Il Tirreno

Livorno

la mostra

L’arte nascosta nei magazzini finalmente torna sotto i nostri occhi al Museo della città

Mauro Zucchelli
L’arte nascosta nei magazzini finalmente torna sotto i nostri occhi al Museo della città

Protagoniste oltre 90 opere (anche contemporanee) rimaste per 40 anni inutilmente rinchiuse dentro i depositi

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livorno. Come avere una Lamborghini Countach o una Ferrari F40 e tenerla rinchiusa in garage senza nemmeno il ghiribizzo feticista di andarsene a strusciare la carrozzeria sfavillante. Vabbè, forse non sarà una supercar così straordinaria ma di certo è perlomeno una Porsche o una Maserati la collezione civica di opere d’arte rimaste imprigionate per quasi quarant’anni a prender polvere nei depositi municipali. Con il rischio di esser inghiottite nel nulla, un furto invisibile: esattamente cinque anni fa Il Tirreno raccontò la sparizione di otto dipinti custoditi nel caveau del museo Fattori (stiamo parlando di tele macchiaiole di Vincenzo Cabianca, Eugenio Cecconi e Guglielmo Micheli ma soprattutto di Enrico Pollastrini.

E se i dipinti non prendono il volo è perché, al contrario, restano ingabbiati in quella “cella” che sono i depositi: cosa te ne fai di un patrimonio se è condannato a restare rinchiuso lontano dagli occhi e lontano dal cuore?

Diciamola l’eresia: tenere le opere nei depositi non è una maniera per difendere i beni della collettività ma solo per salvarsi la coscienza e rinchiudercela a doppia mandata.

Il “beato” salvato

Del resto, soltanto la testardaggine di Vincenzo Savio, a quel tempo vescovo ausiliare al fianco di monsignor Alberto Ablondi, e poi il mecenatismo della famiglia di Nino Caponi ha strappato al nulla dei depositi municipali il capolavoro del Beato Angelico ora esposto in duomo: è il “Cristo coronato di spine” che, oltre ad avere una forza unica e a meritare un posto del tutto a sé nella parabola del frate-artista, ha una storia che vale un romanzo.

Se lo ricordano ancora Vittorio Sgarbi in visita a Livorno che, vent’anni fa nei panni di sottosegretario, strilla perché «è inconcepibile che una tavola del genere stia nel dimenticatoio»: anche perché qui mica siamo agli Uffizi e quel Beato Angelico è di gran lunga l’opera d’arte più importante fra la fiammella dello Stanic e gli scogli piatti del Romito…

Adesso finalmente questo patrimonio della nostra comunità mette il naso fuori dalle casse: da oggi fino al 13 febbraio riecco la possibilità di vederlo.

A dire il vero, sul web qualcosa si vedrebbe pure ma non c’è paragone fra farsi un giro su uno schermo di smartphone da sette pollici scarsi e tuffarsi dentro un percorso espositivo con anima, corpo e cuore.

L’opportunità la offre la mostra dal titolo “Magazzini generali” che tiene banco al Museo della città in piazza del Luogo Pio, gli stessi spazi della mostra dedicata ad Amedeo Modigliani: presenta “le collezioni livornesi dai depositi al museo”. Un titolo un po’ autoironico: l’azione è quella di pescare nel magazzino dove è accatastato un po’ di tutto e provare a metterlo in vetrina. Così come autoironiche sono le scatole di cartone e gli imballaggi che spuntano ovunque proprio per dare quell’aria di transitorio: un caleidoscopio di roba finita lì per mille motivi differenti. «In tutto oltre 90 “mai visti” delle collezioni della nostra città che da molti anni erano “nascosti” all’interno dei depositi museali», parole dell’assessore alla cultura Simone Lenzi mentre ha alle spalle la sagoma candida del “rettile” di Pino Pascali quasi incastrata in una settecentesca nicchia d’altare.

nella soffitta chic

In realtà, il caleidoscopio è solo un modo di dire: così come lo è l’immagine dell’assessore che rievoca «l’esperienza che ci è dato fare quando ci troviamo ad aggirarci per certe soffitte di certe agiate case antiche». Ma la funzionaria municipale Cristina Luschi e la dirigente di Itinera Daniela Vianelli – che in tandem con Sarah Bovani hanno guidato la preparazione della mostra (con l’allestimento di Raffaele Commone e la consulenza scientifica della prof. Antonella Capitanio) – dicono chiaro e tondo che una mostra non può essere un gigantesco svuota-tasche: c’è bisogno di un itinerario, di un filo rosso che accompagni la visita e si faccia “discorso”.

