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Livorno

Il vescovo: i ragazzi così fragili e indifesi, aiutiamoli a uscire dalla prigione-Covid

Mauro Zucchelli
Il vescovo: i ragazzi così fragili e indifesi, aiutiamoli a uscire dalla prigione-Covid

Giusti ricorda quanto la pandemia ha pesato sugli adolescenti privandoli della socialità («ma non vanno rinchiusi nell’ovatta»)

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Mauro Zucchelli

livorno. «Nel lungo periodo delle chiusure per via del Covid abbiamo continuato a respirare sì, ma a tutti è mancata l’aria della socialità che ci rende quel che siamo: mi è stato riferito di un boom nel consumo di psicofarmaci ad uso di adolescenti, mi pare di ricordare che al 13% degli adolescenti livornesi sia capitato di farne uso». Il vescovo Simone Giusti dice di non credere a una spiegazione “semplice”: se il brutto voto c’è stato è tutt’al più la goccia che fa traboccare il vaso di una sofferenza nascosta e profonda.

Ma intanto lui vuol partire dai genitori, o anche dai prof. «Non c’è da chiedersi: magari avrei dovuto intuirlo e sentire qualche campanello d’allarme, qualche segnale di disagio. Possiamo solo lontanamente immaginare il rimbombo che qualcosa ha avuto nel cuore di questo ragazzo, forse ipersensibile o forse semplicemente alle prese con le mille incertezze di quell’età così straordinariamente bella e al tempo stesso così complicata. Magari era qualcosa di non del tutto chiaro nemmeno a chi la vive e l’unica cosa che capiva era sentire un peso soffocante. Possiamo solo accompagnarlo».

A questo punto il vescovo fa il vescovo e mette giù un aspetto di fede: «Sì, accompagnarlo perché il Regno di Dio non è chissà dove, un altrove lontano. Comincia già qui, e ai genitori vorrei dire di non sentire che tutto è finito, non c’è più nulla e esiste solo una mancanza incolmabile. In modi che non sappiamo, il loro ragazzo è con loro: lo dico con gli occhi della fede ma so che Cristo risorto ha rotto quella prigionia dei nostri affetti che è la morte».

Quando il vescovo parla dei contraccolpi della pandemia sulla socialità dei ragazzi, come dimenticare che hanno attraversato il “deserto” della didattica a distanza? Deprivazione di emozioni affettive ma anche dell’abitudine a fare i conti con i giudizi e i flop d’un compito andato male: tutto era finito sotto un rullo compressore, era arrivata la promozione d’ufficio e poi di nuovo il salto fra valutazioni e voti.

Resta il fatto – e su questo monsignor Giusti dà un giudizio severo – che «non facciamo abbastanza per i nostri ragazzi. Lo dico parlando di noi adulti, e in questo “noi” metto in mezzo anche noi Chiesa». Poi ripete le parole del pedagogista Daniele Novara: se vuoi essere uomo di pace, devi saper gestire il conflitto. E, aggiunge lui, la sconfitta. «Invece ho l’impressione che questi ragazzi cerchiamo di metterlo al riparo da qualunque ammaccatura della vita: i genitori-tutto che stendono le ali e iper-proteggono i figli. Invece ho deciso di non dare la cresima se non dopo aver sperimentato un periodo di volontariato: ti apre gli occhi, ti fa capire chi sei ma anche cos’è il mondo, ti dice che il Paese dei Balocchi non esiste. Non è infilandoli nella bambagia che si fanno crescere i nostri ragazzi».

A proposito di questa sorta di “teologia della sconfitta”, il presule pisano – dal 2007 al timone della diocesi di Livorno – mette l’accento su una traiettoria comune a tanti ragazzi: alle elementari c’è l’illusione del campioncino che poi magari campioncino non è, e se tante società sportive continuano a coltivare l’ansia della vittoria, ecco che un crescente numero di adolescenti finisce ai margini perché non sono abbastanza superstar. «Ecco perché ho sempre sognato che nascesse il campionato delle schiappe, campetti – tiene a sottolineare il vescovo – dove si va soltanto per il gusto di correr dietro a un pallone: l’adolescenza è l’età in cui rischi di sentirti “non abbastanza” perché l’asticella delle attese te la sei messa (o il mondo te l’ha messa) troppo in alto. Invece in campo si vince e si perde».

Giusti prende le mosse da qui per tornare su un vecchio progetto: quello di offrire a ragazzi e ragazze uno spazio in cui ritrovarsi: «Nessuna idea di fare propaganda religiosa, anzi sono disposto a farlo con le istituzioni della città, con le associazioni, con chi ci sta. Ho pensato di coinvolgere i giovani del servizio civile e di puntare sulla struttura di via Donnini e in seguito sui locali nel quartiere di Corea. Anche noi Chiesa dobbiamo fare di più, ce n’è bisogno per tutti».

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