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Livorno

lutto nel mondo israelitico: aveva 100 anni 

Addio a Musante: dalle bombe lo salvò un libro di preghiere

Mauro Zucchelli
Addio a Musante: dalle bombe lo salvò un libro di preghiere

Era di una famiglia cattolica livornese, con il rabbino Toaff si convertì all’ebraismo È scampato all’attentato alla sinagoga di Roma. Il dialogo con papa Francesco

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Mauro Zucchelli

Livorno. Aveva spento cento candeline sulla torta di compleanno nello scorso mese di maggio: se n’è andato Nereo Musante, origini livornesi in una famiglia cattolica, poi diventato figura storica all’interno della Comunità ebraica di Roma (che così a lungo è stata guidata da un grande personaggio di provenienza labronica come il rabbino Elio Toaff). Ne dà notizia Shalom, la rivista che della Comunità israelitica romana è la voce.

Il nome di Musante è legato a un episodio che ne ha segnato per sempre la sua vita e la parabola che l’ha portato, caso raro, a compiere tutti i passaggi formali per la conversione all’ebraismo.

Era il 9 ottobre di quarant’anni fa e alla sinagoga di Roma un commando palestinese lanciò bombe a mano e aprì il fuoco con i mitra ammazzando un bambino di due anni e ferendo 37 persone. Era lì anche Musante, che da tempo era attratto dall’ebraismo e frequentava il tempio maggiore: si salvò solo perché il libro delle preghiere che teneva nella tasca della giacca fermò i proiettili. Quel volumetto delle preghiere quotidiane (“Siddur”), «con tanto di proiettile», è ancora conservato al Museo Ebraico nel complesso che nella capitale contrassegna uno spicchio del Ghetto.

Sarà dopo quel giorno ad aprire la porta a qualcos’altro nella storia personale di Musante: è un balzo in avanti mel complesso cammino del “Ghiur”, cioè il percorso religioso con cui raggiunge la conversione e, nel 1984, l’ingresso effettivo nell’ebraismo abbracciando la Comunità romana con il nuovo nome di Israel Ben Avraham.

«Professor Toaff, ora che sono stato ferito in quest’attentato alla sinagoga ho superato la prova per la conversione all’ebraismo?»: così, secondo Moked, il portale del mondo israelitico, dal letto di ospedale si rivolse al leader dell’ebraismo made in Italy, il rabbino capo che lui conosceva già da lunghi anni. La risposta di Toaff – viene sottolineato – concluse «l’aspetto giuridico e halachico di una richiesta che Nereo Israel Ben Avraam Musante si portava addietro da diversi anni con tormento, dedizione e passione».

Non è una coincidenza il riferimento alla famiglia Toaff. Anzi, il legame nasce fin da quando da piccolo la sua famiglia va ad abitare in un edificio di proprietà della Comunità ebraica livornese, dove viveva anche la famiglia Toaff. La dimensione della Comunità livornese e la sua integrazione nella città faceva sì che, nell’intrecciarsi delle relazioni fra le persone, fosse del tutto normale l’attenzione agli usi e alle tradizioni altrui. L’interesse per quel che il mondo ebraico significava per Livorno e soprattutto per lui si era accresciuto nel momento in cui, per le casualità del destino, durante gli studi a Pisa conosce Elio Toaff. A Livorno nasce l’amicizia anche con la famiglia del rabbino Bruno Polacco.

Del resto, la verve labronica dev’essergli rimasta un po’ appiccicata addosso se nel 2016 si mette a tu per tu con papa Francesco durante una visita del pontefice alla sinagoga di Roma. Mentre papa Bergoglio, dopo esser stato davanti alla lapide dei deportati del ’43, si sofferma là dove bombe e mitra nel 1982 fecero strage, Musante gli va vicino come fossero vecchi amici: un abbraccio per chiedergli di far tornare nel calendario ecclesiale la festa dedicata alla circoncisione di Gesù. Potrebbe essere un bel modo per tornare, ricordando le radici ebraiche di Cristo, a quella definizione («ebrei nostri fratelli maggiori nella fede») con cui papa Karol Wojtyla nella visita del 1986 alla sinagoga romana rivoluzionò i rapporti fra cristiani e ebrei.

Una visita di portata storica che aveva vissuto gli inizi della preparazione del terreno in parte proprio a Livorno grazie ai rapporti di amicizia che il vescovo Alberto Ablondi aveva costruito con il rabbino Elio Toaff e con i suoi successori. Un’amicizia che Musante testimoniò a papa Francesco – arrivato lì con quel suo stile, a bordo di una macchina qualsiasi invece di una mega-auto blu del Vaticano – quel giorno con quella richiesta. Aggiungendo poi: «E comunque, caro Francesco sei una persona speciale: ti vogliamo bene».

«Ero stata a fargli gli auguri lo scorso anno per il suo centesimo compleanno»: sul giornale on-line della Comunità ebraica della capitale è la presidente Ruth Dureghello a ricordarlo: tale incontro fu il momento giusto per regalare a Musante un attestato del Keren Kayemeth LeIsrael. «Un incontro davvero emozionante: ricordo – dice Dureghello – il suo affetto ed il pieno coinvolgimento nella vita ebraica, dopo essersi convertito all’ebraismo attraverso un lungo percorso. Se ne va un pezzo di storia, un uomo di grande cuore».

© RIPRODUZIONE RISERVATA



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