Insomma, è una scelta del materiale che salta fuori dai magazzini municipali: anche perché solo il patrimonio del vecchio museo progressivo d’arte contemporanea di Villa Maria è di almeno una settantina di opere e alcune non sembra di vederle qui in vetrina. Parlando con il cronista, l’assessore dice che potrebbe ripetersi con altre opere quest’idea di riportare alla visibilità pubblica quel che è in custodia nei depositi del Comune. Quasi un format: magari non solo per le opere d’arte ma anche, ad esempio, per le collezioni del commendator Enrico Chiellini fra archeologia, paletnologia e numismatica. Nel frattempo, è in corso il lavoro – tanto oscuro quanto prezioso – per ricatalogare e reinventariare queste collezioni civiche.

L’unico modo per cercare di mettere ordine in quest’enorme montagna di materiali, i più disparati, è aggregarlo attorno a idee-guida, come fossero isolotti di un arcipelago. Ad esempio, le “scene di Livorno”, i manifesti, i paesaggi, le nature morte, i “linguaggi del contemporaneo”. Ma non è senza motivo se all’ingresso, per iniziare con un linguaggio comprensibile a un vasto pubblico abituato semmai al solco della tradizione post-postmacchiaiola, troviamo una gallery di ritratti: a cominciare da quello di Marianna Pesci ad opera di un pittore arcinoto e ultralabronico come Renato Natali. Per passare, subito dopo – in un gioco di rimandi che è una delle chiavi della mostra – a Natali stavolta come soggetto del dipinto mentre i pennelli sono quelli di Mario Borgiotti.

Passo dopo passo, ci si inoltra nei sentieri del conosciuto fra scene urbane e paesaggi: bisognerebbe soffermarsi su Carlo Carrà e Filippo De Pisis così come su Ferruccio Mataresi e sulle nature quasi-morte di Nicola van Houbraken prima di raggiungere l’ambiente che nel Museo della Città, a metà itinerario, contrassegna uno spazio del tutto particolare per opere di particolare rilevanza: in questo caso, si tratta di un enorme manifesto per le pellicce chic dei grandi magazzini Pygmalion realizzato dal genio labronico di Leonetto Cappiello, “inventore” della moderna pubblicità. Ai lati i manifesti dedicati ai festeggiamenti nell’estate del 1910 per la nuova ferrovia Livorno-Cecina e l’ampliamento del porto, il cartellone estivo 1900 firmato Gino Romiti e, sempre agli inizi del secolo scorso, uno dei Quattro Mori che reclamizza il terzo centenario della città.

si rompe la figura

Con le “grammature di colore” di Elio Marchegiani si rompe la figura e ci si tuffa nel contemporaneo: un bel salto. Scopriremo cammin facendo nomi che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea come Arnaldo e Giò Pomodoro, Enrico Baj (“I funerali dell’anarchico Pinelli” in forma di litografia), Bruno Munari, Emilio Vedova, Lucio Fontana e Alberto Burri, solo per citarne un pizzicotto. Con dieci pezzi di Ugo Nespolo dedicati a Pinocchio.

la contemporaneità

In accoppiata con la precedente mostra “Progressiva” (e con la magnifica sezione di opere contemporanee allestita fra gli stucchi barocchi della chiesetta del Fantasia) potrebbe dar conto di un aspetto al quale non si è fatto mai troppo caso: queste opere sono arrivate qui fra gli anni ’50 e gli anni ’70, cioè fra il premio Modigliani e il museo progressivo di Villa Maria. Li abbiamo nei forzieri municipali perché, con un premio intitolato a Amedeo Modigliani, le giunte livornesi di allora spendevano quattrini per comprare arte contemporanea: ma non erano comunisti trinariciuti?

Non è tutto: proprio perché eravamo la città-simbolo della falce e martello non mancavano artisti che venivano in “pellegrinaggio” nel tempio “rosso” a offrire le loro opere quasi come ex-voto. Risultato: abbiamo una invidiabile collezione di opere contemporanee. E adesso finalmente si tolgono di dosso le ragnatele.

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di Redazione web