la realizzazione del masterplan», come dicono il sindaco Luca Salvetti e l’assessore Gianfranco Simoncini.

Non desti meraviglia se fissiamo lo sguardo in prima battuta sul grande spazio che si spalanca in una zona così strategica per il futuro della città che non sia la stanca rassegnazione al declino. Uno spazio vuoto, dunque da riprogettare: e qui entrerà in gioco la qualità, a meno che non ci si voglia accontentare del solito “cubo funzionale”, cemento un tot al chilo per una soluzione al risparmio. Come diceva quel visionario d’ingegnere-scienziato che è Paolo Dario per lo Scoglio della Regina: «L’Opera House di Sidney è inutile, nel senso che se ne poteva fare benissimo a meno, ed è pure girata dalla parte sbagliata. Eppure è diventata il simbolo di quella città nel mondo».
 

LA PORTATA DELLA NOVITA'

Prendiamola da lontano: è solo così che si riesce a capire la portata di questa novità che sì farà sparire la puzza dai quartieri ma soprattutto offre una idea per ridisegnare la città. Per più di un secolo il lungomare di Livorno è rimasto quel che era (salvo il nuovo acquario e il rifacimento della Terrazza Mascagni con le palme), ma da quando il Cantiere Orlando non c’è più e lo stabilimento Azimut Benetti ha lasciato spazi utilizzati per la Porta a Mare, basta solo unire i puntini per accorgersi che Livorno ha ora in mano la matita per raddoppiare il lungomare. Sono sufficienti cinque mosse.

Uno: togliere di mezzo l’intoppo che davanti all’ingresso di Azimut impedisce di proseguire verso il Molo Mediceo (neanche cento metri di strada da sistemare).

Due: a ridosso della Punta dei Piloti, c’è quella meraviglia sconosciuta del Forte di Bocca con la galleria dei fucilieri a protezione del Porto Mediceo (l’Authority ci sta già lavorando e ha messo 500mila euro nel piano triennale degli investimenti in data 2022 per uno stock di lavori).

Tre: la Porto Immobiliare, proprietaria dell’ex silos, ha in mente il piano per spalancare alla città la Fortezza Vecchia (c’è da ridisegnare con volto da lungomare quest’angolo che ora è solo piazzali, cemento e sterpaglie).

Quattro: all’ex silos si è interessato perfino l’entourage dell’archistar Renzo Piano, per ora è stato riaperto un salone (a quando anche il resto del progetto?).

Cinque: i ritardi dell’Authority nel resecare Alto Fondale e Calata Orlando, i guai finanziari degli Onorato, il contenzioso su chi fa cosa nei servizi ai passeggeri hanno impallinato la nuova stazione marittima che è nei cassetti con un piano da 90 milioni di euro.

Il capolinea di tutto questo dovrebbe essere il sesto tassello del mosaico: il nuovo assetto di questo polo fra via della Cinta Esterna e i Bottini dell’Olio. In concreto: la “cerniera” fra il porto passeggeri e il cuore antico di Livorno. Con i suoi fossi lungo i quali sono presenti un centinaio di cantine: solo un pugno di esse sono valorizzate, il resto sono poco più che depositi. Invece a Utrecht, l'Oudegracht – nient’altro che un vecchio canale di un paio di chilometri ma in mezzo a un quartiere che è un tesoro – è diventato un polmone turistico di pub, osterie, ristorantini…

ANCHE LA RICERCA

La solita storia: come se il futuro di Livorno fosse solo una sfilza di pizza&birra, cinque&cinque più ponce e cacciucco. Da non sottovalutare perché i posti nel turismo sono ad alta intensità di lavoro e perciò bastano minimi investimenti per dar reddito a 4-5 persone. Ma qui c’è anche altro. La novità sta nell’idea che a Livorno possa metter radici una “fabbrica della ricerca”: in parte lo è già con i centri “gemmati” dal Sant’Anna o dall’ateneo pisano, con la Kayser e la Leonardo, con i poli ricerca&sviluppo in alcuni stabilimenti, con la Apple Technologies. Almeno 300 persone. Ma possono diventare di più.

A margine della presentazione della firma che apre la porta allo spostamento del depuratore, è l’assessore Simoncini a segnalare che «intanto va avanti il progetto di recupero dell’area degli ex Macelli: lì sarà realizzato il nuovo “polo urbano per l’innovazione”». Del resto, su quella direttrice c’è, poco più in là, la Dogana d’Acqua che ospita già imprese innovative e équipe di ricerca.

Appena una settimana fa è stato messo nero su bianco l’accordo con la Regione Toscana. Oggetto: il contratto relativo alla progettazione definitiva e esecutiva (compresa la direzione lavori) del primo lotto per il recupero di Forte San Pietro. Nel menù dell’intesa c’è un finanziamento regionale che vale 5 milioni di euro: tre destinati al recupero di alcuni capannoni degli ex Macelli, il resto («già interamente utilizzati») spesi per “protocolli di insediamento” e “voucher” per incentivare imprese creative (e non) ad «avviare la loro attività a favore delle imprese localizzate nella nostra città».

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di Redazione web