Il Tirreno

Livorno

In pensione "lo zio" Cecconi: una vita sulle ambulanze da medico del 118

Matteo Scardigli
Lo "zio" Cecconi
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Lo "zio" Cecconi

Livorno: pioniere del servizio sanitario lascia dopo 24 anni a bordo dei mezzi di soccorso della provincia: «Ho visto crescere tutti i ragazzi del volontariato, alcuni sono diventati colleghi»

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LIVORNO. «La gestione dell’emergenza è un lavoro di squadra. Io posso esser stato un pioniere, ma certamente non voglio essere un protagonista: sono una persona normalissima».

Il medico Alessio Cecconi, negli ultimi 24 anni di onorato servizio, è stato “lo Zio” degli equipaggi delle ambulanze delle Misericordie, della Pubblica assistenza e della Svs; praticamente di tutte le associazioni della provincia. Ma anche il creatore del “protocollo Mary”, l’uomo del “Giulia, Chiara, manca il rotolo di carta”, il dottore del “datemi il lenzuolino”, la “guardia giurata della notte” e chi più ne ha più ne metta.

«Certamente non appendo lo stetoscopio al chiodo. Il mio impegno continua, solo con un ritmo più sostenibile e compatibile con la salute e con l’hobby della barca a vela; in direzione Elba, la mia seconda casa», racconta dopo il suo ultimo giorno in via Giuseppe Verdi.

Ad attenderlo, giovedì, c’era un rinfresco d’addio. Condiviso sui social media, ha fatto incetta di like, auguri e congratulazioni. L’ultimo turno, invece, è fra due mercoledì all’Svs. La pensione, quella vera, scatta infine il 1° marzo. Nato a Livorno, studia a Pisa e poi esercita per una quindicina d’anni la libera professione, più o meno nello stesso periodo nel quale svolge incarichi di medicina generale.

«Nel 1997, quando arrivò il 118 grazie al nostro “padre” Francesco Genovesi, fui tra i primi a partecipare: un apripista, poi sono diventato dirigente ospedaliero legato proprio al servizio di pronto soccorso», racconta. Nel frattempo gli anni passano, e il divario con le nuove generazioni di volontari si allarga: «Alcuni ragazzi sono poi diventati degli stimati colleghi, ma tanti altri “nipoti” hanno saputo farsi strada nel mondo; anche in altre professioni», racconta ancora.

Ed ecco quindi la necessità del soprannome, che sarà poi soltanto il primo di una lunga serie: «Presi lo spunto dalla commedia di Marco Conte e decisi di farmi chiamare “Zio”. Vivendo per tutti questi anni in mezzo ai ragazzi, si è instaurato con loro un rapporto familiare. Li ho visti crescere», racconta ancora.

Maestro di efficienza (quella storia del protocollo): «Un metodo per… gestire le “chiamate di non-emergenza” e conservare le energie per quando servono davvero».

Precursore delle procedure igieniche (quelle altre storie della carta e del lenzuolino) che oggi il Covid ha trasformato in prassi: «Fin da tempi non sospetti, prima della pandemia, ho preteso un’attenzione all’igiene “leggermente maniacale”». Stakanovista: «Almeno una notte su tre era “mia”. Ne ho fatte tante, come – per antonomasia – le guardie giurate di una volta».

«Non posso dimenticare i molti episodi dolorosi di vite spezzate prematuramente o morti tragiche. Rimarranno per sempre dentro di me», confessa, e poi aggiunge: «Di tutte queste esperienze, quella che mi ha cambiato la vita di medico è la pandemia». E Cecconi è stato apripista anche in questa occasione, quando a marzo 2020, bardato come un astronauta, faceva i test ai concittadini livornesi casa per casa, da Stagno a Quercianella, insieme ad altri 11 medici delle ambulanze. Quelli fuori dalle mura di viale Alfieri, di cui si era parlato meno fino a quel momento rispetto ai colleghi in camice bianco, che decidevano chi doveva essere ricoverato e chi no.

Dopo 24 anni di «interventi belli, comici, dolorosi, con la pioggia o con il sole sempre fianco a fianco delle forze dell’ordine, della guardia costiera, dei vigili del fuoco e di tutti gli altri soccorritori», il giro dei saluti si allunga al punto che si rischia di scordare qualcuno. «Voglio ringraziare tutti», riassume, e allo stesso modo lascia un consiglio alle nuove generazioni: «Non ho niente da insegnare loro, sono tutti preparati e volenterosi. Lascio una parola sola: resistere».

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di Redazione web