Gioco
Nuovo mercato ortofrutticolo, il no dei residenti di Leccia e Salviano: basta cemento questo verde non si tocca
Livorno, pronta la raccolta firme: «Lo abbiamo scoperto solo quando hanno iniziato a pulire. Con i camion la notte non dormiremo più e questa è già una zona delicata»
«Se vengono a tagliare gli ulivi mi incateno. Basta costruzioni, basta cemento. Questo territorio ha già dato...». Daniele De Felice non ha ancora trent’anni e cinque anni fa ha aperto un’azienda agricola insieme alla fidanzata Marta Lombardo. I due sono tra i tanti che ieri si sono riuniti tra via di Levante, via della Valle Benedetta e via Merli per dire no alla costruzione, in quest’area, del nuovo mercato ortofrutticolo.
L’umore che si respira lo raccontano gli striscioni che sono spuntati come funghi tra la Leccia e Salviano: il terreno di confine è un gigantesco campo in parte ricoperto da rovi e canneti, in parte appena spianato con il camion e in parte punteggiato da olivi. Ci si affacciano i palazzi che si trovano al di là di via di Levante, alcuni orti coltivati lato via di Salviano, una schiera di villette lungo via Merli e in fondo, subito al di là di via della valle Benedetta, una cassa di espansione del fiume.
Si accavallano, tra le altre, le voci di Massimo Massaini, Giovanna Banti, Enrico e Vincenzo Turelli, Larry Macaluso, Daniele Manetti, Maria Paola Cattermole. Sono pronti a costituire un comitato, intanto stanno per iniziare a raccogliere le firme e hanno già iniziato a farsi sentire su un gruppo Facebook che si chiama “Giù le mani dall’uliveta”, che ieri contava circa 230 iscritti. «Abbiamo scoperto per caso, un paio di settimane fa – raccontano a turno – che il Comune ha deciso di spostare qui il mercato. Una mattina ci siamo alzati e abbiamo trovato le ruspe che spianavano il terreno, dopo anni che non si vedeva nessuno. Guardi, là nel mezzo c’è una strada...». La bretella mai nata tra via della valle Benedetta e via di Levante. «Dovevano costruirla più di dieci anni fa, poi la ditta fallì e rimase tutto così. Ora sono anni che puliamo da soli almeno 5mila metri, per non trovarci gli animali in casa».
Nei cellulari scorrono le foto di daini, cinghiali, volpi. «Questo è un polmone verde, lo tengano meglio invece di cementificare, ho contato 80 olivi secolari, che fine faranno?», ripete Massaini, l’amministratore del gruppo: «Siamo in un’area residenziale, non industriale. Le case saranno svalutate. Anni fa, prima di comprarle, ci dissero che per almeno vent’anni non sarebbe stato costruito niente, al massimo una chiesa, che poi è stata fatta da un’altra parte. Ora ecco questa storia del mercato...». «La viabilità – riprende – non è adeguata. E chi vive intorno ha paura di non dormire più. L’altra notte abbiamo messo un bip della retromarcia in mezzo al campo e lo hanno sentito tutti. Immaginatevi quando ci sarà un viavai di camion...». «Verranno a scaricare tutti i giorni alle 4», aggiunge Manetti: «Chiediamo che il mercato non venga fatto qui e che si prendano in considerazione altre aree industriali. Non ha senso toglierlo da un’area in mezzo alle case, a Fiorentina, per rimetterlo vicino ad altre case, oltretutto in uno spazio verde. Al Picchianti ci sono tanti capannoni in disuso, perché si deve costruire ancora?».
«Questa è una zona delicata, lo abbiamo visto tutti con l’alluvione», aggiunge Enrico Turelli: «Io qui ci sono nato, ho visto costruire tantissimo intorno». «E questo terreno è pubblico – gli fa eco Vincenzo Turelli, che coltiva gli orti vicini – perché i privati lo hanno ceduto per concentrare gli indici edificatori al Nuovo Centro. Quindi ha già dato... È un terreno vergine, se vogliono farci qualcosa ci facciano un parco e lo tengano pulito».
I residenti della zona non sembrano credere troppo al progetto del parco agricolo («see... eravamo piccini...») e fanno sapere che chiederanno un incontro a sindaco e assessori. «Intanto ci dicano se è già tutto deciso...», sottolinea Macaluso.
«Sia chiaro – concludono dal gruppo – che non ce l’abbiamo con chi lavora al mercato. Ma il Comune non può dire di voler costruire posti di lavoro creando disagi».
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