Il Tirreno

Livorno

Christian e Michelle due fratellini inaugurano i primi baby vaccini

Matteo Scardigli
Christian e Michelle due fratellini inaugurano i primi baby vaccini

Al Modigliani somministrate le dosi Pfizer a 40 bambini tra i 5 e gli 11 anni Il racconto di una mamma: «Giusto farlo, così saremo tutti più protetti»

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Matteo Scardigli

livorno. Luci, suoni, colori e divertimento. La paura non c’è più e il vaccino è presto fatto.

La corsia preferenziale per i bambini della fascia di età compresa fra i 5 e gli 11 anni al Modigliani Forum è stata inaugurata ieri ed è entrata subito a pieno regime. Quaranta, nella prima giornata, le prenotazioni dei piccoli livornesi per ricevere la prima dose di Pfizer (che in realtà è un terzo di quella dei grandi).

«Noi adulti siamo abituati, i bambini invece sono tesi. Ma si deve fare e lo facciamo», racconta Francesca Mulè, mamma di Christian e Michelle Giacalone, i primi due bimbi della giornata a fare il “bucotto”. «Credo che sia giusto far fare loro l’iniezione, in questo modo siamo tutti più protetti», aggiunge, e poi tocca ferro: «Se poi si dovesse prendere questo Covid, almeno si spera di avere sintomi più leggeri».

«Siamo per la scienza, basta fesserie. Lui a scuola ha già sperimentato la quarantena, e appena è stato aperto il portale lo abbiamo segnato», taglia corto Fausto Domenici, padre di Alessandro: «La vaccinazione è un atto dovuto di civiltà verso gli altri».

Ma non per tutti è così facile. «Siamo genitori e lavoriamo nella scuola. Vogliamo proteggere nostro figlio ma preferiamo non esporci perché, in questo momento, nell’ambiente non c’è serenità», confessano a Il Tirreno una mamma e un babbo chiedendo l’anonimato.

Esperienza simile a quella di Alessio Maffei, medico al pronto soccorso di Pisa e padre di Alessandro, che si schiera apertamente. «Far vaccinare i propri figli è come andare a votare, una scelta per tutelare tutti», precisa anzitutto, e poi spiega: «Credo che nella sua classe saremo una mosca bianca, perché molti genitori non vogliono la responsabilità di questa decisione. Inizialmente cercavo di convincerli, come ho fatto con tanti amici che si sono ricreduti. Ma poi – conclude – ho smesso di provarci».

«Al primo posto viene la sicurezza. Preferisco che lui non si ammali e che non porti a casa il virus», chiarisce subito Serena Puglia, mamma di Giorgio Conti. Ma col figlio c’è un “conflitto di motivazioni”: «Per me è una questione di senso civico, e in famiglia questa decisione è stata presa come scelta spontanea. Lui invece – aggiunge – vuol fare l’iniezione perché è invidioso del fratello maggiore, già vaccinato».

Al contrario, Valentina Roserba ha portato al Modigliani il figlio Edoardo Pezzin «per tutelare i nonni, anche se vivono lontano, e il fratellino, che ancora non si è vaccinato». Ma anche perché «lui è anticipato di un anno, e nella sua classe (una prima media) era rimasto l’unico a non averlo fatto».

Non tutte le scelte, però, vengono prese così a cuor leggero. E anche le considerazioni possono andare oltre la famiglia e i contatti più stretti.

«In casa non eravamo d’accordo fin dall’inizio, per arrivare a questa decisione ci siamo dovuti confrontare», racconta Lorenzo Gemmi, padre di Francesco. «Io faccio il tassista – spiega –, un mestiere che mi mette a contatto ogni giorno con tante persone diverse in uno spazio ristretto. Le regole del Green pass per la mia professione non sono ancora chiare, ma nel dubbio io farò la terza dose».

A una prima impressione potrebbe sembrare che, nel dubbio, la scelta di vaccinare i figli sia volta a tutelare anche se stessi. Ma Gemmi tiene a precisare che «si tratta di una questione di libertà e responsabilità riguardo alla diffusione del virus. Spero che in questo modo si riesca a limitare i contagi, perché i bambini possono essere vettori». E poi amplia il ragionamento: «Si tratta anche di libertà contro la quarantena. Se fossero istituite misure drastiche, queste coinvolgerebbero anche i vaccinati».

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