Gioco
Livorno, mai così pochi bebè: «Attenti, è questo il problema-clou che pesa sul futuro»
Il vescovo Simone Giusti: un figlio non è un fatto privato, è di tutti e per tutti. Il calo choc nascosto finora dall’afflusso di stranieri
LIVORNO. C’è un’altra “Darsena Europa”, ancor più importante per garantire sviluppo e futuro alla città. Peccato che pochi se ne accorgano, dev’essere forse perché non la cercano da dove va cercata: il reparto maternità dell’ospedale. Mai così basso come negli ultimi due anni il numero dei bebè livornesi. Ed è il problema dei problemi, pesa ben più dei limiti al pescaggio delle navi portacontainer: il dossier sulla qualità della vita sfornato dal quotidiano confindustriale Sole 24 Ore con cadenza annuale indica che il territorio livornese ha il proprio punto debole proprio nella struttura della popolazione.
Se l’export può andar male per una congiuntura dei mercati o il reddito disponibile risentire negativamente per qualche provvedimento taglia-costi, l’arrivo di nuovi nati avrà conseguenze nei decenni a seguire: non foss’altro perché una diminuzione del numero di ingressi oggi si trasformerà fra 25-35 anni in una diminuzione dei possibili padri e madri, dunque a catena in un ulteriore calo di nascite. Tradotto: i guai di oggi si intravedevano già negli anni ’80, ma finora erano rimasti nascosti dall’afflusso di giovani migranti. Solo che adesso questa cortina di fumo nasconde molto meno: da un lato, perché la natalità cala anche nelle famiglie di origine straniera che finora l’avevano spinta un po’ più in alto (stanno prendendo le abitudini di quelle livornesi); dall’altro, perché l’afflusso punta soprattutto altrove.
Attenzione, la brusca riduzione del numero dei bambini è solo una metà del problema. L’altra metà è il fatto che nel frattempo la generazione del baby boom dal dopoguerra agli anni ’60 sta gonfiando l’esercito di quanti hanno più di 60 anni. In uscita dal lavoro ma anche con un surplus di acciacchi: all’aumento della durata della vita non ha corrisposto un aumento della qualità della fase finale dell’esistenza, anzi.
Tutto questo finisce nel menù del seminario che dalle aggregazioni laicali della diocesi è stato organizzato al centro culturale di via delle Galere: occhi puntati sulle "culle vuote" di questo "inverno demografico" del nostro scontento.
Sotto i riflettori: 1) le voci della sponda Asl come la direttrice generale Maria Letizia Casani, i primari ospedalieri Sergio Abate (ostetricia e ginecologia) e Roberto Danieli (pediatria), la responsabile delle attività consultoriali Rosa Maranto; 2) gli amministratori e i politici come il presidente della Regione Eugenio Giani, l'assessore Andrea Raspanti per Livorno e il sindaco Daniele Donati per Rosignano; 3) le esperienze positive come suor Raffaella Spiezio (Casa Papa Francesco), Selina Liperini (Casa Villa Benedetta), Luciano Malfer (Associazione dei Comuni per la famiglia).
La “trappola demografica”, così la chiama Luca Mastrosimone, esponente dei Medici cattolici e delle aggregazioni laicali diocesane, mettendo l’accento sull’aspetto di «un cambiamento antropologico prima ancora che d’una difficoltà economica». Lo ripete con un concetto-chiave che attraverserà tutta la discussione e verrà ribadito dal vescovo Simone Giusti: un figlio non è un fatto privato, che sta solo al di qua dell’uscio di casa, è anche la “ricchezza” del capitale umano sociale («è di tutti e per tutti»). Il riassunto lo fa Maranto: «In cinquant’anni le nascite si sono dimezzate». E l’innalzamento dell’età del parto, che ora in media sfiora i 33 anni per le donne italiane (e supera i 29 per quelle straniere) non è senza conseguenze, visto che Abate segnala che «è fra i 20 e i 30 anni la maggior capacità biologica di riprodursi, più tardi diminuisce e in modo ancor più netto dopo i 40 anni».
Danieli rincara la dose: in appena dieci anni i parti delle donne ultraquarantenni sono passati dal 7,3% al 10%, la procreazione assistita è quasi raddoppiata (dal 2,1% al 3,8%). Fino al 2015 un migliaio di parti all’anno, dal 2015 al 2018 ci si è assestati su uno standard un po’ più basso, poi un calo netto. «Ma non solo si nasce meno, si nasce più spesso prima del tempo» (fin quasi a toccare il 12% in quest’ultima fase nel segno del Covid), ed è fra i bebè nati in anticipo che si concentra «il 60%» dei piccolissimi che non ce la fanno, benché la nostra mortalità infantile e neonatale sia fra le più basse.
Il primario di pediatria però guarda anche a quanto stanno crescendo le disuguaglianze: «Non è vero che si nasce tutti uguali, proprio per niente: la possibilità che il parto finisca male è per una donna straniera al Sud il triplo che per una donna toscana o del Nord.
Altre cifre le snocciola Abate, slide dopo slide: oggi ogni cento ragazzi under 14 si contano quasi 239 persone al di sopra dei 65 anni. Non è tutto: cento persone in età attiva (15-64 anni) oggi hanno da mantenerne 63,8 che o troppo giovani o troppo anziane per lavorare, neanche vent'anni fa erano meno di 52. Di più: l'indice di ricambio della popolazione attiva misura quanti stanno per andare in pensione (60-64 anni) rispetto a quanti stanno per entrare nel mondo del lavoro (15-19 anni), e il fatto che adesso questo rapporto sia arrivato a 159,3 segnala che «la popolazione in età lavorativa è molto anziana», dice il primario di ostetricia. Ma il dato-choc è il numero medio di figli per donna: oggi è 1,17, dovrebbe essere di 2,1 «anche solo per garantire il mantenimento della popolazione attuale».
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