Gioco
«Noi comunisti nella società ingiusta In cerca di futuro 101 anni dopo»
Le differenti anime del “popolo rosso” fra punzecchiature e qualche tentativo di ritrovare un filo comune
livorno. Come i loro trisavoli che abbandonarono il Teatro Goldoni se ne andranno idealmente verso il San Marco. Magari lo faranno non assieme, chi passando da piazza Grande e chi dal Voltone...
Stiamo parlando dei partiti comunisti che, a Livorno come nel resto del paese, rivendicano l’eredità del “grande” Pci morto alla Bolognina ormai tanti anni fa (e che a Livorno nacque 101 anni fa: proprio in questi giorni cade l’’anniversario). Come spesso succede tra “cugini” le polemiche non mancano e le rivendicazioni sui quattro canonici quarti di nobiltà comunista, a dispetto degli altri, non mancano.
Ma qualcosa a Livorno sta cambiando. Lo spiega Lenny “Mangusta” Bottai, 44 anni, pugile di fama mondiale, che ha recentemente abbandonato il Partito Comunista di Marco Rizzo (assieme a tutti i cento militanti) per dar vita vita alla federazione Ilio Barontini, un soggetto autonomo locale che ha come obiettivo la ricerca della possibile unità a sinistra, non solo tra ai vari “Pci” ma pure con le altre formazioni (Potere al Popolo, etc…) di matrice comunista extraparlamentare. «Nel partito non potevamo più stare, decideva tutto il segretario nazionale, addirittura alle elezioni il partito vide sovrapporsi sul simbolo il nome “Rizzo”...».
Bottai mette l’accento sul fatto che «poi la linea ci sembrava a tratti equivoca: le iniziative con Paragone sul Covid e certe posizioni sulla politica estera non potevano essere condivise».
Da qui Bottai dal settembre scorso ha lanciato assieme al Pci (ovvero il partito, in buona parte erede dei “Comunisti italiani”, di Armando Cossutta, che dal primo Pci ha ereditato nome e simbolo) una “unità di Azione Comunista” che vede i due partiti, assieme ad altre formazioni di cui sopra, tessere iniziative e programmi per una nuova stagione della politica livornese.
Lo conferma Luigi Moggia, 44 anni, perito tecnico e laureando in ingegneria,segretario appunto del Pci, sessanta militanti e una sede all’interno del Palazzo dei Portuali: «Sì, da tempo è iniziato un percorso comune e comune è pure l’individuazione dei punti che a Livorno ci devono contraddistinguere come comunisti: lotta per il lavoro e di conseguenza una rivitalizzazione dei centri di produzione contro la progressiva terziarizzazione che cozza contro la storia industriale della città».
Ma perché non coinvolgere il terzo soggetto comunista presente in città ovvero il Partito della Rifondazione Comunista? «Non vorremmo escludere alcun soggetto – risponde – ma Rifondazione ci sembra orientata ad una politica più “soft”, meno attenta alle tradizionali lotte comuniste e più vicina a modelli, pur rispettabili, eurosocialisti».
E sentiamola quindi la campana di Rifondazione nella voce di Marco Chiuppesi, fresco segretario del partito la cui federazione è anch’essa presso i portuali, più altre tre sezioni sul territorio comunale («Non più nella storica casa del popolo di Borgo Cappuccini ?», «No, è stata venduta…»).
«Il nostro modo di vivere le idee comuniste – dice – è rapportato ai tempi: non possiamo più parlare di lotte operaie, che ovviamente rimangono comunque nel patrimonio del nostro viver quotidiano, ma gli oppresi sono anche altri, per motivi che vanno – aggiunge Chiuppesi – dalla sessualità, alla razza, alla condizione di chi costretto a vivere in realtà inquinate eccetera». Per Chiuppesi, «non possiamo rimanere legati ad una visione novecentesca del comunismo».
Una cosa comune contraddistingue i tre soggetti: una corona da portare al teatro San Marco e l’omaggio alle tombe di Ilio Barontini e degli altri leader comunisti livornesi. Magari però in orari diversi…
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