Gioco
Vola oltre l’Atlantico lo spray livornese che dà sapore ai cibi senza i guai del sale
Avventura imprenditoriale di Dario Nadimi alla conquista degli Usa. «Quel che mangiamo è fondamentale per la nostra salute»
Livorno. L’idea di puntare su un’altra idea di alimentazione gli è sempre ronzata per la testa. Almeno da quando si è lasciato alle spalle l’imprinting di un casato di profumieri giunto alla terza generazione che l’aveva portato a puntare su una gamma 100% naturale fra estratto di abete per lo sciroppo contro la tosse, i saponi all’olivo seguendo le orme di una tradizione tutta toscana, la linfa di betulla che andava a prendersi con il camion in mezzo ai boschi lassù in cime alla Finlandia.
Del resto, se lo puoi pensare lo puoi fare: parola di Walt Disney ma anche di Dario Zahedani Nadimi, classe ’64, compleanno nello stesso giorno di Gino Strada e Iggy Pop. Avrà una carta d’identità in cui si intuiscono le origini familiari persiane (il padre è stato un ufficiale della Marina dello Scià) ma per il certificato di nascita è livornese al 100 per cento, figuriamoci per la cadenza orgogliosamente labronica.
E se lo vuoi fare, c’è qualcosa che t’impedisce di inventarti per conto tuo la miscelazione meccanica al posto dei processi chimici? Inutile dire che, se il prodotto vuoi curartelo passin passino, pure disegni e confezionamento sono a km zerissimo.
Ma qui parliamo della vita imprenditoriale precedente: dominata dall’olfatto, mentre adesso sono le papille gustative a farla da padrone. Il ponte è la nutraceutica, che mixa nutrizione e farmaceutica in nome di un approccio un po’ più salutare al cibo. È un passo che Nadimi ha fatto già da qualche anno, quando la sua azienda era nella zona industriale alla periferia di Livorno, al Picchianti. Occhi puntati su due filiere mediterranee doc come vite e olivo (più succo di carciofo) per avere a disposizione essenze a partire dalle quali innovare. Ma come, se il cibo è quanto di più tradizionale ci sia nella ritualità conviviale?
«Sì, ma finora troppo spesso – dice Nadimi – la pensiamo come una roba per malati: non ci possiamo più permettere cibi così o cosà e dunque ci arrangiamo a un mangiare penitenziale, quasi un castigo. Il salto da compiere ce l’ha imposto la pandemia: si è più attenti alla qualità, alla tracciabilità e all’eco-sostenibilità. Mica per seguire i capricci della moda, casomai perché abbiamo capito che l’alimentazione è importante per mantenersi in forma. La vita si allunga, ma ha senso se gli ultimi 10-15 anni sono un calvario fra patologie, medicine e ricoveri?».
C’è un elemento-chiave sul quale secondo Dario Zahedani Nadimi si può puntare: il sale. Un gesto da nulla, un tassello minimo nella preparazione dei menù eppure così fondamentale perché un trionfo di sapori si trasformi in una Caporetto del gusto. C’è da far quadrare il cerchio: bisogna ridurre l’impatto del sale tradizionale (l’ipertensione è solo la controindicazione più comune): negli ultimi vent’anni le ischemie cardiache mortali sono aumentate del 31% e gli infarti di quasi il 13%. L’Oms consiglia di dimezzare il consumo medio del sale tradizionale. Al tempo stesso, occorre evitare di esser costretti a ridurre la tavola in un castigo.
C’è una innovazione-clou sulla quale per l’imprenditore livornese bisogna concentrare gli sforzi: l’uso dell’olivello toscano. «Prodotto con infusione a freddo di foglie di olivo, erbe e spezie in acqua salata con lenta maturazione dentro botti di rovere. E a impatto zero perché, dopo la lavorazione, non ci sono non ci sono rilasci né altri residui se non materiale vegetale per concimi da orti e giardini», aggiunge Nadimi.
L’ulteriore cambio di registro è la forma spray: peraltro già sdoganata nelle abitudini di molti per ridurre i consumi senza rinunciare ai sapori. Ovvio che il produttore faccia propaganda alla sua creatura ma i competitori come bio-sostituti del sale – afferma – sono la salsa liquida di soia, il mix di polvere di erbe e sale, il gomasio (sesamo e sale) o l’umeboshi giapponese (prugne salate).
Nel bel mezzo della pandemia è arrivato a compimento l’iter di registrazione del brevetto negli Usa: si apre il portone di una nuova avventura imprenditoriale. E soprattutto di una nuova scala. Ecco che l’intuizione di un singolo si trasforma in una squadra livornese sì ma che sbarca al polo scientifico di Navacchio per stare a contatto con gli ambienti della ricerca.
Nasce Italy Smart Food: in campo non solo Nadimi ma anche la moglie Kerstin Jahnke, ingegnera agronoma tedesca trapiantata col marito a Montenero, poi Roberto Chiarello, Valentina Mori e Francesco Tofani. Sul versante delle materie prime, le aziende agricole biologiche: soprattutto un paio come la Cavallino di Romina Salvadori e la tenuta Usiglian del Vescovo in zona Palaia (in terra pisana ma diretta dall’enologo livornese Francesco Lomi).
A questo punto per fare il salto negli Usa resta solo da avere le spalle finanziarie abbastanza solide. Nadimi bussa alle porte di Banca Etica che mette il proprio “timbro” sul progetto e poi punta sulla raccolta alternativa di fondi. Lo fa tramite un portale di crowdfunding con «un progetto da 200mila euro», dice Nadimi. Il 10% di una realtà che ha un valore stimato sui due milioni di euro, stanti licenze e brevetti. E, sorpresa, salta fuori che è livornese anche Starsup che cura la raccolta di fondi.
Ecco un altro aspetto inatteso: ha il quartier generale in via Marradi davanti all’Upim la prima piattaforma di equity crowdfunding alla quale a livello nazionale la Consob abbia riconosciuto la qualifica di gestore “autorizzato”.
In questi giorni l’ultimo viatico: alla fiera milanese del Tutto Food il progetto dell’olivello livornese è finito sotto i riflettori nella fase finale del Better Future Award, l’Oscar del cibo innovativo (categoria etica e sostenibilità): una piccola start up in mezzo a tante società già strutturate.
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