Il Tirreno

Livorno

Il giorno di festa non cancella il dolore di chi ricorda la tragedia del Monte Serra

Gian Ugo Berti
Il giorno di festa non cancella il dolore di chi ricorda la tragedia del Monte Serra

La commozione nelle parole del compianto professor Giuseppe Bruni, insegnante d’inglese per mezzo secolo dell’Accademia «È nei giorni della commemorazione che si sente struggente, quasi disumana, la mancanza di chi vorremmo vicino» 

4 MINUTI DI LETTURA





Gian Ugo Berti

LIVORNO. Anche in un giorno di festa, quarantaquattro anni dopo, il dolore resta immutato.

Oggi come ieri, chi abbia vissuto quella ricorrenza subito dopo la tragedia del Monte Serra, ne porterà dentro di sé il peso umano ed affettivo. Ognuno ricorda, nessuno dimentica. «Fra tutte le ricorrenze di Santa Barbara cui ho assistito – ci raccontò tempo addietro il professor Giuseppe Bruni, insegnante d’inglese per mezzo secolo all’Accademia Navale, scomparso nel 2009 – senz’altro la più triste fu quella del 1977».

Parole forti che comparvero anche sul Telegrafo di quel 4 Dicembre. «È nei giorni di festa che si sente struggente, quasi disumana, la mancanza di chi vorremmo ci fosse vicino. Santa Barbara, giorno di festa in Accademia: ci mancano i trentotto compagni, con i quali avevamo cominciato a vivere insieme. Ci sono mancati giorno per giorno: anche un vuoto fisico quello lasciato da loro. Per riempirlo, ci siamo dovuti stringere, accostarci più vicino, gli uni agli altri e la vicinanza ci ha reso più forti». Alla pari, è sempre stato un dolore profondo, incancellabile, quello di Capo Aldo Bellotti ( il sottufficiale in servizio quel giorno e recentemente scomparso) all’approssimarsi di ogni anniversario. Ricordiamo oggi le sue parole, sospinte dal desiderio di raccontare per placare almeno il tormento di un drammatico pomeriggio e chiedersi il perché di tante vite spezzate nel fiore degli anni. «Sono profondamente credente, lo sono sempre stato – rifletteva – ma è quando ti trovi coinvolto in un dolore così grande, che ti viene inevitabilmente da chiedere quale fosse stato realmente il disegno divino e se fosse veramente giusto quel sacrificio. Una domanda che non trova purtroppo risposta alcuna perché, se credi davvero, risposta non c’è o forse non la vuoi trovare».

Abbiamo voluto iniziare così la cronaca di questa giornata, perché il significato d’ allora e di oggi è lo stesso, emblematico, nella buona e nella cattiva sorte. Tutto ruota sempre intorno a quelle due profonde, fatidiche parole, “Lo Giuro”, scandite a gran voce dagli Allievi sul Piazzale ed a contorno i familiari, gli amici, le autorità, uniti insieme in momenti indimenticabili. Sì, il Giuramento, da sempre e per sempre. In una profonda riflessione storica, se lo chiedeva il giornalista parlamentare livornese Angiolo Berti, riferendosi agli Allievi “con lo sciabolino” – come li chiama rispettosamente la gente di Livorno da 140 anni a questa parte - ragazzi che entravano a far parte del servizio permanente effettivo per propria scelta. Una situazione alla pari, ora che il servizio militare è su base volontaria, ma che mantiene al contempo un solo denominatore, l’impegno d’ eseguire i doveri dello Stato». Tutto cambia, ma tutto rimane. È la legge della vita. «Pur mutati i tempi ed i valori – scriveva Berti, Storiografo fra l’altro della Marina Militare – il giuramento è punto di riferimento etico e politico insieme, da valutare ben al di là della tradizione, se la cerimonia del 4 dicembre volessimo collegarla soltanto a motivi sentimentali». E qui, il suo discorso si riallaccia fortemente al doloroso passato del nostro Paese, in uno dei giorni più drammatici, quello successivo all’Armistizio. «Fu appunto nel nome di quel giuramento sul “Piazzale” tanto tempo prima, che la sera dell’8 settembre 1943 l’ammiraglio Bergamini mise da parte la propria intenzione di autoaffondare le navi. Obbedì, invece, all’ordine del Governo legittimo d’accettare un sacrificio morale davanti al quale quello del sangue è secondario, portando le forze navali da battaglia, incontro al nemico di poche ore prima come pegno di leale esecuzione dell’armistizio». Così avviene, concettualmente, in tanti altri Paesi. Ed infine Berti va a delineare, con determinazione, il profondo rapporto fra il cittadino e lo Stato come emerge dalle parole d’ una scelta. «La comunità internazionale – si legge nel suo scritto – fa quindi salvo il grande significato del giuramento quale che sia l’entità politica o spirituale che viene invocata a testimonianza di un impegno umano così solenne, perché tali sono le esigenze invalicabili del rapporto diretto fra cittadino e Stato. Il nostro giuramento si richiama ai valori della Repubblica nata dal sangue della Resistenza ed indica un solo bene costituzionale, la Patria. Non è un simbolo astratto, è la Costituzione e l’impegno a difenderla; sono i valori della democrazia parlamentare, del pluralismo, della partecipazione. La Patria è uguaglianza effettiva dei cittadini davanti alle leggi. È lavoro, istruzione, selezione dei più meritevoli, è fatica. Non vi possono essere corpi separati. Tutto questo comincia da due parole gridate nel vento: “Lo giuro”.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web