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Il grido di dolore di una madre «Aiutate mia figlia invalida»
La 48enne Anna vive con la mamma in una casa alla periferia della città «Ha bisogno di una fisioterapia che non arriva mai. La burocrazia ci ingabbia»
livorno. Quella per salvare Anna (nome di fantasia) è una sfida contro il tempo che la madre, ormai anziana, non ha più le forze di combattere. Anna ha 48 anni e un’invalidità del 100 per cento. E da qualche mese sta precipitando in un abisso. «L’ho cresciuta da sola. Ha sempre sofferto di spasmi, però riusciva a parlare. Con l’età, però, la sua patologia peggiora. E neanche io, ormai, riesco più a capirla», racconta la madre, confessando che «è una persona intelligente, vorrei recuperare la possibilità di comunicare con lei».
Le due donne abitano insieme in un quartiere alla periferia della città. La madre è l’unico sostegno della figlia, e oggi – con l’età che avanza e le energie che non sono più quelle di una volta – più che mai si preoccupa per il suo futuro: «Ho lottato tanto, adesso ho paura di non farcela più». Oltre alla disabilità che l’accompagna da tutta la vita, Anna è infatti intrappolata in una burocrazia che non le lascia scampo. Ha bisogno della fisioterapia per esercitarsi a controllare i suoi movimenti, ma da quattro mesi non riesce a praticarla. «Prima di poter avviare il ciclo di sedute è necessaria una visita neurologica», spiega la madre, che poi precisa: «Il problema è che stiamo aspettando una risposta che non arriva mai. Ci dicono sempre che “ora ci siamo”, che “questa è la volta buona”, ma questa visita non si riesce a fissare».
Il sistema sanitario aveva “rimesso in piedi” Anna alcuni anni fa. La sua condizione, però, è peggiorata nel tempo. «L’hanno abbandonata. Ho dovuto portarla in Francia per tre anni perché riuscisse a mantenere ciò che era riuscita a conquistare con fatica», racconta ancora la donna, che poi insiste: «Quando i figli sono piccoli ci comandano loro (cioè gli assistenti sociali), da grandi se ne disinteressano».
Anna ha infatti cambiato referente da poco, ma la sua situazione non si è sbloccata. «Ne abbiamo visti tanti di assistenti sociali. Dovrebbero venire una volta al mese ma non lo fanno», si sfoga la madre, ricordando che «una volta, per farli venire, dovetti dire che lei era caduta nella doccia. Mi dissero che dovevo cambiare il bagno perché lo scalino era troppo alto. Ma, anche lì, ci vollero quattro mesi perché arrivasse qualcuno».
E così, di assistente in assistente, le due donne hanno ricevuto impegni e promesse; e non solo per organizzare questa benedetta visita. «Anna è stata inserita in non so più ormai quanti progetti sociali. Ogni volta è la stessa storia, c’è da fare tutta la trafila iniziale ma poi il progetto vero e proprio non decolla mai».
Dal 2020, poi, si è messo di traverso anche il Covid. Oltre al danno, infatti, c’è anche un paradosso che ha dell’incredibile. «È Anna a scrivere ogni volta le email, io ho provato tante volte a telefonare. E non si trova mai nessuno. A volte, perché rispondano, bisogna chiamare alle 7,30 di mattina, oppure le risposte non portano a niente», racconta la madre, ormai sfinita, e punta i piedi: «Non dovremmo essere noi a insistere, ma loro a farsi vivi e interessarsi di mia figlia».
All’orizzonte, poi, si profila un altro incubo. «Anna è seguita dalla cooperativa Cuore Liburnia Sociale, che però ha perso l’appalto. Da febbraio ci saranno altri. Il Comune ci ha detto che le ore di sostegno non andranno perse ma io, ormai, non so cosa succederà», riferisce la donna, esprimendo infine un pensiero per chi, come lei e la figlia, si trova in una strada senza uscita: «In questa stessa situazione ci sono tante famiglie con figli disabili, per i quali la fisioterapia è indispensabile. Ma, ancora, un traguardo che sembra impossibile da raggiungere».
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