Gioco
«Le sue lotte per liberare le piazze e dare a Livorno un volto più bello»
LIVORNO. «Ci sono pezzi della nostra città che forse non ricordiamo com’erano: se sono cambiati in meglio lo dobbiamo anche a Enzo Persico, uno che non amava mettersi in mostra ma quando c’era da dare battaglia non si tirava indietro». A quell’implacabile mitezza caparbia di un omone grande e grosso si riferisce Maurizio Paolini, dirigente Pd che con Persico ha fatto squadra in tante lotte dagli anni ’80 in poi. Il suo amarcord non è un susseguirsi di bozzetti e episodi: si riferisce alla pedonalizzazione di larga parte di piazza Magenta, prima tagliata in due, anzi in quattro dai flussi di qualunque cosa a motore. Non solo: «Piazza del Luogo Pio era un nulla sterrato pieno di camion e trailer con i tronchi dei forestali, altro che la chiesetta settecentesca con la prospettiva liberata dalla babele di veicoli com’è adesso per accogliere al museo».
Con un sorriso affettuoso dedicato all’amico che non c’è più, Paolini dice ora che «tutto nasceva da quella nave-scuola che è stata la lunga esperienza nella circoscrizione del centro città, «un territorio che andava dalla Gorgona all’Aurelia, erano gli anni in cui presidenti erano Ivo Perondi e Renato Guidi, dovevi vedertela con socialisti come Aldo Marabotti e democristiani come Luigi Del Bravo».
Occhi puntati, ad esempio, sui «grandi contenitori»: cioè realtà storiche e vecchi palazzi in abbandono o quasi. Come Forte San Pietro, come il riuso dell’ex convento dei Domenicani dopo il trasloco del carcere, come i Bottini dell’Olio («senza contare l’attenzione alla Venezia con la pedonalizzazione di alcuni scali o con l’illuminazione delle spallette un tempo buie»).
Ma anche come l’ex teatro Lazzeri, ricorda l’ex presidente della circoscrizione 2: «Ci battemmo insieme contro il fatto che un polo come quello venisse trasformato in micro-case e supermercato». È il ’92 e il progetto non dev’essere proprio osteggiato da Palazzo Civico (c’è già l’ok della commissione edilizia) quando Paolini e Persico si mettono di traverso e si beccano una richiesta di risarcimento danni da 600 milioni di lire. Il progetto slitta a poche ore dall’approvazione del consiglio comunale, l’anno successivo è il ministro dei beni culturali Alberto Ronchey a firmare il decreto con cui si attesta il particolare valore culturale dell’ex teatro (diventato poi per due volte libreria e ora inutilizzato).
«Avevamo in consigio comunale figure come Enzo Persico e in giunta un assessore del valore di Virgilio Simonti: di fronte al piano regolatore da preparare – dice Paolini – ci sentivamo tranquilli: mi ricordo che a Enzo non piaceva l’operazione che avrebbe reso edificabile la “conca di Montenero”, fortuna che poi le famiglie Cagliata e Bartoli dissero no e quell’iniziativa edilizia non decollò».
Era un architetto la cui visione nasceva «dalla conoscenza della storia e della cultura della città» anziché dal fascino per il cemento: del tresto, un altro tandem che si costruì in quegli anni fra circoscrizione e Palazzo Civico fu quello con Paolo Castignoli. Ma soprattutto «era un galantuomo, una brava persona: per me un compagno vero», dice Paolini. «Non ha mai sfruttato il ruolo politico per ottenere prebende o incarichi in qualche Comune vicino».
Mauro Zucchelli
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