Gioco
Gli Spedali Riuniti diventano riferimento della chirurgia della tiroide in Toscana
Il dottor Basili: «Tumori in forte aumento, ogni anno operiamo 200 pazienti». Da gennaio nasce una unità speciale
Giulio Corsi
LIVORNO. Il 20 per cento della popolazione femminile ha possibilità di sviluppare noduli tiroidei asintomatici nel corso della propria vita. Ma la problematica è diffusa anche tra i maschi. E negli ultimi anni le forme neoplastiche sono aumentate del 300 per cento.
È in questo contesto che all’ospedale di Livorno è nata e si è sviluppata un’attività di chirurgia endocrina che fa di viale Alfieri un centro di riferimento accreditato a livello regionale. E che a gennaio (dividendosi con Pontedera) si trasformerà in una Thyroid Unit, una specifica unità dedicata alla tiroide, alla stregua della Breast Unit, cioè la Senologia.
I numeri ben raccontano la situazione: «Operiamo duecento persone all’anno, di cui 130 a Livorno e le altre a Pontedera», spiega il dottor Giancarlo Basili, responsabile dell’attività chirurgica che ha iniziato dieci anni fa all’ospedale Lotti sviluppandola poi agli Spedali Riuniti. «La nostra struttura è frutto della stretta collaborazione con le diverse figure specialistiche coinvolte nella gestione dei pazienti affetti da patologie endocrinologiche di interesse chirurgico, con particolare riferimento alla patologia tiroidea e paratiroidea», aggiunge Basili. Proprio lo stretto rapporto con l’Endocrinologia livornese diretta da Daniele Barbaro ha permesso un incremento significativo della casistica operatoria, per la maggior parte dedicata al trattamento delle neoplasie tiroidee. «La sinergia con i nostri endocrinologi ci ha fatto raggiungere traguardi importanti, primo tra tutti il riconoscimento di struttura accreditata in “Chirurgia Tiroidea” e centro di riferimento regionale», dice Basili. «D’altra parte da Barbaro arrivano pazienti da tutta la Toscana e oltre».
Il risultato è che Livorno, per questa particolare attività chirurgica, è oggi il primo ospedale della regione dopo i tre centri universitari. E le fughe dei pazienti del nostro territorio verso Pisa, che per anni sono state di routine, si sono fermate. «Lo stesso vale anche per la popolazione in età pediatrica – aggiunge il chirurgo –. Purtroppo vediamo anche bambine di 12 anni. Essendo centro di riferimento le operiamo noi senza mandarle al Meyer».
INTERVENTI COMPLESSI
«La chirurgia tiroidea è particolarmente delicata, poiché coinvolge strutture anatomiche complesse – spiega Basili –. I nervi delle corde vocali sono sottili come spaghetti, le complicanze maggiori dell’intervento possono essere la perdita di voce, l’ipocalcemia, ma anche la necessità di una tracheotomia. Per questo la conoscenza precisa delle strutture anatomiche è fondamentale. Per diventare centro di riferimento queste complicazioni devono stare sotto l’1% ed essere certificate».
CHIRURGIA MINI INVASIVA
L’intervento viene eseguito generalmente con tecnica mini-invasiva che prevede un taglio di due centimetri, e in casi più rari con la tecnica tradizionale, che comporta un’apertura di 4 centimetri. «Dipende dalle dimensioni della massa da asportare – dice Basili –, un gozzo di 10 centimetri non esce da un taglio di due. Anche se per il gozzo multinodulare – aggiunge – si procede all’intervento solo se comporta dispnea o disfagia».
La quasi totalità degli interventi sono eseguiti per la rimozione di tumori. «Le forme neoplastiche sono aumentate del 300% negli ultimi anni – evidenzia il medico – a causa delle radiazioni ionizzanti».
La chirurgia mini-invasiva è una specie di laparoscopia, ma senza l’uso di gas. «Anziché nell’addome si fa nel collo – racconta il chirurgo –. Si chiama Mivat, Mini Invasive Video Assisted Thyroidectomy, ed è stata inventata da un medico livornese, il professor Paolo Miccoli. Consiste nella riduzione dell’incisione sul collo a meno di due centimetri e nell’uso di una telecamera che consente di minimizzare il trauma chirurgico rendendo possibile una ripresa rapidissima del paziente».
Il risultato è meno dolore, meno invasività e miglior impatto estetico. «Alla fine dell’intervento non si vede niente – spiega Basili –. Tante pazienti sono giovani donne sotto i 40 anni, molte ventenni che per prima cosa ci chiedono quale cicatrice resterà».
«La sopravvivenza di un tumore tiroideo a 20 anni è di oltre il 90% – aggiunge –, e stiamo parlando di una visione a vent’anni, quando per gli altri tumori generalmente si parla di una visione a 5 anni. Più rari ma molto più aggressivi sono invece i carcinomi midollari e anaplastici che hanno una sopravvivenza limitata a pochi mesi».
L’EQUIPE
A chiedere un chirurgo specializzato negli interventi sulla tiroide a Livorno è stato Maurizio Viti. «L’intuizione fu sua, partendo da un’esigenza di Barbaro – racconta Basili –. Oggi i primari di Livorno Andrea Carobbi e di Pontedera Aurelio Costa stanno sostenendo con convinzione quest’attività. Operiamo nei due ospedali insieme con i chirurghi Vincenzo Candalise e Dario Pietrasanta. Ma fondamentale è il rapporto con i reparti di Endocrinologia, diretti da Barbaro e Roberto Andreini: così il paziente è preso in carico a 360 gradi, dalla diagnosi iniziale al follow-up chirurgico».
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