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La Chiesa cambia al via il sinodo «Importante quasi come un Concilio»

Mauro Zucchelli
La Chiesa cambia al via il sinodo «Importante quasi come un Concilio»

Il vescovo Giusti a Montenero: sempre più fra la gente e intanto punta gli occhi sui guai degli operai della raffineria

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Mauro Zucchelli

LIVORNO. È più semplice dire cosa non è: «non è un parlamento, non è un’indagine sulle opinioni» (discorso papale del 9 ottobre nell’Aula nuova). Non è nemmeno «un congresso politico o una convention ecclesiale» o qualcosa di simile a un convegno di studi (l’indomani nell’omelia della messa). Papa Francesco ha portato la Chiesa fin qui immaginando però un rinnovamento profondo, ben al di là della «democratizzazione interna».

quasi come il concilio

Il sinodo sul quale il mondo ecclesiale ha spalancato ieri le porte non è un fatto organizzativo bensì una questione di identità profonda. Dunque, il paragone più azzeccato l’ha tirato fuori un teologo poco conosciuto al grande pubblico: monsignor Piero Coda però è stato messo da papa Bergoglio al timone della Commissione teologica internazionale e perciò sa quel che dice quando disegna ripete che il sinodo appena iniziato è «l’avvenimento ecclesiale più importante dopo il Concilio Vaticano II».

E stavolta – aggiunge – c’è qualcosa di extra: «Per la prima volta in duemila anni di storia della Chiesa un sinodo è chiamato a coinvolgere tutto il popolo di Dio». Cioè, l’insieme dei credenti cattolici: all’ombra dei campanili sì ma lontano dai palazzi della curia vaticana.

Non è una roba di vescovi e cardinali, insomma. Dev’essere per questo che il vescovo Simone Giusti l’ha aperto – in tandem con quel che è avvenuto in tutte le altre città – con una liturgia affollata al santuario di Montenero, luogo simbolo della devozione religiosa dalle nostre parti. È lui a sottolinearne esplicitamente la portata storica: «È la prima volta che la Chiesa italiana si ritrova tutta in sinodo contemporaneamente, in passato era accaduto che si celebrassero dei sinodi diocesani ma mai un sinodo in tutte le diocesi italiane contemporaneamente».

Livorno ha parecchio da dire: un sinodo – che è comunque una spinta alla partecipazione e a uno stile decisionale meno verticistico – l’ha vissuto nella prima metà degli anni ’80, quando cioè solo pochissime diocesi si erano avventurate su questo sentiero di riflessione comunitaria, in pratica facendo da apripista a quel che papa Francesco chiede alla Chiesa italiana.

la scelta di ablondi

L’aveva voluto monsignor Alberto Ablondi, vescovo che nel segno del dialogo e dell’ecumenismo ha retto per trent’anni la diocesi: con la regia organizzativa di don Vincenzo Savio, che anni dopo affiancherà Ablondi come ausiliare, la chiesa del Sacro Cuore (Salesiani) si trasformò per giorni e giorni nel luogo dove discutere di come essere Chiesa di fronte alle sfide del nostro tempo.

È stato un esperimento sociale-ecclesiale che ha lasciato tracce nel modo d’essere della comunità cattolica labronica: anche perché un decennio più tardi lo stesso Ablondi lancerà un altro sinodo, stavolta dedicato ai giovani. Ecclesiale sì, ma rompendo gli argini e dunque rivolgendosi anche a chi era più lontano da sacrestie e campanili.

Adesso il vescovo Giusti riparte da quella scia: «Dopo circa 37 anni, dal 1984, – dice – la Chiesa di Livorno riprende un cammino sinodale e questa volta con tutte le Chiese che sono in Italia». In tutte le parrocchie è iniziata la preparazione: ieri in varie liturgie nelle quasi cinquanta chiese della diocesi livornese si è pregato seguendo le parole proposte dal pontefice, riprese da una formula attribuita a sant’Isidoro di Siviglia, vissuto quasi 15 secoli fa, e «tradizionalmente usata nei concili e nei sinodi per centinaia di anni». Obiettivo: come dice Giusti, una Chiesa «sempre più capace di vivere comunione e missione».

«La Chiesa deve riformarsi e Papa Francesco – queste le parole del vescovo parlando con i giornalisti a margine della liturgia montenerese – ha dato una accelerazione alla riforma della Chiesa. Il sinodo è un cammino da fare insieme per arrivare a quel cambiamento che ci è richiesto».

occhi sul caso eni

Ecco l’accento a una idea di Chiesa «sempre di più ospedale da campo attenta al territorio e alle due criticità»: e qui, parlando a braccio, Giusti ha citato il problema della raffineria di Stagno («con il rischio di licenziamenti in Eni e nell’indotto»): l’ha fatto per riprendere il concetto che «la transizione ecologica non la possono pagare gli operai ma se ne deve far carico la fiscalità generale». Una sottolineatura voluta per ribadore che nel sinodo la diocesi non è intenzionata a guardarsi all’interno, semmai «un evento a 360 gradi, aperto a tutte le problematiche perché attento all’uomo».

don paolo e don bruno

Da segnalare che monsignor Paolo Razzauti e don Bruno Giordano saranno delegati per il sinodo a livello diocesano: «Un sacerdote – dice Giusti – che ha vissuto il sinodo di quasi quarant’anni fa e un prete giovanissimo che è alla sua prima esperienza sinodale».

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