Gioco
La “madre Teresa di Livorno” Olimpia, la santa degli ultimi
Alla ricerca (anche via social) di testimonianze per la causa di beatificazione «Con la sua bici in mezzo ai baraccati di Coteto, ai disabili e ai malati di Aids»
livorno. Nel pantheon dei santi celebrati dalla Chiesa Livorno ha soprattutto figure di origine straniera: la patrona santa Giulia era una ragazza nordafricana, Niccolò Stenone si chiamava in realtà Niels Stensen ed era una singolare personalità di vescovo-scienziato prima protestante e poi cattolico, Elizabeth Ann Seton era una mamma americana che arriva a Livorno al seguito degli affari di import-export del marito. A parte il caso di Pio Alberto Del Corona, presule di origini labroniche ma in servizio in altre città, c’è il caso di Giovan Battista Quilici, un prete-coraggio tipo don Luigi Ciotti, nella Livorno dell’Ottocento. Tutti però sono confinati in uno spazio lontano nella storia: eccezion fatta per l’arcivescovo Del Corona (che comunque muore più di un secolo fa), appartengono a capitoli di una storia che non aveva ancora visto né l’unità d’Italia né la spedizione dei Mille. Insomma, roba da trapassato remoto.
Invece adesso la diocesi guidata dal vescovo Simone Giusti richiama l’attenzione su Olimpia Sgherri: oggi sarebbe il suo 92° compleanno se non se ne fosse andata a 84 anni nel febbraio 2014, nel giorno in cui il calendario delle liturgie ecclesiali celebra la Madonna di Lourdes. Lo fa raccogliendo anche nella rete web e social del vescovado eventuali testimonianze per verificare la possibilità di aprire una causa di beatificazione e portare questo nome sugli altari. Il nome di una donna livornese che ha percorso le nostre strade, insegnato nelle nostre scuole, vissuto nel nostro tempo.
Nel frattempo uno fra i più importanti siti web devozionali dedicati a santi e beati il proprio “verdetto” l’ha già dato. Olimpia Sgherri, terziaria francescana, c’è: «Il sorriso – viene sottolineato – era una delle sue qualità, aveva il sorriso dentro il cuore che la accompagnava sempre». Aggiungendo poi: «Pur non essendo madre perché consacrata a Dio, faceva da madre a tanti, si occupò dei poveri, dei baraccati, dei moribondi, dei malati di Aids».
Il padre Grifeo era ispettore del consorzio agrario, la madre Corinna Lucherini faceva la casalinga. Una famiglia con tre figli: oltre a Olimpia, ci sono il fratello Domenico e la sorella Maria Rosa (che a Livorno è conosciuta per esser stata una dirigente scolastica di primo piano e nel ’99 candidata sindaca del centrodestra nel ’99).
«Qualcuno l’ha chiamata la “Madre Teresa di Livorno”, altri l’hanno paragonata ad un angelo, ma la personalità di questa piccola grande donna è qualcosa che difficilmente si può raccontare». Parte da qui il dossier curato da Chiara Domenici, responsabile comunicazione della diocesi, insieme a Maria Rosa Sgherri.
Non immaginatevi che Olimpia Sgherri fosse una di quelle persone che anche nel fare il bene amano mettersi al centro della scena, magari per essere fonte di ispirazione o comunque far conoscere una narrazione positiva della realtà: mezza Livorno la conosceva già in vita come una “santa laica” eppure risulta sostanzialmente sconosciuta agli archivi dei giornali. E anche quando nel corso degli anni aveva risposto al cronista, l’aveva sempre invitato a «lasciar perdere il mio nome, per favore, non cerco la ribalta». Neanche quando, insieme al suo gruppo, fa saltare la divisione fra la dama di carità e l’indigente, insomma fra chi è nelle condizioni di fare beneficenza e chi invece è un poverocristo e campa della carità altrui con la mano tesa. L’esempio: l’idea del campeggio estivo dei ragazzi disabili (quando ancora solo i più illuminati li chiamavano “handicappati” e le Paralimpiadi non erano neanche lontanamente immaginabili) e, in particolare, la scelta di farlo nelle spiagge dei bagnanti-bene a Castiglioncello.
Del resto, l'attenzione ai disabili cognitivi l'aveva fin da ragazza: da quando aveva scelto che al suo diploma di maestra avrebbe aggiunto la specializzazione alla scuola ortofrenica.
Ma la cifra personale era quello della disponibilità umana prima che della professionalità tecnica: lo sperimenterà in prima persona alle "baracche di Coteto", una sorta di campo profughi rimasto accanto a dov'è adesso la Esselunga fin dai tempi degli sfollati nella città devastata dalla guerra. Erano gli anni '70, al suo fianco c'era un seminarista come don Vincenzo Savio, che poi alla metà degli anni '80 sarebbe stato uno dei protagonisti del sinodo diocesano – una novità a livello nazionale nel mondo ecclesiale – e che nel '93 tornerà come vescovo ausiliare.
Non è l’unica trincea dell’emarginazione in cui Sgherri si muove: fra i baraccati di Colline-Coteto ma anche fra quelli in Fortezza, oltre ai giri che in sella alla sua bici faceva fra Shangai e Corea (anche in collaborazione con suor Paola Lubino e le altre consorelle). «Di bici – dice sorridendo la sorella – gliele hanno rubate ben 19: e quando le dicevo di denunciare il furto alla polizia, mi rispondeva: “Se l’hanno presa vuol dire che ne avevano bisogno”».
E non sono “categorie” di bisognosi ma persone con la loro storia, la loro carica umana, le loro fragilità: come quando l’Aids aveva cominciato a mietere vittime anche qui da noi e Olimpia Sgherri, invece di starsene al calduccio delle proprie sicurezze morali, semplicemente s’infilava nel reparto di malattie infettive «magari per portare i portare i tortelli che aveva fatto lei a casa e strappare un sorriso a chi si sentiva così fragile di fronte alla vita per via d’un virus», racconta una delle persone che l’accompagnava.
Dietro le scelte di vita di Olimpia Sgherri c’è il soffio del vento conciliare che a Livorno è stato portato da monsignor Emilio Guano e ha poi contrassegnato il “respiro” del trentennale episcopato del vescovo Alberto Ablondi. Don Gino Franchi davanti al taccuino del Tirreno ha ricordato un flash d’una carità controcorrente: quella di un lui e una lei che trovarono il modo di guadagnarsi la vita grazie a quell’Ape che Olimpia riuscì a trovare grazie alla sua catena di amici. Non vinsero al Superenalotto una vita comoda ma la possibilità di andare a fare cartoni per sbarcare il lunario era già un passo verso l’autonomia.
Mauro Zucchelli
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