Gioco
Spopola la pandemia spiegata in vernacolo livornese e la risata mette tutti d’accordo: ha ragione!
Un vocale rimbalza tra le chat di tutta Livorno (e non solo): trenta secondi di “politicamente scorretto” diventati in un lampo virali. L'analisi di un fenomeno
C’è un messaggio vocale che gira nell’etere. Di che messaggio si tratti non c’è nemmeno bisogno di spiegarlo perché, nell’epoca della riproducibilità tecnica e della condivisione istantanea, il testo è sulla bocca e nelle orecchie di tutti – un messaggio che è (fuori) uscito da un gruppo privato ristretto, la famigerata chat delle mamme di scuola, ed è assurto al rango di “virale” o meglio universale, a disposizione di sette miliardi di abitanti della Terra.
La domanda è: perché in poche ore questi 30 secondi di parlato sono diventati di dominio pubblico, in barba alla privacy delle persone coinvolte? Può essere che il motivo di tale reiterata diffusione sia perché faccia particolarmente ridere il tono sboccato e boccaccesco scelto per la narrazione?. Non credo basti questo a svelare l’arcano. No, il messaggio è stato condiviso in maniera compulsiva da chiunque perché la signora che parla, di fatto, ha ragione da vendere, tanto da essere in grado di tenere una lezione al mondo a reti unificate e, cosa non da poco, è riuscita per una volta – forse per la prima in assoluto dall’inizio di tutta la Pandemia – a bypassare, scardinare e distruggere in un colpo solo tutto il politicamente corretto che ci circonda, ci attanaglia e affossa. E aggiungerei: finalmente! Il vocale è chiarissimo: «Se avete figli malati (o avete il dubbio che non siano in forma o non stiano bene) , nel momento di massimo picco dell’Ondata numero Quattro, nell’Anno Due dell’Era Covid, mentre imperversa la contagiosissima e temibile variante Omicron, non mandateli a scuola con gli altri bambini: teneteveli a casa, altrimenti ci contaminiamo tutti e non ne usciremo più».
Facilissimo. È un concetto che da due anni a questa parte ci viene ripetuto di continuo da chiunque: presidenti del Consiglio, ministri della Salute e della Scuola, presidi, professori, maestri, insegnanti di ordine e grado, collaboratori scolastici, genitori. Sì, tutti lo sappiamo snocciolare a memoria. Ma è stato davvero capito e compreso? Pretendiamo sia rispettato dagli altri – ma lo applichiamo davvero a nostra volta quando tocca a noi? Li teniamo davvero a casa i figli con la coscienza media del buon padre di famiglia? Macché. Dopo le vacanze di Natale, infatti, le scuole si sono riempite di bimbi che si sentivano male in classe. Il mantra istituzionale della “sorveglianza responsabile” non ha bucato. E allora, ecco che arriva il “testo” risolutivo, che una volta per tutte e in maniera dirompente sfascia gli schemi, il ripassino pratico pane al pane. Senza i pareri del Comitato Tecnico Scientifico o della Cabina di Regia e senza il burocratese delle circolari ministeriali. Della serie: Oggiù, proviamo a dirlo in un’altra maniera, vediamo se capite.
Una maniera limpida e a mio avviso molto consapevole, scandita bene: «Mamme, se il vostro bimbo non sta bene, tenetevelo fra le gambe / in grembo / sotto la gonna» (tirando in ballo semanticamente, con un colpo di genio che sarebbe piaciuto perfino a Umberto Eco, anche l’atto originario di far nascere e crescere i figlioli). In sostanza, la signora ha svolto la stessa funzione sociale in cui si muove da sessant’anni e passa il Vernacoliere di Mario Cardinali nel panorama della satira nazionale – dicendo le cose che tutti vorrebbero dire ma non ne hanno il coraggio, e mancando miratamente di rispetto allo strafottente, a chi che si sente più furbo. Non a caso, tra le parodie più di successo piovute sui social dell’audio in questione spicca quello in cui la voce della signora doppia una virologa ospite da Vespa. Perché è catartica, liberatoria, carnevalesca. È quello che si vorrebbe sentire tutti dopo 24 mesi di “discorsi” e vuota fuffa. Vorrei ricordare che alla potenza eversiva della parolaccia dobbiamo i “novantadue minuti di applausi” diventati proverbiali nell’era di Facebook e inventati da Paolo Villaggio nel 1976 col Secondo tragico Fantozzi, che scattano rivoluzionari quando il vessato ragioniere si ribella al potere del cineforum imposto (durante una partita dell’Italia) da Guidobaldo Maria Ricciardulli, al grido di «La corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!». Tutti in piedi.
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