Gioco
«Se l’area di crisi non funziona bisogna cambiarla»
Il sindaco al ministro del lavoro all’iniziativa sul centenario Pci Orlando: il comunismo non c’è più, l’anticomunismo invece sì
LIVORNO. «La catalogazione come “area di crisi complessa” ha avuto nel concreto effetti limitati: gli strumenti o servono davvero a qualcosa o vanno cambiati». Non potrebbe essere più esplicito il sindaco Luca Salvetti dalla tribuna del teatro Goldoni, dov’è appena arrivato il ministro del lavoro Andrea Orlando per mettere un autorevole sigillo sull’ultimo atto delle iniziative che Livorno ha messo in campo per il centenario del Partito comunista.
Il sindaco lo fa disegnando due volti della città: il primo è quello di una Livorno che «vuol riprendere in mano il proprio destino», e qui Salvetti guarda al porto «fra Darsena Europa, microtunnel, “scavalco” e un clima meno conflittuale fra operatori» o alla «vitalità culturale che abbiamo mostrato utilizzando gli anniversari in cifra tonda (Modigliani, Cavalleria, Pci) per recuperare una identità che era stata messa in disparte». Ma è l’altra metà dell’identikit a preoccupare: ecco che cita il rebus sul futuro della raffineria Eni, le incognite per Leonardo (ex Wass), i troppi punti interrogativi riguardanti le sorti dell’industria dell’auto o nella logistica i licenziamenti di Mt o Palumbo.
È la presenza del leader politico che nel governo di Mario Draghi ha la responsabilità delle politiche del lavoro a far declinare l’intervento di Salvetti in chiave occupazionale. E in precedenza, parlando con i giornalisti prima di entrare al Goldoni, parlando con i giornalisti su temi di questo tipo il ministro aveva segnalato che «la legge sulle delocalizzazioni non è la soluzione ma dà tempo, ed è importante perché consente di guardarsi intorno e poter dare risposte alle crisi industriali». Aggiungendo: «Poi bisogna incidere su altri fronti: il dumping salariale di altri Paesi, lo sviluppo di una politica industriale europea e una legislazione omogenea sul lavoro a livello europeo». Quanto a possibili nuove forme di indennizzo alle attività economiche per i nuovi provvedimenti anti-contagio, aveva ribadito che «la settimana prossima interverremo».
Impossibile sfuggire all’attualità, ma l’evento in agenda riporta a guardare alla storia. Ad esempio, con lo stesso Orlando che mette l’accento sulla parabola che dal Pci ha portato negli anni fino al Pd. Con la sottolineatura di quattro aspetti. Il primo: nel Pd i dirigenti di provenienza ex-Pci sono ormai «pochissimi» (e lui fra questi). Il secondo: il Pci di Berlinguer ha insistito su una sorta di alterità rispetto al resto del panorama politico, quasi una «differenza morale», ma questo si è perso con il Pd, e non è positivo perché «c’era bisogno di qualcuno che esprimesse un punto di vista al di fuori dei poteri consolidati». Il terzo: non c’è la sparizione delle ideologie perché anzi ce n’è una che ha trionfato ed è quella liberista, ma «la magnificazione dello stato esistente e la mancanza di alternative non fa bene neanche al sistema che c’è». Il quarto: «Il comunismo non c’è più ma l’anticomunismo è forte, anche nel centrosinistra».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’assessore Simone Lenzi, che nel “fantasma dell’opera” così adatto al teatro rievoca lo spettro del comunismo citato nel manifesto comunista di Marx e Engels. Lo mette in linea diretta con lo spettro del re di Danimarca nell’ “Amleto” di Shakespeare che salta fuori perché «c’è una ingiustizia da sanare».
Semmai può essere curioso che gli applausi a scena aperta arrivino quando l’assessora regionale Alessandra Nardini ricorda David Sassoli, presidente dell’Europarlamento, recentemente scomparso, e quando il sindaco saluta don Paolo Razzauti presente in platea: né lì’uno né l’altro appartenenti alla tradizione Pci ma entrambi stimati.
Sotto i riflettori era la presentazione di due libri di immagini della storia comunista: l’uno guatrdando al livello nazionale della Fondazione Gramsci (“In movimento e in posa” a cura di Marco Delogu e Francesco Giasi), l’altro su scala regionale di Istoreco (“Pci in Toscana dalla Liberazione allo scioglimento” a cura di Catia Sonetti).
Giasi ha segnalato di aver visionato «qualcosa come 80mila file» per selezionare il racconto tramite immagini che mostrano «non una apologia ma la rilevanza di questa storia collettiva».
Sonetti, ricordando i «numerosi incontri per presentare il nostro libro», tiene a sottolineare che «non avverto mai nostalgia ma casomai la voglia di guardare a una storia che parli all’oggi e dica dove mettere le mani nel futuro».
Mauro Zucchelli
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