Gioco
«Io qui per mio padre deportato nel lager»
Ettore Carpené: a Roma per gridare il mio no al fascismo. Il gruppo dei livornesi alla manifestazione nazionale
Ilaria Bonuccelli
INVIATA A ROMA. Non c’è neppure bisogno di finire la domanda. Ettore Carpené solleva una mano e mostra il fazzoletto di Aned, l’associazione dei familiari dei deportati nei campi di concentramento. Con l’altra, regge uno striscione della Cgil di Livorno, insieme a Nicola Triolo (responsabile della segreteria organizzativa del sindacato) e ad altre tre o quattro persone. «Sono qui, in piazza San Giovanni, per mio padre». Per Ettore Carpené dire di no al fascismo, a quasi ottanta anni dalla sua caduta è ancora una questione molto seria. L’attacco squadrista alla sede nazionale della Cgil di sabato scorso non è un evento da archiviare con una scrollata di spalle. «Mio padre – racconta – era militare a Roma quando venne firmato l’armistizio l’8 settembre 1943. Una settimana dopo, il 15 settembre, venne deportato in Germania, come nemico dei tedeschi». Gli fu appiccicato un triangolo rosso. Se lo tenne addosso per un anno e mezzo, fino alla fine della guerra, ma a casa, a Livorno, riuscì a tornare, come mezzi di fortuna, dopo oltre due anni.
«Riuscì a sopravvivere, è vero. Ma non sappiamo come abbia fatto. Venne mandato nel campo di Mittelbau-Dora dove costruivano la V-2, l’arma della vendetta e dove i prigionieri erano costretti a scavare gallerie a una profondità insostenibile». Gli uomini erano tenuti nei tunnel per mesi. A volte – hanno raccontato i sopravvissuti – pesavano le molliche di pane con una bilancia per mangiare. «Ecco perché sono a Roma: non tollero alcuna forma di fascismo».
Annuisce TrIolo che con Carpené ricorda come Livorno abbia sofferto anche troppo il fascismo: «Noi abbiamo avuto un sindaco defenestrato dai fascisti». Nel 1922 il socialista, insegnante, Uberto Mondolfi si trovò davanti a un ultimatum posto da Ciano: o lasciare il municipio o essere impiccato.
«È anche per figure come questa che noi ci battamo. E perché non dobbiamo dare per scontato che non torneranno quei tempi nei quali i fascisti occuparono le sedi dei sindacati e le case del popolo. Proprio pochi giorni fa a Livorno, durante una manifestazione no -Green pass alcuni facinorosi si sono introdotti in una sede della Cgil in via Garibaldi».
Un altro attacco al sindacato, osserva Massimiliano Bezzo, responsabile del sindacato tessili di Cgil Pistoia e Prato, che si è unito ai colleghi livornesi a Roma: «Non deve meravigliare questa aggressione perché è la conferma che il sindacato è percepito come il simbolo della democrazia partecipativa, un simbolo della costituzione. Rappresentiamo l’unico ponte fra la gente e le istituzioni. Siamo il luogo dove le persone trovano referenti ancora disposti ad ascoltarli, parlare e provare a trovare ogni giorno soluzioni».
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