Il Tirreno

Livorno

il dossier della camera di commercio 

Mai così pochi bebè in culla (ma il Covid non c’entra)

Mai così pochi bebè in culla (ma il Covid non c’entra)

A Livorno i neonati sotto quota mille. E non è la prima volta: anche nel 2019 Cambia la “mappa” delle età della popolazione: scossone all’identikit della società

5 MINUTI DI LETTURA





l’inchiesta

Poco più di 1.800 bebè nati nei dodici mesi dello scorso anno in tutta la provincia. Con un dato simbolico che pende sulla testa di Livorno città: assai meno di mille nascite nel corso dello scorso anno (945). Parola del dossier del centro studi della Camera di Commercio.

Colpa dello choc da Covid? Difficile crederlo: non foss’altro perché passano in genere nove mesi fra l’idea di un figlio e il primo vagito, e siccome le prime avvisaglie dei guai si sono avute a fine febbraio e i provvedimenti drastici di chiusura sono iniziate nella seconda settimana di marzo, la possibilità di incidere davvero sul numero di neonati è limitata a qualche settimana del dicembre dello scorso anno. Non è tutto: già nel 2019, quando il Covid non era l’incubo che sappiamo, il numero di bebè era precipitato addirittura più in basso, quasi una decina di neo-bimbi in meno.

sotto quota mille

Ma quest’accoppiata di anni con i neonati lontani anche solo da quota mille ci dicono che non è un capriccio d’un momentaccio storto: è un dato che rischia di diventare strutturale. E stiamo parlando di un numero di nati che non è mai stato così basso nella storia quantomeno dal dopoguerra in poi: si pensi che verso la metà degli anni ’60 si arrivò a superare la soglia dei 3mila nati all’anno. Sessant’anni fa, come segnalava con il puntiglio bacchettone dell’epoca l’annuario statistico del Comune, Livorno aveva avuto 2.820 nascite, 777 delle quali entro il primo anno di matrimonio.

sparito un bebè su 5

Già nel 2019, insomma, Livorno aveva perso più di un neonato su cinque (meno 21,7%) rispetto a cinque anni prima. È uno smottamento che non ha uguali: basta tornare indietro al 2007 per accorgersi che il numero di piccoli venuti alla luce si è drasticamente ridotto. In quell’anno si è raggiunta quota 1.425, il punto più alto di quel periodo che in realtà viaggiava attorno a 1.250: resta il fatto che a confronto con meno di quindici anni fa ci ritroviamo con quasi mezzo migliaio di neonati livornesi in meno.

Eppure la natalità della città capoluogo resta pur sempre al 6,04 per mille, oltre mezzo punto al di sopra dello standard della provincia (5,51 per mille). Tanto per capirci: se avessimo la media di nascite che c’è non in un paese africano bensì nel resto d’Italia, nella nostra provincia avremmo 426 nati in più. Cioè: 2.248 invece dei 1.822 che abbiamo.

Il report dell’équipe dell’ente mostra che l’indice di natalità è ancor più basso in tre centri-chiave della nostra fascia costiera: al di sotto della soglia del 5 per mille, ecco Cecina (4,99), Rosignano (4,80) e soprattutto Piombino (4,28). In concreto: 139 bebè a Cecina (erano stati praticamente il doppio nel 2009), 145 a Rosignano (idem ma con l’apice l’anno precedente), 141 a Piombino (qui bisogna risalire al 2006 ma anzi i neonati erano un po’ più che raddoppiati).

qui si muore di più

Questo vale anche all’opposto dal lato dei decessi. Nel corso dell’annata passata nella nostra provincia sono morte 4.549 persone. Qui da noi si muore di più che altrove: se avessimo gli standard di mortalità che si riscontrano le resto del Paese, avrebbero dovuto essere 4.151. Cioè 398 in meno.

Al tirar delle somme, ecco che nel solo 2020 abbiamo avuto grossomodo 400 nati in meno e 400 morti in più: questa è la dimensione del problema. Vedremo cosa accadrà con l’effetto Covid sulla vita quotidiana delle persone: esistenze con una sensazione ancor più precaria che mai e dunque con la difficoltà di scommettere sul futuro? Starsene chiusi in casa favorisce la riscoperta della famiglia o ne fa esplodere le contraddizioni? Che ci sia qualcosina che non va lo lascia sospettare il fatto che, nell’indagine del “Sole 24 Ore” sulla qualità della vita, siamo fra le nove province che trangugiano più farmaci antidepressivi in tutta Italia: ma c’è da immaginare che, siccome eccetto Genova e La Spezia sono toscane tutte le altre realtà territoriali dove questo problema picchia ancor più duro, o la nostra regione sta per saltare per aria dal punto di vista psichico o c’entra un po’ anche la strategia di assistenza medica a livello regionale.

Niente meglio di un grafico messo a punto dall’équipe camerale fa capire quel che sta succedendo. C’è una linea che segna in dettaglio quanta parte di ciascuna classe di età c’è nel grande mucchio della popolazione: ha il picco principale attorno ai 56 anni e una seconda punta verso i 74-75 (in corrispondenza con il baby boom subito dopo la fine della guerra). Esattamente spostando di dieci anni in avanti il disegno del grafico di dieci anni prima. Come dire: all’inizio del prossimo decennio potremo forse ritrovarci a fare i conti con il fatto che è in età pensionabile la più numerosa classe di cittadini livornesi e la seconda punta sta attorno agli 84-85? E in tal caso, chi mai avrebbe la redditività complessiva in grado di trovare i soldi per reggere qualcosa del genere?

rapporto squilibrato

Non dopodomani bensì già oggi l'esercito di quanti hanno più di 70 anni è il 21,6% degli abitanti in provincia di Livorno: quasi il doppio dei bambini fino a 14 anni (11,4%). Un rapporto squilibrato anche guardando a un Paese vecchiotto come l'Italia: nella media nazionale c'è un quasi 13% di under 14 e un 17,6% di over 70.

E questa è solo la media su scala provinciale: Livorno città se la cava un po meglio ha meno di 14 anni l'11,9% della popolazione e il 20,6% supera la soglia dei settant'anni. Ma se andiamo a Piombino e dintorni il divario è enorme: i bambini meno che quattordicenni solo a malapena il 10% e spiccioli, gli ultrasettantenni sono quasi uno su quattro (24%).

In cosa si sta traducendo tutto questo: nel fatto che redditi e patrimoni accumulati dalle generazioni precedenti finiscono per essere bruciati per pagare la quotidianità di figli e nipoti alle prese con uno standard di consumi incomparabili rispetto ai pezzetti di reddito da lavoricchi precari. Risultato: c’è una “cassa integrazione” che funziona meglio di quella dello Stato, è la pensione di nonna che tampona le bollette o l’affitto. Chissà se il censimento Istat in corso alzerà il velo sul moltiplicarsi delle convivenze in cui i parenti giovani diventano di fatto “badanti” del nonno che porta a casa il reddito fisso da pensione su cui contare.

Mauro Zucchelli

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web