Gioco
Livorno piange Carlo Poggianti, per anni colonna dei vigili del fuoco
Aveva 77 anni e ha lavorato per decenni come caporeparto. Il ricordo del figlio Federico: «Era una persona eccellente, soprattutto dal lato umano»
LIVORNO. Da eccellente vigile del fuoco qual era è stato inviato da Livorno nei più importanti e delicati teatri delle tragedie nazionali: il terremoto in Irpinia, quello in Friuli, in Sicilia e nell’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966. E ovviamente anche sul Moby Prince, il più grande disastro della marineria italiana avvenuto al largo della nostra città. Vigili del fuoco in lutto per la scomparsa a 77 anni di Carlo Poggianti, morto nel reparto delle cure palliative dell’ospedale dopo una malattia.
Nella mattinata del 5 febbraio, alla camera mortuaria di viale Vittorio Alfieri, erano tantissimi i colleghi che si sono stretti al dolore dei familiari. In particolare del figlio Federico Poggianti, che ha ripercorso le orme del padre e lavora come pompiere nella caserma di via Campania, e di suo fratello Francesco, che nel lontano 1989 è entrato come militare nello stesso corpo, per poi intraprendere un altro percorso professionale. «Per salutarlo per l’ultima volta al funerale sono venuti dai pompieri più anziani a quelli più giovani – dice il figlio Francesco – e ho i brividi solo a pensarci». «Mi ha fatto tanto piacere rivederli tutti insieme – aggiunge il fratello Federico – perché si sono riunite le generazioni dei vigili del fuoco di Livorno, dai ragazzini ai pensionati. Mio padre era una persona eccellente, soprattutto dal punto di vista umano. Mi mancherà moltissimo».
A ricordare Poggianti, prima caposquadra e poi caporeparto quando la sede degli “angeli in divisa” era ancora in via dei Pescatori, è l’amico e collega Luciano Ghelardi, con cui ha condiviso vita e gran parte della carriera: «Siamo entrati insieme come militari, nel 1963, a Capannelle (Roma) – ricorda – e Carlo era una bravissima persona. Dopo i primi anni da non effettivo, negli anni Ottanta è entrato come permanente e ha partecipato a tutte le più grandi calamità italiane. Inizialmente, in caserma, entravamo portando il nostro mestiere e lui era un grandissimo tornitore, una mansione che sapeva fare a regola d’arte. Eravamo autonomi, con la falegnameria e le altre attività necessarie per l’intera attività quotidiana. Carlo, fino all’ultimo, ha voluto essere operativo e non ha mai accettato le mansioni di ufficio, quelle più sedentarie, preferendo sempre lavorare nel vivo degli interventi. Era davvero un grande».
Fra le sue passioni anche la caccia. Che condivideva sempre con l’amico Ghelardi: «Fino all’ultimo – conclude – ha partecipato alle battute. Era bravissimo anche come “doppietta”». «Un uomo allegro e scherzoso – così lo ricorda l’ex direttore coordinatore speciale del comando provinciale, Paolo Ghelardi – nonché un ottimo vigile del fuoco». Ieri, alla presenza dei tantissimi colleghi e amici, alla cappella dell’ospedale si è celebrato il funerale. Poi la cremazione al tempio funerario del cimitero dei Lupi.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
